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n.91 marzo 2019
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Articolo 'Le tante facce del bullismo'  >>>
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Le tante facce del bullismo
Una risposta all'anonimato sociale e all'incompetenza emotiva
di Lilla Claudia Patrizia - Oltre a noi...
In ambito scolastico nel 2017 sono stati segnalati 207 episodi di violenza. A subire il bullismo sono più le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%), mentre tra gli studenti delle superiori le vittime più numerose sono tra i liceali (19,4%), seguiti dagli studenti degli istituti professionali (18,1%) e degli istituti tecnici (16%). Ci sono differenze anche tra Nord e Sud: il fenomeno è più diffuso nelle regioni settentrionali, con il 23% dei ragazzi fra 11 a 17 anni; la percentuale supera però il 57% considerando anche le azioni avvenute sporadicamente. Le violenze più comuni sono offese, parolacce e insulti (12,1%), la derisione per l'aspetto fisico o per il modo di parlare (6,3%), la diffamazione (5,1%), l'esclusione per le proprie opinioni (4,7%), le aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%). Il fenomeno è più frequente tra chi ha pochi amici ed il modo migliore per difendersi è parlarne.
È quanto si legge nel Rapporto Italia 2018 dell'Eurispes che cita lo studio Istat 'Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi". La maggioranza dei giovani ritiene che la cosa migliore sia confidarsi con i genitori (69,9% delle ragazze e il 60,4% dei ragazzi). Tentare di "evitare" la situazione appare la migliore strategia al 44,8% dei maschi e al 42,6% delle femmine. Il 47% delle ragazze cerca aiuto tra gli amici, contro il 38,8% dei coetanei. Sempre le ragazze sono più propense a cercare aiuto tra gli insegnanti (44,8% contro il 37,4%) e a ritenere il "Far finta di nulla" l'atteggiamento più appropriato (27,4%) mentre "riderci su", quindi minimizzare, è preferibile per il 26,1% dei maschi. Solo il 9,2% dei ragazzi cerca vendetta, ancora più bassa la percentuale tra le adolescenti (4,9%).

