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Numero: 6-febbraio 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 22 Settembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Ma allora -si chiede il bambino- chi sono io?
Il rischio del disagio psichico
di Di Berto Mancini Antonella - Integrazione Scolastica
Foto:Lorenzo Dell'Uva. Per gentile concessione dell'autore
Foto:Lorenzo Dell'Uva. Per gentile concessione dell'autore
In questi ultimi mesi mi sono capitati in ambulatorio casi di bambini che mostrano sintomi cosiddetti "pesanti": uno si slaccia i pantaloni in classe o in strada e fa pipì davanti a chiunque sul pavimento; l'altro si perde la cacca, si accuccia come un indiano e fa cacca ovunque si trovi.; un altro ha assunto atteggiamenti femminili notati ormai dai compagni della classe, dalle insegnanti e dalla stessa madre che, preoccupata si rivolge al nostro servizio; un altro ancora quando viene portato ai giardini si arrampica sugli alberi e non vuole più scendere: vuole vivere come un uccello.

Quattro madri, e dico madri perché sono donne sole senza partner, quattro bambini, quattro storie diverse eppure la stessa dinamica di chiedere aiuto con un gesto eclatante che non può passare inosservato.
Madri e insegnanti che si danno da fare per provare a far smettere il sintomo: sgridando, punendo, parlando, piangendo, insomma con tante azioni molto diverse tra loro che confondono ancor di più i bambini.
Ma cosa ci stanno chiedendo questi bambini, cosa ci vogliono dire, chi vogliono tenere vicino?

Penso, rifletto e mi accorgo che un elemento che unisce tra loro questi bambini è di essere figli di donne immigrate, che hanno avuto un figlio da un partner occasionale, a volte italiano, ma che poi è sparito; donne che vivono sole, con un lavoro spesso umile, al nero, precario che devono difendere prima di tutto e prima ancora dei loro figli per poter loro garantire almeno il cibo e il vestiario. Mi viene d'istinto mettermi nei panni dei ragazzini e di come devono sentirsi.
Le loro mamme non frequentano amici, talvolta rimangono all'interno della loro comunità di connazionali dove ritrovano la loro identità e un po' di conforto.
Ma i bambini?
Se le donne si ancorano alla loro cultura, alla loro comunità, escludendo talvolta le relazioni con la popolazione del paese in cui si trovano, qual è il sentimento di appartenenza dei loro bambini sospesi tra il messaggio materno di conferma e piena accettazione del loro passato e una realtà quotidiana scolastica del paese ospitante, segnata da novità quotidiane, continue e intense, che mettono in gioco il denso dell'identità in modo lento e silenzioso senza poter essere condiviso con le loro madri?
Queste donne sono portatrici di una loro cultura di appartenenza che non riescono ad integrare nel quotidiano e di cui i bambini non trovano traccia nei loro amichetti, i bambini sono acrobati in equilibrio tra ciò di cui sono portatrici le madri, e ciò che respirano ogni giorno in una società che faticosamente cerca di essere multietnica e spesso li pone in conflitto, devono continuamente tenere in equilibrio valori contrastanti tra loro.

Le madri diventano un tutt'uno con i figli e difficilmente riescono a differenziare i bisogni e le necessità dei figli dai loro bisogni; sole, non hanno relazioni familiare allargate che possano supportare loro stesse e i loro figli.
Contemporaneamente le madri fanno difficoltà a riconoscere questi figli come italiani, si spaventano nel vedere per esempio, che i figli parlano meglio di loro e della loro lingua madre, la lingua italiana; sono figli che mettono in difficoltà le madri perché hanno anche più nozioni di loro e alimentano il loro sentimento di essere "diverse", inconsapevolmente mettono in atto anche dei comportamenti e dei messaggi non verbali (per es. all'uscita di scuola prendere il bambino da un'altra uscita per non confondersi con le mamme italiane) che mettono in cattiva luce "l'essere italiano": il bambino è diviso tra emozioni contrastanti.
"Ma allora - si chiede il bambino- chi sono io? Non posso essere come mia madre, perché questo è un altro paese, ma non posso essere neanche italiano perché questo va in conflitto con mia madre e allora?"
Spesso la risposta interiore è di non essere "niente".

La capacità di armonizzare in sé la propria doppia appartenenza e di articolare i legami tra lo spazio esterno pubblico e quello interno familiare è un lavoro troppo difficile per un bambino se non sostenuto dalle sue relazioni primarie.
Il bambino prova un senso di smarrimento e confusione difficilmente verbalizzabile, ingabbiato da una scelta subita e dalla presenza fantasmatica di una cultura, portatrice di norme e comportamenti spesso in contraddizione con i comportamenti richiesti dalla società italiana, che di fatto loro nemmeno hanno conosciuto.
Il rischio a questo punto è quello di un blocco del suo sviluppo psicologico, la malattia quindi si manifesta in questi casi come un fulmine a ciel sereno interrompendo quel falso andamento positivo e presentandosi come un "crollo psicologico".
Il disagio psichico invade e irrompe totalmente destrutturando i meccanismi difensivi del bambino e lasciandolo in preda totalmente delle sue emozioni che non riescono ad essere non solo gestite, ma nemmeno riconosciuto dalle madri.
È un grido d'aiuto acuto il cui significato va compreso caso per caso e accolto dal genitore insieme al servizio. Soltanto in un intervento di rete costante e continuo nel tempo il significato emozionale del disturbo verrà compreso e riconosciuto dal bambino e dalla madre e ridefiniti i confini tra spazio interno e spazio esterno.
A mio parere in questi casi devono andare di pari passo il trattamento individuale con interventi psico-sociali e pedagogici-educativi.

Dott.ssa Antonella Di Berto Mancini Psicologa RMA
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