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n.20 febbraio 2012
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Ma di quale didattica parliamo?
Il peso della didattica nel fare scuola
di Rosci Manuela - Editoriali
Sempre più mi imbatto in mortificazioni che la scuola -attraverso gli insegnanti- regala spesso inconsapevolmente ai propri alunni. Non credo di dire nulla di nuovo se affermo che il docente sembra indossare un abito antico, un po' demodé, uno stile passato di moda, che mette in difficoltà la sua "esibizione" agli occhi degli alunni, soprattutto dei più grandicelli.

Come reagisce il docente?

Impugnando in maniera più salda lo scettro del potere: valuta (spesso giudica) quello che un alunno sa oppure no, e l'operazione si compie sotto l'egida della DIDATTICA, l'elemento che fa sì che la scuola e i docenti definiscano la propria professione. Intorno alla didattica, quindi, si organizzano e si strutturano i tempi e i modi per cui l'altro -lo studente- possa prendere ciò che ogni insegnante ha da dare. La didattica spesso si esaurisce nella singola disciplina che, a sua volta si impernia sul contenuto: cosa insegno (meno, come lo insegno)? Torniamo un momento indietro e accettiamo la definizione di didattica (dal greco didàsko = insegno): è la teoria e la pratica dell'INSEGNARE.

Questo concetto è da sempre messo in relazione con l'APPRENDIMENTO: il docente insegna, l'alunno apprende. Siamo andati avanti così per molto tempo, con la convinzione che l'apprendimento fosse un qualcosa riferibile solo allo studente e non alla persona. Abbiamo invece scoperto che si apprende anche in altri contesti, come la famiglia, il gruppo dei pari, le attività ricreative, inoltre si apprende per tutta la vita. Questo cambia un po' il paradigma di riferimento con cui il docente oggi insegna.

Prendiamo in considerazione la tesi che afferma che la nostra conoscenza della realtà è una costruzione individuale e sociale. Il termine "costruzione" indica qualcosa che si sviluppa in situazione, che potrebbe non essere esistito prima di quel momento: è quindi poco pertinente con un modello di scuola che si basa ancora troppo su modalità didattiche sostanzialmente trasmissive, che sottendono posizioni di sostanziale oggettivismo (esiste un'unica realtà oggettiva che può e deve essere raccontata e tramandata).
Se condividiamo il valore delle discipline come costrutto storico, dobbiamo anche accettare che non possono essere utilizzate come descrizioni oggettive di realtà ma sono invece la testimonianza di come si è evoluto nel tempo il rapporto dell'uomo con il mondo; si comprende allora il perché di un susseguirsi di modelli interpretativi e di concetti chiave che possono nel tempo essere cambiati all'interno delle stesse discipline.

Se la scuola è imperniata sulla didattica ...che tipo di didattica (teoria e pratica) può adottare oggi il docente per essere "dentro il presente"?

Se la teoria di riferimento è che la conoscenza è una "costruzione", diventa impensabile limitarsi a spiegare ciò che il testo racconta perché quei contenuti -se non trattati a dovere- rimangono racconti più o meno interessanti ma gli studenti continueranno a chiedersi: ma che ci azzeccano con la vita di tutti i giorni?

Non voglio banalizzare l'importanza della nostra tradizione culturale ed educativa ma dobbiamo decidere che è ora di abbandonare l'area di confort (dove ci troviamo meglio perché conosciamo le regole) per avventurarci nel campo della ri-cerca continua, quotidiana, insieme ai nostri ragazzi.
Mi vengono in mente i docenti che riutilizzano i quaderni di qualche anno prima, già sperimentati con altri alunni, in un'altra epoca. La massima negazione della dinamicità della conoscenza, che non si limita a prendere contenuti "preconfezionati" ma li crea dentro le situazioni che accadono sul momento.

L'esempio scolastico più calzante è il confronto tra le classi: presento lo stesso materiale e i due gruppi classe si comportano diversamente, gli uni sono bravi gli altri un po' meno. Eppure io sono sempre la stessa, insegno nella stessa maniera!

Noi insegnanti ci illudiamo di essere persone "asettiche": senza pregiudizi, senza preferenze, solo con convinzioni positive, con un alto senso di giustizia e responsabilità, e potrei continuare oltre.

