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n.91 marzo 2019
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Oggi è il giorno:20 Aprile 2019 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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Non sono solo canzonette
Lettura e analisi di "Argento vivo" per riflettere sul ruolo delle agenzie educative
di Pellegrino Marco - Oltre a noi...
Immagine tratta da https://www.youreduaction.it/wp-content/uploads/2015/09/adhd-your-edu-action.png
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Il Festival di Sanremo unisce e divide: pochi dicono di seguirlo molti poi si ritrovano a parlarne.
Le canzoni sanremesi uniscono e dividono: "Non ci sono più le melodie di una volta, oggi si parla e si reppa".

La musica, fuori dagli schemi televisivi, dai voti, dalle classifiche e dalle giurie, ha bisogno del tempo giusto per essere apprezzata, interiorizzata, nel modo che ognuno ritiene più opportuno, al di là dei salotti e dei passaggi in Radio.
Le canzoni, composizioni di testo e note, sono a tutti gli effetti prodotti artistici, espressioni della vita umana, generatrici a loro volta di emozioni ed idee.

Nei decenni passati si andava alla ricerca della melodia piacevole, del motivetto da canticchiare nell'immediato, del suono dolce e italico da esportare. Negli ultimi anni le parole hanno preso il sopravvento, a danno (così pensano i nostalgici) delle belle note, delle dolci sonorità, per cui si canticchia di meno e c'è bisogno di comprendere di più le parole e di cogliere i messaggi di cui sono portatrici: sarà anche questo il motivo della disaffezione dei passatisti devoti a "Nel blu dipinto di blu..."? Sicuramente le nuove generazioni di ascoltatori sono inclini al ritmo cadenzato della musica, accompagnato dal profluvio di parole concatenate in una sequenza rapida quasi impossibile da riprodurre; le parole stesse sono già ritmo, musica; gli autori vanno alla ricerca di figure ed espedienti tecnico-linguistici, per cui il significante è di per sé significato e la successione di fonemi è studiata a tal punto da suggerire e suscitare pensieri e stati d'animo: ciò che da secoli fa la poesia.

L'ultimo Sanremo è stato uno dei "più giovani", seguito da tanti adolescenti e reso oggetto di costanti visualizzazioni e socializzazioni, "internettianamente" parlando. Tra le canzoni presentate, una riguarda molto da vicino la Scuola, anche se in un modo non proprio esplicito: "Argento vivo" di Daniele Silvestri


In questo articolo vorrei provare a fare un'analisi del testo, che narra di un adolescente nella morsa della vita, fatta di tempi e di luoghi che hanno inciso e continuano ad incidere sulla sua personalità.

"Ho sedici anni
Ma è già da più di dieci che vivo in un
carcere
Nessun reato commesso là
Fuori
Fui condannato ben prima di nascere
"

"Costretto a rimanere seduto per ore
Immobile e muto per ore
Io, che ero argento vivo...
Questa prigione corregge e prepara una
vita
Che non esiste più da almeno vent'anni
..."

Di quale carcere si parla? Dove e perché il ragazzo è costretto a rimanere muto e seduto per ore?
Si sente imprigionato pur non avendo commesso nessun delitto, costretto a vivere in un luogo che sembra prepari alla vita, ad una vita che non esiste più.
Questi pochi versi ritraggono uno spaccato di realtà, in cui uno studente, che genericamente definiremmo "iperattivo", avverte una sensazione di inadeguatezza e di incomprensione.
Nella canzone è velata ma percettibile la denuncia ad un contesto, presumibilmente scolastico o formativo in generale, che soffoca e prepara ad esperienze che poi nella realtà non ci sono: il silenzio, l'immobilità, la ripetitività sono elementi di condotta e di giudizio che ancora caratterizzano la Scuola, a volte in modo schiacciante, e che non trovano riscontro nella vita vissuta, più complessa, stimolante, dinamica, partecipata e multisensoriale.