Nel 2017, con la legge del 29 maggio n°71 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 03-07-17 ed entrata in vigore il 17-07-17, il Parlamento ha approvato nuove disposizioni a tutela dei minori che subiscono cyberbullismo, improntate su un approccio inclusivo adottato dai diversi soggetti al fine di sviluppare una progettualità volta alla prevenzione e al contrasto, secondo una prospettiva di intervento educativo e non punitivo. L'obiettivo della legge è di contrastare il fenomeno con azioni preventive e perseguire i responsabili in modo da tutelare le vittime, anche attraverso la cancellazione di contenuti e dati diffamatori diffusi online, che violano la privacy. L'istituzione scolastica è chiamata a nominare un referente che provvederà a programmare azioni ed interventi e a coordinare le iniziative con gli altri attori sociali del territorio, interfacciandosi con le forze di Polizia, con i servizi minorili dell'amministrazione della Giustizia, le associazioni e i centri di aggregazione giovanile.
Le statistiche testimoniano un fenomeno sociale in costante aumento, al punto di richiedere una legislazione a cui far riferimento per contrastarlo e i dati sono ancor più preoccupanti se si pensa che c'è molto sommerso rispetto alla casistica pubblicata. Sono sempre più frequenti anche gli episodi di intolleranza e di violenza verso i docenti, agiti sia da alunni che da genitori. Mi sembra evidente che il dialogo con le famiglie sia difficoltoso, probabilmente perché alla base manca la condivisione del patto di corresponsabilità educativa, strumento che consente di esercitare il pieno diritto di scelta all'atto dell'iscrizione allo scopo di facilitare la concertazione di azioni rivolte alla formazione dell'individuo secondo una prospettiva comune. L'evoluzione dello status sociale associato al ruolo del docente ha portato al disconoscimento di tale figura. Contemporaneamente è cambiato anche l'assetto dell'istituzione familiare che ha progressivamente assunto un atteggiamento di delega alla scuola della "cura" dell'educazione, senza però la dovuta fiducia ed il conferimento del potere di rappresentarla. Ciò si traduce in "fate voi ma secondo le mie regole". Credo che questo sia il processo che ha permesso il verificarsi degli episodi di violenza verso i docenti il cui operato non corrisponde alle aspettative dei genitori, esigenti nei confronti della performance dell'istituzione non verso quella dei propri figli. Questi a loro volta, rinforzati rispetto alla condotta "deviante" dalla conferma ricevuta da madre e padre, non ricevono indicazioni corrette sui valori, che vengono relativizzati legittimando la volontà personale come unico riferimento morale invece di principi etici socialmente riconosciuti e condivisi.
Questa assenza di educazione "etica" si accompagna, secondo quanto rilevato da numerosi studi, a deficit relativi a determinate abilità appartenenti alla cosiddetta "intelligenza emotiva" (Goleman D., 1995) e in particolare ad uno scarso sviluppo dell'empatia. I bulli sembrano essere meno capaci nell'etichettare in modo corretto le espressioni emotive degli altri, problematica che spiega la tendenza a rispondere in modo aggressivo anche a comportamenti neutri o persino positivi. Anche il riconoscimento delle proprie emozioni appare basso e le reazioni emotive istintive tendono a prendere il sopravvento su ogni alternativa ragionata. Questo spiega la tendenza a non pentirsi per quanto perpetrato a danno di altri.
L'uso costante della realtà virtuale dei videogames, inoltre, sembra aver innescato un processo di desensibilizzazione verso il "sentire" e di depersonalizzazione del corpo. Esistono anche altre caratteristiche piuttosto diffuse tra i bulli che spiegano le loro difficoltà relazionali e riguardano le ridotte abilità verbali (Fedeli D., 2005), che sembrano direttamente connesse alla tendenza a mettere in atto costantemente comportamenti aggressivi quando si verificano situazioni relazionali ambigue, dal momento che non esistono sufficienti competenze comunicative, utili al chiarimento di situazioni problematiche.
Un esame approfondito condotto da Loeber e Hay (1997) ha rilevato che diversi fattori familiari, come la scarsa supervisione, il monitoraggio irregolare, la dura disciplina, l'incoerenza degli stili educativi genitoriali, la disarmonia nella coppia, uno stile d'attaccamento ambivalente o evitante del caregiver, appaiono correlati con problemi di condotta del soggetto in età evolutiva. Il bullismo è dunque un fenomeno multi-fattoriale. Sicuramente ci sono delle cause di ordine interno, legate alla personalità, ed altre di ordine sociale, connesse con il modello familiare e l'ambiente di vita.
Quali azioni mettere in atto in ambito scolastico per la prevenzione ed il contrasto?
Innanzitutto credo che sia importante ripristinare il ruolo dell'istituzione scolastica, che ha perso credibilità come agenzia educativa, perché troppo spesso incapace di rispondere ed adattarsi alle reali esigenze di una società profondamente mutata e in continua trasformazione.
L'innovazione dei modelli didattici, il monitoraggio costante dei meccanismi che sottendono il processo insegnamento-apprendimento ed un focus dell'attenzione posto sulla crescita personale e non solo culturale dell'individuo costituiscono senza dubbi strade percorribili per evitare che la scuola finisca per rappresentare un'esperienza marginale o addirittura negativa nella vita di molti studenti. Occorre connettersi con il tessuto culturale, conoscerlo ed adottarne il linguaggio per poter condividere pensiero e strumenti critici che aiutino a filtrare la realtà per fare scelte autonome e ragionate. Bisogna attuare azioni educative che vedano le diverse agenzie impegnate in una sinergia proficua. Il bullo, la vittima e le relative famiglie vanno prese in carico, non isolate o stigmatizzate. La scuola deve promuovere programmi di educazione emotiva, in rete con tutti gli enti e le strutture territoriali che si occupano di infanzia ed adolescenza. I docenti nella prassi quotidiana dovrebbero avere tra le priorità la cura delle dinamiche relazionali.
Il fenomeno del bullismo va guardato in un'ottica sistemica, non riguarda singoli individui ma le dinamiche di gruppo e la gerarchia interna ad esso. Occorre prestare attenzione alla differenza tra sicurezza ed autostima, la prima nasce dalla lettura dei risultati conseguiti mentre la seconda ha origine dalla consapevolezza di se stessi, per promuovere e sostenere lo sviluppo della fiducia in sé e negli altri ed utilizzare un modello comunicativo che sostenga le risorse personali dell'alunno, rimandandogli un'immagine di sé positiva, affinché rafforzi il senso della propria autoefficacia. Un bambino consapevole non sarà solamente più sereno ma anche responsabile e motivato, in grado di gestire il processo decisionale e predisposto alla collaborazione.
Il nostro modello formativo è strutturato in modo da fornire performance per raggiungere risultati, per lo più standardizzati, sono questi che determinano il successo personale. Ansia sociale e da prestazione pesano sugli alunni che faticano ad adeguarsi ai modelli proposti ed imposti da scuola e famiglia.

Secondo il World Economic Forum le abilità lavorative necessarie nel 2020 saranno, tra le altre, la creatività, la capacità innovativa, la social influence e l'intelligenza emotiva. Meno importanti invece la manualità, la resistenza fisica, la memoria, le abilità di base come scrivere e contare. Appare evidente che le abilità affettivo-relazionali, alla base della qualità dei rapporti tra esseri umani, determinano il grado di benessere personale e pertanto devono essere insegnate e potenziate, non solo in famiglia ma anche a scuola. Basterebbe guardare al modello educativo danese che introduce programmi di alfabetizzazione emotiva e di educazione all'empatia ed alla tolleranza tra gli impegni scolastici degli alunni e propone una didattica cooperativa per almeno il 50% delle attività svolte in classe, organizzata dagli insegnanti in modo da gestire le dinamiche relazionali favorendo l'inclusione ed il consolidamento dello spirito d'appartenenza al gruppo, senza prestare attenzione ai voti e valorizzando gli errori in quanto occasione per imparare. Questionari somministrati periodicamente per rilevare il grado di felicità degli studenti della propria classe permettono poi ai docenti di avere costanti feedback sulle dinamiche in atto e di promuovere discussioni che consentano la risoluzione di problemi e conflitti grazie alla libera espressione delle idee di tutti i partecipanti. Così facendo l'incidenza del fenomeno del bullismo, in Danimarca, è scesa dal 25 al 7% negli ultimi 10 anni.
Come afferma il motto del programma Fri for Moberi (Liberi dal Bullismo) promosso dalla Mary Foundation in collaborazione con Save the Children "Il bullismo è un problema del bambino ma una responsabilità dell'adulto".


Claudia Patrizia Lilla
Docente della scuola dell'Infanzia, IC "Anzio I"
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