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n.74 giugno 2017
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Non sono bravo!
Il legame tra emozioni ed apprendimento
di Ventre Angela - Inclusione Scolastica
L'anno scolastico è giunto al termine ed è il momento dei bilanci, delle riflessioni sul proprio lavoro, su come esso abbia contribuito a sviluppare nei nostri alunni, soprattutto quelli con difficoltà, le potenzialità, le competenze oggi richieste dalla società globale.
Il compito di ogni insegnante dovrebbe essere quello di mettere l'alunno al centro del processo di insegnamento-apprendimento, per garantire la piena formazione, l'autorealizzazione e il successo formativo. Eppure, in alcune circostanze, mi sono trovata davanti a situazioni paradossali: insegnanti che, invece di motivare, aiutare, stimolare in positivo i propri alunni, si sono focalizzati sulle loro difficoltà, mettendole in risalto e causando tensioni emotive tali da interferire negativamente sul processo e non solo.
Forse a questi insegnanti sfugge un particolare e cioè che ogni alunno ha una propria evoluzione cognitiva oltre che emotiva e che, non sempre, esse sono lineari e uguali agli altri. Ci sono quelli che, pur avendo un Q.I. nella norma, mostrano difficoltà di apprendimento e le cause non sono imputabili a handicap mentali gravi e definibili, ma sono riconducibili a diversi fattori, tra i quali quelli emotivo - motivazionali.
I Disturbi Specifici dell'Apprendimento sembrano essere la conseguenza dell'interazione di numerosi fattori di rischio e di protezione, che possono essere sia genetici, ambientali che emotivi. Questi fattori alterano il normale sviluppo delle funzioni neuropsicologiche producendo numerose manifestazioni comportamentali tipiche di tali disturbi e provocando la compromissione delle capacità di lettura, di scrittura o di calcolo. Esse possono essere più o meno gravi: da una semplice lentezza nella lettura, nella scrittura o nell'eseguire semplici calcoli a un'incapacità di decodificazione dei simboli alfanumerici o utilizzo delle procedure di calcolo.
Le ricerche, condotte negli ultimi trent'anni, hanno avvalorato l'ipotesi che la causa di tali disturbi sia multifattoriale. Secondo alcuni studiosi, tra cui Ramos (2003) la difficoltà nell'acquisizione della lettura è da attribuire a un deficit di tipo fonologico, cioè a una difficoltà nella percezione, nell'elaborazione e nella manipolazione dei suoni linguistici; invece, per Skottun (2009) e Osborne (1997), la causa della dislessia può essere attribuita a un deficit del sistema magnocellulare, a un'alterazione genetica dei cromosomi 6 e 15 e a fattori ereditari, come un consanguineo dislessico. Altre ricerche, inoltre, hanno dimostrato che esiste una relazione fra difficoltà di apprendimento e gli aspetti emotivo - motivazionali. Se l'alunno, in cui prevalgono tensioni, emozioni negative, ansia, frustrazione per un compito non riuscito e una scarsa autostima, non è adeguatamente supportato, stimolato, incoraggiato, queste finiranno per creare l'autoconvinzione di "non essere bravo", la demotivazione, il disinteresse nei confronti dello studio e delle diverse attività di apprendimento, generando il tanto temuto insuccesso formativo.
Quanto più faremo vivere all'alunno emozioni positive, creeremo un ambiente apprenditivo accogliente, stimolante, adeguato alle proprie capacità, tanto più lo aiuteremo ad apprendere, a crescere e di ciò noi dobbiamo essere i diretti co-protagonisti, artefici, responsabili.
Far apprendere agli alunni è nostro compito, ma alcuni insegnanti vivono questo come assoluto e, a volte, non sopportano di avere degli alunni che sembrano, ai loro occhi, proprio non aver volontà di imparare.
Il successo scolastico dipende da noi, dal nostro modo di relazionarci, di comunicare, direttamente o indirettamente, con loro. È necessario, dunque, un cambiamento di rotta, basta con la didattica tradizionale, bisogna dare spazio a una didattica inclusiva in cui tutti gli studenti siano parte attiva del loro processo di apprendimento.


Angela Ventre, docente di sostegno, IC "Alfieri - Lante della Rovere", Roma
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