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n.17 novembre 2011
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Parlare bene e scrivere bene: due aspetti di una stessa medaglia?
C'è di mezzo il patrimonio familiare!
di Traversetti Marianna - Integrazione Scolastica

In tutti gli ambiti di esperienza della vita quotidiana, così come di quella scolastica, il bambino, lo studente, è impegnato consapevolmente, ma anche indirettamente, nell'azione di sviluppo umano e formativo che volge verso l'organizzazione del proprio pensiero e determina, nel contempo ed unitariamente, l'impostazione del proprio apprendimento (ascrivendo l'attenzione alla scuola) e la crescita e l'implementazione delle abilità sociali (riferendosi al campo esperenziale, personale e, appunto, sociale).

Vivere nel contesto comunitario (inteso quale sistema di ambiti propri della vita personale, familiare, scolastica e professionale) significa tradurre le proprie competenze in termini di efficacia comunicativa; è, infatti, il processo comunicativo che diviene l'intento ed il mezzo per interagire in modo proficuo con l'altro e, soprattutto, per indagare la propria identità e per renderla intellegibile. Tutti noi siamo avvolti nella dimensione relazionale che esige interventi diretti con gli oggetti della realtà che ci circonda, con le persone che la abitano e con gli elementi esterni ed esteriori che le dinamiche di: socializzazione, relazione, apprendimento formale, non formale ed informale richiedono per avanzare nel contesto di costruzione del dialogo. Il linguaggio è il codice di riferimento e la chiave di volta che apre le porte al sistema di comunicazione, relazione, istruzione e formazione.

Il dibattito pedagogico attuale, influenzato dalle incidenze procedurali e strutturali proprie della società globalizzata ed imperniato delle interferenze derivanti dall'evoluzione, a livelli stratosferici, della comunicazione ed informazione "tecnologizzata" (mi si passi il termine), richiama necessariamente una riflessione ad ampio raggio, che prende le mosse dall'osservazione del mutamento che il processo stesso di sviluppo del linguaggio, nel suo complesso, ha operato.
Le condizioni dell'allievo immerso in un mondo di stimoli visivi ed uditivi, pieno di strumentazioni che lo sostengono e lo facilitano nella lettura del mondo stesso e nella sua decodifica, esige un riferimento al rapporto tra le potenzialità linguistiche di un individuo e le competenze (relazionali e comunicazionali) che quello stesso individuo può "potenzialmente" raggiungere.
Si dice che il bambino, il ragazzo, lo studente che legge molto parli, di conseguenza, molto bene, in termini di appropriatezza sintattica e ricchezza lessicale; si dice anche che chi ha imparato a parlare "presto e bene" parlerà ancora meglio in età adulta ed ancora più facilmente.
Personalmente, ritengo che le questioni qui citate siano solo in parte corrispondenti alla realtà delle cose.

Sicuramente, una didattica scolastica incentrata sulla promozione alla lettura (magari anche attraverso la sperimentazione dei testi alternativi ai libri di testo) può orientare un alunno ad una più adeguata capacità di comprendere il linguaggio, ma non è sempre detto che l'alunno medesimo sia capace di utilizzare contestualmente e correttamente l'elemento lessicale di cui ha capito il significato (perché calato nell'ambito di una situazione esperita, o letta, o vista). Di studenti molto intuitivi ed intelligenti ne conosciamo tanti, come quelli che colgono immediatamente sfumature di significato, metafore linguistiche o messaggi impliciti, ma quanti di questi sfaccettano, nelle situazioni quotidiane di diverso genere che la vita personale e scolastica presenta loro, l'abilità di adottare nei nuovi contesti il patrimonio linguistico che hanno immagazzinato?

Talvolta, infatti, gli allievi più brillanti sul piano cognitivo, che hanno quindi una buona comprensione, non sono capaci di ordinare (pensiamo alla metafora dell'armadio, in cui dentro c'è tutto quello che può servire per vestirci, ma dove non vi sono scaffali razionalmente organizzati) le proprie idee e di selezionarle all'uopo nell'ambito di una formalizzazione verbale corretta e ricca dal punto di vista lessicale.
In questo caso, l'alunno non ha pienamente interiorizzato ciò che, comunque, ha pienamente compreso nel momento stesso in cui ha appreso un termine nuovo o il significato di questo.
La lettura è senz'altro un prezioso contributo allo sviluppo delle abilità integrative del linguaggio, ma non sempre un accanito lettore corrisponde anche ad un bravo oratore. Di esempi ce ne sono moltissimi anche nel mondo letterario od accademico, oppure giornalistico o televisivo: quanti autori di romanzi o saggi, quanti politici, quanti conduttori e speacker, noti e pregevoli, in realtà, palesano un linguaggio verbale grammaticalmente scorretto (i famosi "strafalcioni" sono ormai all'ordine del giorno, per non parlare poi della consecutio temporum!).

Sicuramente, senza andare troppo oltre nel nostro approfondimento, si parla di ricchezza lessicale quando uno studente possiede una varietà linguistica contestualmente corrispondente all'uso che di essa fa nell'ambito delle situazioni comunicative di diverso genere in cui è coinvolto.

La ricchezza lessicale, sul piano della produzione verbale, non è qualcosa che si insegna principalmente a scuola, ma piuttosto è insita nel patrimonio innato che la famiglia dell'allievo genera all'interno dei suoi sistemi di relazione operanti nello svolgersi delle dinamiche comunicative di vita vissuta.
Nel senso che, una buona didattica od un buon insegnante può senz'altro far progredire il proprio alunno sul piano dell'accrescimento del suo vocabolario, ma non sarà mai in grado, da solo, di riempire nella sua interezza un patrimonio che familiarmente non è già abbastanza nutrito.
Inversamente, però, una buona didattica della lingua italiana può permettere, anche all'allievo che dal punto di vista lessicale e più prettamente linguistico non possiede un variegato e corretto bagaglio di termini e significati, di imparare a scrivere usando tecniche di utilizzazione appropriata e contestuale di: sinonimi, contrari, espressioni idiomatiche varie e molteplici.
In sostanza, esiste l'insegnante capace di insegnare all'allievo più socialmente deprivato come si scrive in modo corretto (in termini di ortografia, lessico e sintassi), ma non esiste tout court l'insegnante che modifichi sensibilmente ciò che è naturalmente parte del talento di ciascuno (forse, questa, è l'unica eccezione delle straordinarie possibilità che un buon insegnamento offre all'apprendimento).

Leggendo questo articolo dal punto di vista del docente, allora, bisogna gettare la busta?
Non potrei mai sostenere un'affermazione simile, perché le sperimentazioni didattiche più appropriate per lo sviluppo della ricchezza lessicale, come: la drammatizzazione, la lettura animata, la scrittura creativa costituiscono gli elementi portanti a questo fine; tuttavia, per questo particolare aspetto di cui qui si tratta, gli insegnanti devono accettare il fatto che esso stesso sancisce dei vincoli e dei limiti al suo stesso trend di sviluppo.
Come si gioca la partita?
Sfidando l'ereditarietà del saper parlare ed adottando forme di azione educativa e didattica che, comunque, perseguano il massimo livello di capacità linguistica proprio di ogni alunno.

Marianna Traversetti, Docente IC Perazzi - Roma
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