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n.24 giugno 2012
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Meglio saltare o... superare l'ostacolo?
Non vince il singolo ma il gioco di squadra.
di Nucera Roberto - Oltre a noi...
Un altro anno in cantiere, un'altra esperienza da mettere in quella valigia mai riposta nell'armadio, ma nell'angolino della stanza o dietro la porta: semi aperta, pronta all'uso e a ripartire.
Il lavoro dell'insegnante è quello di chi socchiude la porta e lascia uno spiraglio in entrata e in uscita, che sia di luce, la presa d'aria o d'altro non ha importanza. È la riflessione sull'operato, l'aver fatto, l'attesa di coglierne i frutti o almeno vederli attecchire e, piano piano, germogliare. È lo sguardo all'indietro, non malinconico ma cosciente. È la spinta ad andare avanti più consapevoli e responsabili.
Quando decisi di intraprendere questo mestiere, forse, non ero assolutamente coscienzioso. Chi decide di prendere una strada nella quale sa, a priori, che ci saranno ostacoli da superare!?
Ebbene l'ostacolista lo sa. Infatti è quella persona che sa di dover attraversare un percorso nel quale si ritrova a superare (e non saltare) dei cosiddetti ostacoli e non si tira indietro. Pazzo!? Assolutamente no. Ha fatto la sua scelta e per affrontarla al meglio si prepara, si allena, può sbagliare, ma è sempre là, pronto a dare di più.

Oggi mi sento un po' quell'ostacolista. È curioso che nel linguaggio dell'atletica non si saltano gli ostacoli, ma si superano ed in effetti è quello che accade, anche se non così nell'immediato come nella specialità, nell'essere docenti. In realtà dovrebbe esserlo per tante cose, se non per tutte.
Bisogna affrontare, superare ciò che ci si presenta davanti e non schivarlo... o saltarlo, perché in questa azione mancherebbe la presa di coscienza, l'esperienza della conoscenza, la crescita.
Ogni anno trovo che si parano ostacoli differenti, ai quali vorrei dare un'accezione positiva, almeno nel concetto, vale a dire punti di vista diversi. Quando lavoriamo con tante persone, ponendoci una finalità comune è quasi fisiologico che succeda, però, tutto ciò che è regolare può degenerare quando si perde di vista l'obiettivo comune appunto e condiviso e si comincia ad andare avanti da soli. Il meccanismo si confonde.
Non si può quindi fare a meno di riossigenare l'ingranaggio e alimentarlo di chiarezza.
La difficoltà sta proprio nella volontà di farlo, nell'aprirsi all'altro come un proprio pari, comprendere che insieme si può fare squadra e in cui ognuno è parte sostanziale e rilevante.
È in questo gioco di team che l'esperienza diversa, che distingue i giovani dai "veterani", diventa arricchente, valorizzante e motivo di unione, dove ognuno può apprendere dall'altro e nessuno si sente una riserva o messo in disparte.
Non si tratta di essere più bravi perché più anziani o più freschi e ricchi di idee perché giovani, perché pensando così si intraprende la strada dell'isolamento e prende spazio quell'immaginario erroneo della propria funzione dove l'io, anziché coniugarsi e sposarsi con i suoi "simili", si allarga a sproposito dimenticando di non essere solo.
Questi i propositi che personalmente mi pongo e propongo, che metto in quel bagaglio pronto all'uso: percorrere insieme il percorso, aiutarsi e sostenersi reciprocamente, imparare a chiedere aiuto quando da soli non ce la facciamo, avere il coraggio di dividersi se l'altro fa solo da peso.

Roberto Nucera, docente di sostegno IC "Carlo Levi", Roma
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