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Numero: 10- giugno 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 17 Novembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Nel gioco del "togliere e tagliare"
... la riflessione è d'obbligo!
di Rosci Manuela - Editoriali
Quando un ciclo si conclude porta con sé la necessità di riflessione, di tirare le somme, di valutare ciò che ha funzionato e lasciare andare ciò che non serve. I cicli della vita sono personali, soggettivi; altri sono dettati dalle contingenze, dai vincoli che si vengono a creare, dalle nuove condizioni "di gioco".
E di giochi quest'anno, noi persone di scuola, ne abbiamo visti tanti, quasi tutti incentrati sulla regola del "togliere e tagliare": posti di lavoro, ore di scuola, attività didattiche e ...convinzioni.

Le convinzioni sono quelle cose dentro di noi che ti guidano nella vita, che ti fanno selezionare velocemente ciò che vuoi e ciò in cui credi rispetto al resto. Le prime convinzioni si formano presto, da piccoli, e sono sostenute dall'ambiente in cui vivi. Poi cresci e le tue convinzioni si ampliano, diventano un sistema di convinzioni che orienta scelte e decisioni in ogni campo della tua vita.

Quando fai un bilancio, al termine appunto di un ciclo di vita, fai appello alle tue convinzioni -e non solo- per valutare dove sei arrivato, se il percorso è coerente con ciò che volevi e se proprio loro -le tue convinzioni- sono ancora adeguate a sostenere le tue scelte e le tue decisioni.

Nel gioco del "togliere e tagliare" quest'anno le persone di scuola - non tutte forse ma tantissime sì- hanno ritenuto di dover modificare il proprio percorso professionale e chiedersi come lavorare in futuro: in team, in coppia o prevalentemente soli visto che la cosa certa che abbiamo tutti capito, anche il ministro, è che di "unico" c'è solo la persona e null'altro!!!

Anch'io ho ritenuto di dover portare a termine il mio mandato "psicopedagogico" all'interno della scuola per prepararmi a rientrare in classe e svolgere un lavoro più "tradizionalmente" didattico. Prima, quindi, di accingermi a pensare al futuro, ho avuto necessità di riflettere su ciò che avevo fatto in questi ultimi otto anni, quando lasciato l'Ufficio Studi e Programmazione dell'ex Provveditorato di Roma sono rientrata a scuola nel settembre del 2001.
Sono rientrata e mi sono continuata ad occupare di integrazione come nei precedenti quindici anni. In maniera diversa, solo su una scuola - e non su tutto il sistema scolastico della provincia di Roma - "da dentro", in uno spaccato territoriale più piccolo ma per questo non meno interessante. Diverso. Diverso il modo di approcciare il problema, di sollecitare i colleghi, di condurre un gioco di "ampliamento" e "condivisione" dell'inclusione all'interno della scuola. Diverso per gli strumenti utilizzati, per i tempi e i ritmi di gioco.

Prima ho parlato di convinzioni ed alcune mi hanno accompagnato nel mio rientro a scuola, convinzioni che sono nate e maturate nel tempo, con il lavoro, con la ricerca, con la formazione.

Una prima convinzione è che l'integrazione - e tutto il lavoro a scuola- funziona se c'è un "gioco di squadra": se smettiamo di scaricare sull'altro il problema (al collega, all'insegnante di sostegno, all'AEC ...), se smettiamo di attribuire colpe (all'alunno, alla famiglia, al dirigente, all'amministrazione), se smettiamo di elencare ciò che manca a fronte di ciò che abbiamo.
La forza del gruppo - del team o della "rete" più ampia di persone che decidono insieme- di condividere le scelte, di tracciare il percorso, di prevedere i risultati è così grande da modificare la realtà.
Non c'è delirio di onnipotenza in questa mia affermazione ma aderenza alla realtà, attraverso scelte mirate e azioni sostenibili e funzionali.
Con il "gioco di squadra" la possibilità di raggiungere il risultato è molto alta!