"Sono fiori e scarabocchi il mio quaderno
Uno zaino come palla al piede
Un'aula come cella
Suonerà come un richiamo paterno
Il mio nome dentro l'appello
E come una voce materna
La campanella suonerà"


Quanta scuola c'è in questi versi?
Il quaderno è usato come piano di sfogo artistico ed espressivo.
Lo zaino è un peso, ma il riferimento non è all'oggetto materiale (e la similitudine lo spiega): dovrebbe contenere speranze e sogni ma è una zavorra piena di sassi, che affatica, che rallenta la corsa, che andrebbe rimpinguato gradualmente e rinnovato, invece è precostituito, predeterminato, sempre uguale a se stesso, tranne in quei momenti quotidiani in cui si avvicendano materie e strumenti di lavoro.
L'aula è una cella: non servono commenti aggiuntivi.
L'appello è l'atto iniziale di riconoscimento, forse uno dei pochi, in cui ognuno ha un nome e cognome, scevro da etichette e giudizi, è un atto di amore, appunto accostato al richiamo di un padre. La campanella è la madre liberatrice, che consola, che allevia le pene, che fa da intervallo tra un dolore e l'altro e tra stati d'animo in subbuglio.
Questi versi esprimono il bisogno di trovare un punto di incontro tra scuola e famiglia; il ragazzo associa figure genitoriali ad elementi del contesto scolastico: il padre rappresenta le radici e l'appartenenza, la madre il conforto e l'accoglienza disinteressata.

"Però la sera mi rimandano a casa, lo sai
Perché io possa ricongiungermi a tutti i miei cari
Come se casa non fosse una gabbia anche lei
E la famiglia non fossero i domiciliari"


A completare lo schema triangolare (società, scuola, famiglia), c'è il luogo domestico che dovrebbe fare da collante e da porto di sicuro, da cui ripartire e in cui rientrare, ma che invece rappresenta un'altra gabbia, in cui si è sempre incompresi e limitati.

"E mi mantengo sedato per non sentire nessuno
Tengo la musica al massimo
E volo
Che con la musica al massimo
Rimango solo
"

La musica è il rifugio, è il farmaco che calma, che interrompe per qualche minuto l'incongruente iperattività, che placa gli impeti di un'età fluida ed esplosiva, che tiene in contatto con se stessi, tra una fittizia relazione umana e l'altra.

"Avete preso un bambino che non stava mai fermo
L'avete messo da solo davanti a uno schermo
E adesso vi domandate se sia normale
Se il solo mondo che apprezzo
È un mondo virtuale
Io che ero argento vivo, dottore
Io così agitato, così sbagliato
Con così poca attenzione
Ma mi avete curato
E adesso mi resta solo il rancore"


Nei versi sopra riportati, è chiaro il riferimento alla tele-dipendenza, al rapporto con i mezzi di comunicazione di massa, che viene tanto vituperato e demonizzato dagli adulti, che però, nel concreto, non fanno da esempio e, anzi, sono gli stessi a generare disfunzioni e disadattamenti. Il mondo virtuale è un'altra gabbia, dopo la scuola e la famiglia.
Si cercano cure, mezzi, ambienti e altre soluzioni per affrontare una situazione problematica, o pseudo tale, che avrebbe bisogno di essere "sanata" con la relazione autentica, diretta, fondata sulle emozioni, sulla sincerità, sull'onestà intellettuale e spirituale, sul riconoscimento e l'apprezzamento della persona in quanto tale.

"Mentre mio padre mi spiega
Perché è importante studiare
Mentre mia madre annega
Nelle sue stesse parole
Tengo la musica al massimo
Ancora"


Gli adolescenti sono subissati di parole, spiegazioni, previsioni a lungo termine, anatemi, diktat, avrebbero bisogno "solo" del silenzio di un abbraccio, di un gesto d'amore non spiegato, di un consiglio spassionato, di una voce sicura e rassicurante, che insegna, che motiva, che si stacca dalla realtà materialistica, utilitaristica, dai risultati, dai voti, dalle valutazioni semplicistiche, dalle classificazioni che invalidano più delle invalidità conclamate.
La musica continua a rimanere l'unica via di scampo, generatrice di suoni misti e confusi che ne abbattono altri, che frastornano a tal punto da impedire l'ascolto dei suoni interni e di quelli esterni, singoli e stonati.

"Con un bambino distratto davvero è normale
Che sia più facile spegnere
Che cercare un contatto
Io che ero argento vivo, Signore
Io così agitato, così sbagliato
Da continuare a pagare in
Un modo esemplare
Qualcosa che non ricordo di avere mai fatto"


Questi ultimi versi sono una sintesi e allo stesso tempo un'auto-diagnosi che non dà adito a fraintendimenti: la distrazione, il movimento continuo, l'iperattività sono vissuti come colpa, come onta, come prezzo da pagare, perché aspetti di una vita "anormale", "sbagliata", in cui ci si ritrova soli, fuori dai contatti; si spengono così (il verbo "spegnere" potremmo inserirlo nel già corposo campo uditivo presente nel testo) le relazioni e si espia un peccato non commesso, un errore di cui non si ha consapevolezza, che rimane pendente sulla testa del ragazzo, fino a quando non verrà qualcuno a liberarlo, oltre alla Musica.