Attribuiamo così all'altro (in genere l'alunno ma non è lasciata indenne nemmeno la famiglia) l'insuccesso dell'operazione DIDATTICA: io insegno da sempre nello stesso modo, anzi mi sono aggiornato e l'altro (l'alunno ma anche tutta la società) non apprezza il mio impegno.

Torniamo alla teoria: se parliamo di "costruzione" della conoscenza dobbiamo abbandonare l'idea che a costruire sia soltanto IO, meglio ritenere responsabili tutti NOI, in quello spaccato di vita scolastica che è la classe, che raccoglie due livelli gestiti -da sempre- in maniera dicotomica: l'individuo e il gruppo. Come se non appartenessero allo stesso contesto, come se l'agire di uno non incidesse sull'altro livello e viceversa. Quindi la costruzione della conoscenza "accade" nel gruppo con l'apporto di tutti.

Va da sé che se accettiamo la teoria per cui i bambini non sono "tabula rasa", anzi sviluppano precocemente "teorie ingenue" sulla realtà, microteorie utilizzate come cornici interpretative, come paradigmi validi fin quando non vengono smentiti, la funzione del docente CAMBIA NECESSARIAMENTE, non è tanto quella di "riempire" di nozioni e convincere che le cose stanno così come vengono raccontare, ma è il predisporre un contesto di apprendimento in cui le cose che già si sanno (sia adulti che bambini/ragazzi) vengono rimesse in discussione da ciò che accade di nuovo, che ha proprio il compito di modificare gli schemi già acquisiti e che, con l'andar del tempo, diventano improduttivi alla crescita della persona. Il docente è colui che sollecita dubbi non colui che dà risposte (vi consiglio di leggere l'articolo di Simonetta Melchiorre), è colui che abbandona sempre più la centralità della lezione frontale a favore dell'esperienza diretta, ben sapendo però di non lasciarsi tentare di ridurre anche l'esperienza a qualcosa di già visto, già vissuto. Fare scuola significa accettare che tutto ciò in cui hai creduto può essere confutato, trasformato, diversamente interpretato. Non esisterà mai una realtà OGGETTIVA uguale per tutti, perché ognuno percepisce sulla base della nostra intenzionalità e dipende inoltre dalla costruzione interna che ognuno di noi ha fatto.

Possiamo pensare quindi che l'apprendimento che cerchiamo di sollecitare nei nostri alunni attraverso la didattica, avviene non in forma lineare, in risposta al nostro input didattico ma a quanto siamo riusciti a creare "intorno" alla situazione e cosa siamo "insieme" riusciti a provocare. All'interno di questo processo è fondamentale valorizzare la dimensione sociale della conoscenza, le potenzialità che può esprimere la classe come gruppo, nell'imparare dagli altri e con gli altri, nella negoziazione di interpretazioni ad un livello sempre più raffinato e condiviso.

Per una didattica "costruttivista" c'è ancora posto, anzi c'è da farle posto!

Manuela Rosci
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Sono presenti 1 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito giovedì 01/03/2012 ore 10:06 da elisabetta tavani
Ciao Manuela. Ho letto velocemente il tuo articolo e ho sorriso due volte: la prima quando menzioni i quaderni passati e sempre riproposti negli anni ( non ti dirò mai il perchè), l'altro perchè il mio modo di fare lezone è tendenzialmente stato sempre quello di prendere spunto da un'occasione sporadica e costruirci sopra un contenuto didattico.Oggi non è quasi mai così. Cosa mi è successo? Per prima cosa la programmazione, non tanto quella annuale, quanto quella settimanale che , nella libertà, ma pone sempre una "condizione" e secondo la condivisione con colleghe di team che non sempre hanno voglia di saltare di qua e là senza saperlo prima. Sai come ho risolto il problema? Quando ce ne è l'occasione e posso farlo, parto per una lezione non programmata; chiedo scusa alle colleghe (che comunque sono accondiscendenti) e poi la stessa lezione la inserisco nella programmazione successiva come "ancora da farsi". Questo però mi stà stetto devo essere sincera, ma mi rendo conto che non sono più i tempi della scuola di Platone. Ciao e grazie della chiacchierata Betta
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