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Articolo 'Michela e gli altri'  >>>
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Michela e gli altri
Se integrazione non fa rima con educazione
di Paci Lucia Giovanna - Orizzonte scuola
Conosco Michela da diversi anni ormai, abitiamo nello stesso quartiere e frequentiamo la stessa chiesa, lei è "amica" dei miei figli, è cresciuta con loro.

Le virgolette stanno a dire che Michela è un po' diversa. Io non so cosa abbia esattamente, non l'ho mai chiesto ai suoi genitori, per pudore forse, ma anche perché non era necessario saperlo, non avrebbe aggiunto niente né a Michela né a me, né al rapporto instaurabile con lei. Io so solo ciò che vedo: una sedia a rotelle super, alla moda, colorata e "trendy", come direbbero le mie figlie, una ragazza ormai diciottenne, sempre vestita con gusto, colori vivaci e abbinati, fiori e mollettine varie tra i capelli ricci corti, che ti guarda con i suoi occhioni scuri brillanti e la testa un po' inclinata, in difficoltà a esprimersi in un dialogo botta e risposta, ma non a comunicare i suoi sentimenti. Michela ti sa dire che è contenta, che sta bene o che è infastidita o arrabbiata, che ti riconosce e ti accoglie; Michela canta, forse senza coscienza di ciò che dice, ma sente la musica e ripete le parole. Michela sa perfettamente cosa vuole e trova il modo per fartelo sapere perché, questa cosa la so su tutte, è una ragazzina amata, con tanta sapienza e gioia, dalla sua meravigliosa famiglia, che la vive in tutta la sua peculiarità con un amore benigno, paziente e smisurato.

Sono andata ad una sua festa di compleanno con i miei figli e mi sono commossa. La famiglia era riunita intorno a lei, compresi i nonni, ma quanti amici, quanti ragazzi si sono stretti a festeggiare lei, protagonista comunque, anche se ogni tanto ritirata in camera con la sua assistente a riposare! Quanto calore, quanta accoglienza, quanta serenità, quanta inclusione, con quale lezione di vita siamo tornati a casa!

Da due anni Michela è in classe di mia figlia in un liceo psicopedagogico, dove forte è la presenza di ragazzi con diversità. In realtà, la sua presenza in classe è più nominale che reale, perché la maggior parte della mattina, lei la passa fuori, in un'aula dove si radunano tutti quelli che vivono una condizione simile alla sua, se non peggiore. Mi chiedo allora quale sia l'utilità di averla inserita in una scuola normale, in una classe normale, se poi si ritrova a passare il suo tempo tra i diversi come lei. Sarebbe questa l'integrazione? Solo perché è presente in una lista di classe e la professoressa che ha sempre la prima ora la segna assente, arrabbiata come fa con le altre, perché manca, non avendo capito che ha il permesso di entrata alle nove? Questo la rende integrata al gruppo classe? Non lo so e non capisco!

Certo Michela non potrebbe studiare psicologia o latino, ma non è per quello che è stata mandata in quella scuola. Nessuno si aspetta che lei prenda un diploma che certifichi il suo grado di preparazione o di maturità, ma credo che possa trovare grande stimolo e giovamento nel gruppo di ragazze che la circondano, così come avviene nella sua famiglia, nel gruppo della chiesa, tra i suoi amici e credo ancora di più che le compagne di scuola potrebbero imparare tantissimo dal continuo rapportarsi con lei, soprattutto se guidate dai professori, con voglia, generosità, apertura, umiltà.

E' difficile, immagino, inserire attivamente una ragazza così particolare in un contesto a lei lontano, soprattutto se non si è molto capaci nemmeno di gestire il contesto cosiddetto normale, ma si può fare. Credo, però, che si debba avere fede nel proprio lavoro, amore verso i ragazzi, tutti, voglia di spendersi, scomodarsi, mettersi in gioco, ma spesso a questa sfida si rinuncia in partenza ... proprio quando ci si riempie la bocca con la parola integrazione, che, però, non fa rima con educazione!

Lucia Paci, genitore
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