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n.24 giugno 2012
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Articolo 'Promozione e respingimento?'  >>>
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Promozione e respingimento?
La fine dell'anno scolastico
di Sabatini Roberto - Organizzazione Scolastica

Questo è il primo anno in cui non ho nulla che sia andato male, né che sia andato bene, dal momento che ho lasciato il servizio all'inizio dell'a.s. 2011/2012; ma vorrei cogliere l'occasione per esprimere il mio pensiero su un aspetto della funzione docente che nemmeno dopo quasi quarant'anni di esercizio ha trovato la sua "via". Mi riferisco alla fine di ogni anno scolastico e alla sua routine valutativa e selettiva, al suo esito che, soprattutto nella secondaria di secondo grado, oscilla tra promozione e respingimento. Quindi soltanto una riflessione su un momento difficile, non solo per gli studenti, ma anche per i docenti; una difficoltà di cui si parla poco perché lo stereotipo prevalente dipinge l'insegnante più come sadico selettore sociale che non come un masochista rassegnato e tollerante.
Naturalmente si tratta di due estremi che allo stato puro sono anche estremamente rari, ma dal momento che l'opinione più diffusa è quella degli insegnanti che arrivano agli esami e agli scrutini animati da desideri di decimazione per lo scarso rendimento dei loro studenti, da sentimenti vendicativi per la condotta inopportuna che questi ultimi hanno tenuto e per fare giustizia valutativa del pessimo rapporto che molti allievi hanno con il mondo della formazione, spezzerò più d'una lancia in favore di un'altra categoria di docenti, meno nota e di cui solo nella narrativa lacrimevole tipo "Cuore" venivano presi in considerazione drammi e dubbi, problemi e stati d'animo.

Scrutini
Scrutini
In realtà per una fetta non trascurabile della popolazione insegnante il momento della valutazione e tutta la complessa burocrazia degli esami e degli scrutini si configura come un autentico conflitto di ruolo, ossia come un'incombenza inevitabile, prevista e prescritta nella funzione, ma di cui questi colleghi avrebbero volentieri fatto a meno.
Se nelle competenze e nei compiti di ogni insegnante non può mancare la verifica e la valutazione, va anche detto che il momento valutativo in senso proprio è decisamente esterno a quello della spiegazione e della trasmissione di dati e nozioni, idee e pensieri, è completamente estraneo a quello della stimolazione delle correlazioni e della creatività, a quello della interpretazione dei testi, a quello del trasferimento di padronanza e di capacità di problem solving e così via.



La misura delle capacità e delle conoscenze raggiunte da un allievo mi hanno sempre suscitato le perplessità su cui invito i lettore a seguirmi. Il primo problema si pone proprio nel merito: valutare bene è difficilissimo e la mania di somministrare "prove oggettive" è un escamotage che crea più problemi di quanti ne risolva. Tutti gli addetti ai lavori sanno benissimo che anche i migliori test quantificano solo certi tipi di abilità mentali, sono infatti favorevoli a determinati tipi di intelligenza e diagnostici solo nei confronti di certe discipline.
Questo per tacere del quoziente di fortuna che è strutturalmente presente in questo tipo di prove e che può andare dal 25% nelle domande con risposta a scelta multipla (di solito composte da 3 distrattori e da una risposta giusta) fino al 50% nelle domande con risposta Si/No, oppure Vero/Falso.
L'obiezione che ormai il resto del mondo si sta orientando in questo modo e che se non vuoi esserne tagliato fuori e perdere competitività devi fare altrettanto ha tutta la sua validità, ma vuole anche dire andare dove tira il vento più forte, dove porta la corrente più potente, scimmiottare gli altri, chinarsi e obbedire ai vari decisori di turno.
L'argomentare, l'esporre, il periodare, il ragionare, ma anche l'inventare, l'escogitare, il correlare, il dubitare e l'osare, tentando nuove associazioni e nuove soluzioni sono abilità secondo me decisive che non solo cadono del tutto oltre la portata dei test, ma persino delle più collaudate forme di verifica perché il poco tempo a disposizione e la necessità di sondare l'assimilazione del semplice programma svolto, si mangiano il valore diagnostico delle prove e non lasciano margini all'espressione delle varie forme mentis dei nostri studenti.
Più lo studente con cui abbiamo a che fare è sui generis, personale e originale e più la valutazione è randomica, aleatoria, poiché più è individuale la sua prestazione e meno siamo in grado di effettuare comparazioni e di misurare la sua preparazione con prove e criteri che vorrebbero essere anche intersoggettivi.
In questi casi viene alla luce la tendenza dell'istituzione scolastica a omogeneizzare, a rendere uniforme e seriale la formazione, a ridurre la creatività e l'unicità personale degli studenti.

