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n.41 marzo 2014
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Mario Lodi, un testimone da non dimenticare
Le risorse sono necessarie, le idee e la passione sono indispensabili
di Gori Francesco - Orizzonte scuola
Che il nostro sistema formativo sia sfibrato, logoro, obsoleto, incapace di interpretare e soddisfare le esigenze e le aspettative dei giovani in formazione e, quel che più conta, di conferire senso alla loro esperienza scolastica, è consapevolezza avvertita e diffusa ma ancora inerte.
Quanti fallimenti, quante esclusioni, quante discriminazioni lasci dietro di sé la nostra scuola è testimoniato, inequivocabilmente, dalle rilevazioni OCSE/PISA e dai dati forniti dall'ISTAT e dall'ISFOL.
E tuttavia i decisori politici, le organizzazioni sindacali e un numero non esiguo di insegnanti perseverano a far finta di niente e, queruli e mugugnanti, attribuiscono il malessere che pervade la scuola agli investimenti irrisori riservati alla formazione, ai tagli lineari, al disconoscimento sociale ed economico del ruolo del docente, alla solitudine in cui è immerso l'universo formativo dopo l'evaporazione delle altre agenzie educative che affiancavano la scuola nel processo di formazione dei giovani.
Gli aggiustamenti operati, le riforme introdotte, sovente più proclamate che realizzate, non hanno conseguito effetti sostanziali, sono risultati interventi effimeri e di dubbia incidenza.


Anche l'introduzione delle nuove tecnologie, viste come la risorsa da cui sperare un rinnovamento delle pratiche didattiche e una rivitalizzazione del fare scuola, ha creato più problemi che soluzioni per la labile ed incerta dimestichezza del corpo docente con le nuove tecnologie a confronto con le nuove generazioni dei nativi digitali.
Il fatto è che si stenta, si fa fatica a riconoscere che i problemi scaturiti dal cambiamento accelerato del contesto socio-economico e culturale parlano contro il comune sapere.
Si ritiene si possa provvedere inerzialmente sulla base della cultura di cui si è depositari e che basti rimboccarsi le maniche ed agire con maggiore volontà e determinazione. Con l'effetto, però, che così facendo, la natura di spartiacque della crisi che attraversa l'universo scolastico e formativo, viene cancellata perché si nega la necessità di cambiare in primo luogo se stessi e, nel contempo, di cambiare il paradigma che ispira il nostro operare e di spingerci al di là dei limiti della cultura di cui si è portatori e depositari.

Le considerazioni sopra esposte potranno apparire "ingenue " o, peggio, velleitarie elucubrazioni e comunque poco utili alla ricerca e alla individuazione di un modello di scuola alternativo e aderente alla nuova condizione socio-economica in cui crescono i nostri alunni. Per conferire concretezza all'argomentazione, mi soffermerò, allora, a parlare di una figura di insegnante che, a mio avviso, ha incarnato ed inverato un "modello altro di scuola ".

Parlo di Mario Lodi, il maestro scomparso il 3 marzo di quest'anno a 92 anni, autore di libri che suggerisco di riprendere e rileggere perché danno risposta a molti problemi che ci interrogano.
Mario Lodi ha iniziato ad insegnare in età giovane quando la mente è plastica, aperta, impermeabile alla routine e ai riti consuetudinari ed ha subito adottato un atteggiamento empatico verso i suoi allievi guardati come persone prima che come alunni ed assunto l'abito del ricercatore, l'unico idoneo a scongiurare il rischio di trasformarsi in un travet grigio e senza anima.
Decentrando il suo ruolo, in un clima di libertà e di spirito democratico, ha "riconosciuto" i suoi allievi, la loro rilevanza, la loro centralità. Ha creato le condizioni perché liberassero le potenzialità latenti, le loro curiosità ed emozioni, i loro bisogni e si confrontassero in un dialogo teso a contenere l'ego e ad affermare il noi. Ancora ha aperto le finestre e le porte della scuola perché filtrassero e trovassero ascolto le voci esterne, il vissuto esperienziale di ogni bambino e il vissuto del paese e dell'intero contesto sociale in un rapporto non gerarchico ma collaborativo, in una sorta di felice e feconda alleanza tra l'esperienza e l'autorevolezza dell'adulto e la freschezza, la curiosità e l'entusiasmo degli allievi.

Il progetto culturale non era racchiuso nel libro di testo, discendeva dagli interrogativi e dalle esigenze che scaturivano dal dialogo, dalle conversazioni, dalle visite esterne, dai contatti e dagli incontri con soggetti estranei al mondo della scuola (contadino, assessore, scrittore...) in una parola dalla vita che entrava nella scuola vissuta come una comunità-laboratorio dove ci si interroga, si ricerca, si organizza e si realizza il lavoro programmato in una dimensione di intelligenza collettiva e la parola non si esaurisce in sé stessa, isterilita e devitalizzata, ma è il veicolo che conduce all'azione e al fare.
E la scuola di Mario Lodi è la scuola che prepara l'allievo alla cittadinanza attiva e alla partecipazione responsabile alla vita democratica poiché ciascuno ha conquistato l'autostima, è motivato a mettersi in gioco e dispone delle competenze relazionali, comunicative, analitiche e culturali necessarie per esercitarla con serietà e disinteresse.
Mario Lodi - mi sembra necessario sottolinearlo - insegnante ricercatore, coniugava la professionalità mai conclusa, perennemente nutrita ed aggiornata con la tensione etica e l'impegno civile. Il bene comune era la bussola che orientava la sua presenza tra gli allievi e l'intera comunità.

Non lasciamo che la sua testimonianza sia dispersa.

Francesco Gori


Se avete perso queste testimonianze:

Un'intervista rilasciata a Repubblica per i suoi 90 anni
Per leggere l'intervista , clicca qui

Tullio De Mauro ricorda Mario Lodi: "Addio al maestro che giocava"
Per leggere l'articolo, clicca qui

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