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n.47 novembre 2014
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Progetto MUS-E: una boccata d'ossigeno anche a Garbatella
L'intercultura riguarda le diversità in senso lato.
di Audino Francesca - Intercultura
Quello che segue è uno scritto che risale a qualche anno fa, quando, per la prima volta, ebbi l'opportunità, come insegnante, di far partecipare le mie classi al Progetto Mus-e, un Progetto internazionale che utilizza l'arte come strumento d'integrazione nelle scuole primarie.
Mi è tornato in mente, in quest'occasione, perché a mio avviso mette bene in evidenza come il linguaggio dell'arte può riuscire, tra le altre cose, ad incidere sul senso d'identità e l'accrescimento dell'autostima.

La scuola in cui insegno, nel quartiere Garbatella, non ha una particolare presenza di bambini stranieri, tuttavia, il bambino protagonista del racconto, come si vedrà, pur non essendo un migrante, ne' un bambino con difficoltà di apprendimento, rivelava un forte bisogno d'integrazione nel contesto classe a conferma del fatto che l'intercultura non va intesa solamente rispetto alle differenze etniche, ma riguarda le diversità in senso lato.

Progetto MUS-E: una boccata d'ossigeno anche a Garbatella.

Quest'anno ho avuto la fortuna di far rientrare le mie classi (due seconde elementari di una scuola Statale nel quartiere Garbatella, a Roma) nel progetto MUS-E, un progetto europeo che si propone di utilizzare l'arte come strumento per l'integrazione.
A condurre il progetto sono state Patrizia e Paola, due artiste molto diverse tra loro: in maniera decisamente riduttiva (perché come al solito è il come si fanno le cose che determina la vera differenza), potremmo dire che una ha privilegiato un lavoro grafico pittorico e l'altra un lavoro sulla presa di coscienza di sé e dell'opera d'arte.



Patrizia ha presentato tre grandi pittori per ognuno dei quali ha suddiviso il lavoro in tre momenti: ascolto di cenni biografici e di alcuni aneddoti; invenzione di una storia illustrata da alcune opere scelte ad hoc e proiettate in aula video; spiegazione e messa in pratica di una tecnica utilizzata dall'artista con successiva creazione da parte dei bambini di opere nella fattispecie "alla Matisse", "alla Klee" o "alla Picasso".
I risultati, in termini di immagini prodotte dai bambini, sono stati sorprendenti!
Il secondo momento, quello della proiezione dei quadri veniva spesso arricchito da giochi che avevano lo scopo di coinvolgere maggiormente i bambini nella fruizione delle opere proposte: grazie a come Patrizia muoveva i lucidi, Mirco ha avuto la sensazione di arrampicarsi veramente su delle case di Klee; la bacinella con l'acqua che veniva fatta muovere sotto il proiettore faceva sembrare realmente che il pesce d'oro di Matisse stesse nuotando e così via.

Con Paola, invece, il lavoro era più improntato ad una fruizione dell'opera come luogo in cui identificare uno spazio, dei personaggi e una storia. Ai bambini è stato richiesto di osservare dei quadri con maggiore attenzione di quanto non siano abituati a fare. Anche in questo caso, la carta vincente è stata rappresentata dall'esperienza diretta: i bambini sono stati invitati a raccontare e raccontarsi, a riprodurre con il proprio corpo dei rapporti spaziali, a creare e ad apprendere delle sequenze ritmiche. Ho trovato particolarmente efficace il lavoro sulla coscienza di sé che partiva dal racconto della propria famiglia.
La richiesta era: "Descrivete la vostra famiglia: da chi è composta, che lavoro fanno i vostri genitori, quali sono i loro gusti e cosa vi piace fare quando siete insieme". Giorgia: "Papà trasporta le carni e ama guardare le partite in televisione, mamma fa la casalinga e le piace andare per negozi. Quando siamo insieme ci piace portare fuori il cane o andare a mangiare la pizza". Valerio: "Papà fa il portantino in ospedale e mamma fa la mamma. A papà piace guardare la televisione e a mamma cucinare. Insieme andiamo a Torvaianica al mare". Mirco: "Mamma lavora alle poste di notte e papà lavora in un ufficio di giorno. Ci piace andare in bicicletta". Giulia: "Papà fa il benzinaio e mamma non lavora perché siamo tre bambini.. Insieme ci piace andare a Gardaland". Daniele: "Papà lavora come cassiere in un supermercato e gli piace guardare le partite in televisione" Alt! Il mio ascolto si fa più attento, infatti Daniele, per quanto ne so, non conosce il padre "mamma non lavora e le piace cucinare". La madre di Daniele, una delle poche con cui ho confidenza, a differenza della maggior parte delle madri dei miei alunni, lavora come libera professionista e insegna yoga e, per quel poco che la conosco, corre sempre di qua e di là e non riesco proprio ad immaginare come trovi il tempo per esprimersi nella cucina (magari mi sbaglio!).

