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n.16 ottobre 2011
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Programmare la programmazione è possibile?
La messa a punto della programmazione nel nostro sistema scolastico.
di Nucera Roberto - Sotto la lente
La necessità di trovare una correlazione tra quelli che erano un tempo i programmi e le esigenze della comunità scolastica, fa da preludio all'esigenza di organizzare, pianificare e verificare le tante componenti educative e didattiche che trovano, all'interno della scuola, un loro canale di espressione.

Saranno gli anni settanta che daranno un'impronta netta dovuta, per rubare un termine alla discografia, ad una new entry che darà un nuovo ritmo e segnerà le nuove battute al modo di fare scuola.
Si è cercato da lì in avanti di trovare il modo -resto sul tema sonoro- di rimanere dentro uno spartito musicale e che ha permesso di combinare gli accordi giusti di diversi elementi, ogni singola nota con la sua peculiarità, riuscendo insieme a dare un senso e armonia -almeno questo è il tentativo- nel loro essere ordinate e sparse allo stesso tempo, al componimento finale che verrà chiamato programmazione.
Tale concetto lo si è ritrovato, infatti, per la prima volta nell'art.4 del D.P.R. del 1974, anche se alcuni anni più tardi (L. 517/77) è entrato in maniera più incisiva nell'organizzazione scolastica, rappresentando una delle prime azioni che il collegio ha dovuto operare; mi preme sottolineare in quest'ultima l'importanza dell'integrazione degli alunni in situazione di handicap in cui venivano adottati una serie di accorgimenti anche nella pratica programmatica.
Questo fa comprendere come la prassi della programmazione si è fatta strada progressivamente all'interno del sistema scolastico italiano partendo dai programmi della scuola media (D.M. 9 febbraio 1979) per arrivare dapprima a quelli della scuola elementare, trovando in essi il suo "...valore determinante per il processo innovativo..." (D.P.R. 12 febbraio 1985, n. 104), mettendo in prima linea il soggetto che apprende ("...il programma possa essere svolto muovendo dalle effettive capacità ed esigenze di apprendimento degli alunni") e, infine, agli orientamenti per la scuola materna (D.M. 3 giugno 1991) divenendo sempre più significativa e consistente all'interno di ogni ordine di scuola.

Prima di entrare nel vivo della definizione è importante fare una distinzione tra la programmazione educativa e quella didattica. Entrambe confluiscono in quello che oggi viene chiamato con l'acronimo P.O.F., Piano dell'Offerta Formativa (D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275), ma già in passato avevano avuto una loro collocazione all'interno della Carta dei servizi scolastici, nella quale veniva riportato che la prima, quella educativa, era di competenza del collegio dei docenti e quest'ultimo doveva tradurre in pratica e in operatività le finalità dei programmi ministeriali; la programmazione didattica, che certamente doveva tenere conto della precedente, riguardava l'ambito dei diversi consigli che in modo generico chiamo "di classe", con la scansione del proprio ciclo scolastico.
Ma cos'è in sostanza la programmazione?
Mi riferisco in particolare alla programmazione didattica.

Il termine "programmazione" mi dà l'idea di un programma che si muove, che opera, che agisce e che deve arrivare da qualche parte; è carico di significato, perché rappresenta qualcosa di voluto, di intenzionale, nel senso che si attua per arrivare a..., perché ho l'obiettivo di..., insomma per una finalità.
È proprio nel passaggio da uno stadio all'altro, dal pensare a cosa e come fare e farlo, che si realizza un ampio processo di elaborazione, denso di criticità che però non deve perdere di vista la personalità, intesa come umanità, che risiede in ogni alunno, principale destinatario di questo articolato progetto.

La programmazione è quel processo in cui vengono distinti e scelti una serie interventi che operano attraverso alcune fasi, coordinati fra di loro in maniera razionale e sinergica, nel quale compartecipano diversi soggetti contribuendo, ognuno, a fornire un quid per definire degli obiettivi al fine di raggiungerli in maniera efficace.

Una sorta di passaggio dalla teoria (l'atto del pianificare) alla pratica (realizzazione) ma senza rimanere astratto, né definito solo sulla base di esperienze personali o situazioni ipotizzate, piuttosto deve essere continuamente "calato nella parte", rappresentato cioè dalla specifica realtà che si sta considerando e avendo alla mano una scansione incontaminata, cioè i dati reali di riferimento sulla base delle quali si vagliano le varie proposte.
Benedetto Vertecchi affermava che "l'attività di programmazione è esercizio di decisioni" che, a mio modesto parere, ognuno deve avere la responsabilità di prendersi e portarle avanti.

È doveroso fornire una sintesi dei passaggi che servono a dare organicità e sistematicità all'articolata struttura della programmazione, in modo di tracciare un quadro preciso di quello che serve per renderla sicuramente EFFICACE e FUNZIONALE, oltre che REALIZZABILE, FATTIBILEe di certo VERIFICABILE.
Cercherò di farlo attraverso il seguente schema che ho elaborato in modo circolare in quanto il processo tende a rinnovarsi continuamente e non sempre segue una sequenza rigida, poiché i fattori che lo compongono si possono influenzare reciprocamente, a volte non seguendo una logica progressiva e lineare.




Infatti, da un lato non bisogna cadere nel meccanicismo della sequenzialità che rappresenta sicuramente la parte ordinata del processo e che serve ad avere l'impronta senza la quale si potrebbe creare confusione e cadere nell'errore dell'improvvisazione. Dall'altro, invece, non bisogna dimenticare che la straordinarietà della programmazione risiede nel suo essere anche flessibile, proprio per la peculiarità dell'elemento umano e spontaneo, racchiuso in ogni individuo che cresce con il quale abbiamo a che fare.

Questo non significa che ad un tratto si decide di cambiare la struttura definita aprioristicamente, semplicemente in questo complesso ingranaggio si possono scegliere in itinere percorsi o metodi diversificati, a seconda di quella mano alzata non prevista o quella affermazione carica di punti interrogativi e quindi di arrivare comunque al traguardo, anche se per strade parallele, avendo sempre chiara la finalità del nostro intervento.
È importante essere certi di cosa si sta facendo e sapere che scegliere questa o quella modalità hanno ben poco significato se non si riesce a focalizzare l'attenzione sull'alunno che apprende e vedere in lui la possibilità di cambiamento, perché non solo ne rappresenta il destinatario per eccellenza, ma è il motivo principale senza la quale ogni azione non avrebbe alcun senso.

Concludo con un frase di Marcel Proust che recita: "il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi".
Spesso ci si perde nella formalità e si sostengono idee che hanno poche attinenze al concreto, la sfida vera sta nel cercare di guardare con occhi diversi o soffermarci a guardare dentro gli occhi di chi ha tante cose da raccontare il quale aspetta qualcuno che, anziché dare solo risposte, riesce a cogliere la domanda fondamentale.

Roberto Nucera, docente di sostegno scuola secondaria I grado, IC Carlo Levi - Roma
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