La seconda convinzione, strettamente collegata alla prima, è che non c'è gioco di squadra se non si crea il "noi", se non c'è senso di appartenenza al gruppo che gioca insieme, dalla stessa parte. Coloro che continuano a tenere all'"io" fanno fatica a entrare in squadra, sono battitori liberi, hanno bisogno di salire sul podio da soli, sono disposti a ottenere il proprio riconoscimento a discapito degli altri. Anzi, gli altri non esistono, sono d'intralcio soprattutto se percepiti come "persone competenti". Gli altri sono pericolosi perché rischiano di "offuscare" la tua figura, così fragile, così vulnerabile e insicura. In questo gioco dell'"io" vale anche la bugia, il dichiarare ciò che non è vero, raccontare frottole, a volte convinti di ciò che si dice (ahimè!), a volte spinti dalla necessità di "manipolare" la realtà a proprio vantaggio, per fare bella figura! (inaccettabile!)

La terza convinzione - questa più recente, probabilmente affinata con l'età!- è che le persone che giocano con l'"io" e non con il "noi" non servono alla scuola italiana: non servono agli alunni (docenti che utilizzano seduzione e manipolazione per ottenere e mantenere riconoscimento), tantomeno ai genitori (non sono punti di riferimento adeguati perché l'interesse è spostato sul sé e non sull'altro di cui mi devo occupare professionalmente), figuriamoci a noi colleghi che abbiamo bisogno sempre più di condividere, di imparare a confrontare e negoziare punti di vista differenti, che abbiamo necessità di investire sulla "costruzione" di una identità della scuola in cui ci si riconosca non solo per mandato istituzionale ma e soprattutto per "l'indirizzo", per "la filosofia", per "la politica" scolastica che caratterizza quel determinato istituto scolastico a cui apparteniamo.

Capite bene, quindi, che scongiurato il pericolo di un gioco del "togliere e tagliare" incondizionato, la possibilità invece di continuare a "giocare fuori della classe" ma dentro la scuola con una funzione più psicopedagogica (realtà che si verificherà anche per il prossimo anno scolastico - come deliberato recentemente dal collegio dei docenti) rinforza le precedenti convinzioni e sollecita una maggiore responsabilità: le convinzioni vanno dichiarate "pubblicamente" (magari al collegio dei docenti) e i colleghi che giocano con l'esaltazione dell'"io" vanno smascherati e ricondotti, laddove possibile, ad un gioco di squadra dove le regole non tendono a "negare" il singolo individuo ma ad esaltarne la responsabilità individuale dentro, tuttavia, una cornice di riferimento che è appunto il "noi".
Si tratta di crescere e posizionarci ad un livello differente, più "elevato": la scuola, oggi, richiede maggiore professionalità ma anche e soprattutto un maggiore equilibrio personale, una crescita personale che lasci all'infanzia gli atteggiamenti egocentrici e ci fornisca gli strumenti per confrontarci come adulti che interagiscono dentro un sistema di relazioni che ha per vocazione il supporto alla crescita e alla formazione dell'altro.

Nella scuola dobbiamo occuparci degli allievi, bambini e adolescenti: è ora di smetterla di proteggere o meglio "mal sopportare" persone che fanno capricci o non sanno fare, e proprio perché non sanno fare "attaccano" piuttosto che chiedere, "distruggono" piuttosto che apprendere ... persone a volte adatte ad altro ... forse non all'insegnamento.

Per fortuna i docenti prevalentemente sono persone che possono "farcela", soprattutto se hanno l'umiltà di sentirsi dentro un processo di continuo miglioramento e la messa in gioco e la messa a disposizione dell'altro della propria esperienza non è legata all'esaltazione del sé ma ad uno spirito al servizio della comunità educante.
E' con questo spirito vi invito a leggere gli articoli che compongono questo numero della rivista, come tutte le esperienze raccontate fin qui nella nostra seppur "breve" ma intensa vita di rivista telematica di percorsi per l'integrazione.
Arrivederci a settembre

Manuela Rosci
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