Come mai Daniele che senza dubbio è uno dei bambini più brillanti della sua classe, si vergogna del lavoro della madre e sente il bisogno d'inventarsi una famiglia inesistente e agli occhi di un adulto non necessariamente esaltante?


La risposta è banale: pur di sentirsi più simile ai suoi compagni farebbe questo ed altro. Garbatella, il quartiere in cui si trova la mia scuola, è come un paese in cui tutti si conoscono e sanno tutto di tutti; chi canta fuori dal coro è subito riconoscibile. Questo quartiere un tempo era considerato periferico, una ex borgata. Oggi i prezzi delle poche case in vendita sono aumentati (i magnifici lotti, di proprietà degli enti, difficilmente vengono messi in vendita) e alcuni gruppi societari importanti (Repubblica per fare un esempio) vi si sono stabiliti. Detto questo, l'identità del quartiere continua ad essere fortemente popolare.

La mamma di Daniele più di una volta si è lamentata che Daniele secondo lei potrebbe fare di più e meglio ma, se paragonato al resto dei compagni, lui è sempre quello che vanta più esperienze da raccontare, che viaggia di più, che legge di più e si esprime meglio. Facciamo un flashback e torniamo al laboratorio: mi avvicino a Daniele e gli chiedo: "Ma tua madre non insegnava Yoga?" "E' vero", mi risponde un po' spiazzato "me ne ero dimenticato!".
All'uscita da scuola, in un momento in cui il bambino si distrae, riferisco alla madre l'accaduto. Lei è sorpresa, nega di avere un compagno che corrisponde all'identikit proposto dal figlio e dice che l'assenza del padre fino a quel giorno non aveva mai presentato problemi per il bambino. Mi chiede cosa fare. Io le consiglio di cercare di far capire al figlio che alcune differenze nello stile di vita rispetto ai compagni possono essere considerate dei punti di forza, mentre potrebbe cercare di cedere su alcune omologazioni meno importanti come ad esempio il costume da Spider man al posto di uno più originale per Carnevale.
Evidentemente i due si parlano e Daniele rifà il compito sulla descrizione della famiglia. Il giorno in cui deve leggerlo in classe, in piedi su una sedia, è molto agitato tanto da accusare addirittura mal di pancia. Dover rettificare delle informazioni così importanti non è cosa da poco. Al dunque se la cava benissimo. Gli altri bambini accettano di buon grado la nuova versione e lui alla fine si sente felice e decisamente alleggerito.

Quest'esercitazione, per i tempi e i modi in si è svolta, ha permesso a Daniele di sciogliere un nodo importante rispetto alla sua identità. Si è mostrato alla classe in modo onesto, rivelando le sue differenze socio culturali ed è stato accettato. A scuola abbiamo anche parecchi bambini rom e stranieri, ma ho trovato più interessante, una volta tanto, raccontare un caso d'integrazione di un bambino "normale".

Assetati come sono di movimento e felici di poter evadere dai banchi, i bambini si sono mostrati molto coinvolti e, onestamente, non credo che le stesse attività avrebbero potuto essere improvvisate con altrettanta efficacia da noi insegnanti. Penso, al riguardo, che il dialogo/confronto con professionisti esterni al mondo della scuola rappresenti una boccata d'ossigeno sul piano della didattica perché quasi sempre la motivazione e l'emulazione di validi modelli rappresentano la molla principale per l'apprendimento.

Francesca Audino, Scuola Garbatella - Roma


http://www.mus-e.it/
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