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OK, je suis Charlie... e poi?
Un'occasione persa dalla scuola
di Paci Lucia Giovanna - Orizzonte scuola
Fino a qualche giorno fa, sulla home page del sito del liceo di mia figlia, campeggiava una grande foto dei ragazzi della scuola, con le matite in mano, che reggevano uno striscione in cui dichiaravano "Je suis Charlie".

Per scattare la foto era stato organizzato un flash-mob, come si fa oggi, cioè un evento, che dovrebbe avere la caratteristica di essere improvviso e breve e avere una forma forte, chiara, particolare, perché il messaggio che si vuole comunicare sia efficace ed incisivo, ad esempio, il ballo, un coro o forme simili.

In una scuola l'improvvisazione non può essere del tutto tale, soprattutto se si gestiscono più sedi e un migliaio di studenti, ma la brevità c'è stata, decisamente: si sono radunati giusto il tempo di fare la foto e la cosa è finita lì!

Ora non so cosa sia accaduto all'interno delle singole classi,con il professore di turno eventualmente intenzionato a trattare il tema,a volerlo dibattere e approfondire e non nego che sia stato fatto - in classe di mia figlia, solo una professoressa ha "perso" la sua ora per parlarne - ma la mia perplessità riguarda la scelta della scuola come dirigenza.

Figuriamoci se posso non condividere che i ragazzi si schierino e vengano fatti schierare a favore della libertà di espressione e di quella di stampa, ma dopo il proclama, a scuola io ragazzo devo avere la possibilità che qualcuno faccia funzionare il mio spirito critico! Una volta convocati i ragazzi, sull'onda emotiva del flash-mob, che a loro certamente affascina, poi devono essere invitati a riflettere!

Sarebbe potuto venire fuori, allora, che dopo aver sancito il diritto di espressione libera di ognuno, ci si potrebbe ricordare che la parola diritto è l'altra faccia della parola dovere, il dovere, per esempio, di rispettare la sensibilità altrui e non solo quella, ma anche la fede, le credenze, gli ideali!

Si sarebbe potuto ragionare sulla portata della parola libertà, perché questo è un tema molto caro agli adolescenti, che credono, tout court, che essere libero significhi essere in grado di fare tutto ciò che si vuole! Si sarebbe potuto, così, far arrivare l'idea che non esiste vera libertà se non c'è accoglienza dell'altro, con la sua diversità e appunto sensibilità, perché, dov'è la libertà di chi arriva, col suo bisogno e la sua intenzione, a ferire l'altro, a ridicolizzarlo, a insultarlo? E' proprio il senso del limite che dà valore all'idea stessa di libertà e il limite si impara sul discernimento, che ti fa capire che la tua libertà finisce dove comincia quella dell'altro! Sarebbe una manna che un ragazzo potesse ragionare su questo, in un mondo dominato dai social, dove tutti si sentono liberi e autorizzati a dire di tutto e dove gli istinti più brutali trovano libero sfogo nella maniera più becera e incontrollata!

Si sarebbe potuto definire insieme qual è il confine tra la satira e la blasfemia, così da poter andare in positivo e capire cosa il sentirsi libero non dovrebbe prevedere. Se non vado in giro a bestemmiare, credente o meno che io sia, è perché mi pongo un limite morale, che è comunque di libertà, perché se bestemmiassi farei qualcosa di assolutamente gratuito.

E avrei voluto che si aggiungesse che, se mi affermo come "Charlie", faccio mio un principio che deve trovare applicazione nel mio quotidiano, con chi non sopporto, con chi esagera e con chi corre sul filo dell'impopolarità, proprio in nome di quel principio di libertà che chiede coerenza e rispetto.

Altrimenti, io non sono che un "proclamatore", come va molto di moda, oggi, come anche a scuola ho potuto, ahimé, sperimentare!

Lucia Giovanna Paci, genitore
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