Ancora galvanizzata dalla "scoperta" che la scuola possibile esiste già, mi sono scontrata in questo ultimo mese con un aspetto di questo discorso che, a dispetto di ciò che forse non va costruito perché già esistente, bisogna invece tenere ben presente parlando di scuola possibile: "il gioco delle parti", il rapporto che le componenti principali della scuola, genitori e insegnanti in primo luogo, devono avere perché essa funzioni. Mi ripeto, forse, è un po' il discorso fatto sul "patto di corresponsabilità educativa", ma parte da un punto di vista meno teorico e più vissuto e interno.
Qual è la qualità della relazione che un genitore attento, partecipe e responsabile del percorso educativo del proprio figlio deve avere con un insegnante?
È la domanda su cui mi vado interrogando. Mi pongo questo interrogativo, perché, oltre a sentire fortemente la responsabilità educativa nei confronti dei miei figli, sono una persona che partecipa molto attivamente alla loro vita scolastica, concedendomi con generosità, a livello intellettuale e "fisico" , direi, ed entro facilmente in relazioni profonde, vere e intime, nel senso di totali e totalizzanti con gli insegnanti, che considero mie controparti. Si creano, così, rapporti che somigliano, se non lo sono proprio, a rapporti di amicizia, intendendo per amicizia una relazione vera, che si fonda sulla fiducia, la stima e il rispetto, un comune sentire e volere, al di là delle differenze caratteriali o comportamentali. Creo delle parentele.
"L'esercizio del sapere crea delle parentele, delle continuità, degli affetti, ci fa conoscere alcuni genitori oltre a quelli carnali e ci fa vivere di più...stabilisce un filo continuo, che va dalla nostra infanzia a oggi", scrive Umberto Eco.
So di quali parentele parla Eco, di quale filo continuo, ma mi piace "usare" le sue parole per descrivere il legame che mi unisce certo non alla totalità, ma ad alcuni degli insegnanti dei miei figli. Come accade con un parente, provo un senso di appartenenza, mi riconosco e mi sento parte: parte di un lavoro, di un progetto, di una scuola possibile. E come con un parente, però, mi capita di dissentire, di non essere d'accordo, nella forma non nella sostanza, e, purtroppo però, proprio come accade con alcuni parenti, capita che non posso dirlo, perché non trovo chi è disposto ad ascoltare, a riflettere, a mettersi un po' in discussione, perché, proprio come con alcuni parenti, prevalgono le intemperanze dell'indole e non i legami e i progetti. E chi fa le spese di questa difficoltà di relazione è il motivo stesso e fondante di questa relazione, cioè mio figlio o il figlio di qualcun altro. Perché di una relazione genitore-insegnante inquinata da una parentela distorta, ne risente chi è il fine di questa relazione!
Allora, mi viene da dire che non può esserci nessuna "parentela" tra insegnanti e genitori, né pregressa né costruita. Bisogna giocare dei ruoli, con il distacco, la freddezza e l'equilibrio che accompagnano alcune delicate missioni. Noi genitori siamo una specie variegata ed eterogenea: acculturati, ignoranti, progressisti, retrogradi, anticonformisti e stravaganti o borghesi e allineati; andiamo in giro in tailleurs o in treccine afro e tatuati, ma ci aspettiamo tutti la stessa cosa dalle nostre controparti di una scuola possibile: che siano "professionisti della formazione", non lavoratori della conoscenza, che lavorino, quindi, su un altro versante, insieme a noi, in un intento comune e con volontà di scambio e confronto veri, con la professionalità, l'intento, l'equilibrio di chi si è preparato e formato al mestiere di formare.
Lucia Giovanna Paci Genitore nel IV Municipio - Roma
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