Marco Pellegrino
Docente di sostegno presso l'IC "Maria Montessori" di Roma e formatore sulla didattica inclusiva e per competenze
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Sono presenti 8 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito mercoledì 27/03/2019 ore 11:37 da Mariateresa Ciampa
Canzone molto bella che, in maniera non sempre esplicita, lancia numerosi spunti di riflessione su come la scuola possa essere vissuta dall'altra parte della cattedra. A noi docenti spetta la sfida di trovare strategie e metodi motivanti e dinamici, trasformando quella che a volte viene percepita come una cella in una officina di idee, un luogo non statico che non etichetta né esprime giudizi, dove ciascuno riesce ad esprimere l'argento vivo che ha addosso.
inserito martedì 26/03/2019 ore 14:51 da Chiara Bardi
Il rispetto dell'individualità diventa un valore sempre più difficile da preservare in una società che ci vuole omologare. Gli obiettivi rigidi, le aspettative non modellate sulle proprie capacità, le abitudini imposte, tendono ad annullare la volontà personale e a rendere i ragazzi oppressi e stressati fin da bambini. Dovremmo sia come genitori che come docenti imparare a comunicare, vedere la diversità come un valore aggiunto e guidare senza interferire nel percorso di vita e di crescita dei ragazzi.
inserito lunedì 25/03/2019 ore 21:04 da GIULIA R. STUPPIA
Articolo molto interessante che sensibilizza e fa riflettere sul messaggio di un testo di denuncia, carico di negativitá. Al docente spetta un ruolo sempre più difficile: comprendere gli alunni, modificare i propri schemi, se necessario, e trasmettere innanzitutto energia positiva.
inserito domenica 24/03/2019 ore 23:05 da Rosa Maria Di Franco
Sono molto forti le parole di questa canzone che ci fanno molto riflettere...Purtroppo viviamo in una società dove i sentimenti vengono accantonati e gli adulti hanno sempre fretta di adempiere i loro doveri o di pensare alle loro esigenze e non hanno tempo di ascoltare i giovani che chiedono un pò di considerazione... La scuola pone al centro le esigenze degli alunni ma anche le insegnanti a volte dimenticano queste cose e sono persi nella meccanicità dei loro gesti e delle loro azioni....Si dovrebbe fare una riflessione sulla realtà che circonda questi ragazzi e con grande senso di responsabilità migliorare l'organizzazione scolastica per portare un contributo alla realizzazione di essi per il miglioramento non solo della loro vita ma anche a quella di chi gli sta vicino...La suola dovrebbe cooperare con le famiglie per il bene dei ragazzi...
inserito domenica 24/03/2019 ore 16:46 da Manuela Rodriguez
Appena ho ascoltato la canzone a S Remo, ho subito riconosciuto il disagio di un bambino/ragazzo che si è sempre sentito sbagliato a causa di una scuola troppo lontana dai suoi bisogni, dalle sue esigenze, da richieste troppo irraggiungibili per lui. Io credo che la scuola di oggi sia sempre più lontana dai bambini o ragazzi ad esempio per quanto riguarda i tempi in cui vivono: abituati sin da piccoli ad avere molti stimoli e ad interagire in maniera veloce, spesso troppo infatti tale eccesso può diventare causa di superficialità e di stress. Ma la scuola oggi si pone ancora con metodi didattici troppo arcaici, ancora troppi sono gli insegnanti che spiegano per ore lasciando che i propri alunni si addormentino o evadino con le loro menti lontano dall'aula. Pensiamo ancora di più alle difficoltà di tutti quei bambini con difficoltà, ad esempio agli iperattivi come nel testo della canzone, costretti a stare seduti immobili e in silenzio per ore, ad essere ripresi perché arrecano fastidio alla classe e all'insegnante. Invece dovremmo cercare strategie di insegnamento più adatte alle molteplici esigenze dei bambini che troviamo in una classe, davvero il loro zaino dovrebbe essere non solo un peso, ma ancor prima una sacco magico da cui ogni giorno i bambini possano far uscire lezioni avvincenti, curiosità, partecipazione, emozioni... tesori fondamentali per un apprendimento efficace. Concordo con l'immagine che la classe è ancora oggi putroppo ancora vista come una gabbia dove nulla è a portata di bambino, nulla è confortevole o realmente accogliente. Una gabbia in cui si è incatenati ad una sedia e più si limita la capacità espressiva di questi bambini iperattivi e più si fa fuoriuscire l'argento vivo che è in loro.
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"Argento vivo"
 

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