Il secondo problema si pone invece nelle conseguenze della valutazione, ossia nel suo aspetto promozionale/selettivo.
Sono convinto che gli esami non finiscano mai e che per molti versi siamo sempre sotto esame, da parte di qualcuno, di qualcosa e, spesso, di noi stessi, che non finiamo mai di valutare la nostra efficienza, la nostra prestazione, il nostro successo in tutti gli aspetti del quotidiano e ci infliggiamo severe sentenze, o pessimi sentimenti di colpa e di vergogna.
Per spiegare ai miei allievi che dovevano considerare normale e accettare la necessità di essere esaminati, sono arrivato ad esemplificare che persino tra di loro si valutavano senza pietà, che persino l'innamoramento non risparmiava loro pesanti valutazioni, confronti e competitività: tutti valutano, soppesano, scelgono; chi scelgono? Il migliore, quello che piace di più, il più simpatico, il più affidabile, il più caro e così via e non è piacevole essere respinti in queste materie!

Però questi nostri esami hanno delle conseguenze che si collocano su piani diversi da quelli relazionali, hanno esiti in aspetti che esulano dal nostro rapporto con i nostri studenti, si ripercuotono sul loro percorso in modi e termini che ci sfuggono.
Il fatto è che la valutazione sommativa è anche una vera e propria promozione sociale; il buon proseguimento della carriera scolastica dello studente è anche un sostegno al più generale processo di inserimento socioculturale della persona. Questo va bene e ne siamo lieti, ma ciò vuole anche dire che respingere non è solo una battuta d'arresto nel percorso formativo dell'allievo, ma anche un ostacolo posto sul percorso di inserimento socioculturale della persona.
Possiamo consolarci affermando che la correlazione tra successo scolastico e successo professionale è modesta e potremmo persino dire che anche la correlazione tra il successo professionale e la felicità è contenuta, ma sappiamo bene che ci stiamo consolando!
Non per nulla alcuni decenni fa venne introdotta la nozione di mortalità scolastica per indicare gli studenti che venivano respinti e che abbandonavano il ciclo di studi senza aver conseguito titoli e quello di dispersione per individuare e quantificare gli anni persi e che dovevano essere ripetuti; due termini che dipingono come pieno di conseguenze, se non drammatico, perdere anni scolastici o non conseguire i titoli previsti dal corso di studi.

Pur sapendo bene che non è possibile né corretto promuovere indipendentemente dal merito e che non sempre il tempo scolasticamente perso è perso davvero, molti colleghi sentono queste scelte, questi giudizi e le loro conseguenze come problemi, umani prima di tutto, perché sanno che dietro ogni studente che non ha superato le prove c'è una storia individuale, una serie di motivi e di situazioni che vengono prima della sua preparazione e che sfociano in quell'esito; sistemici in seconda battuta, perché non possono non vedere che è il sistema nel suo complesso a generare questi imbuti attraverso cui si deve passare per affermarsi negli studi e che conducono ad altri imbuti volta per volta da superare per affermarsi nel mondo del lavoro e del successo sociale, politico.
Dal momento che si sa bene che questo processo selettivo non è effettuato con pari opportunità, perché il ventaglio dei vari vantaggi e svantaggi, dei vari privilegi e impedimenti è ampio e non dovuto al merito, si ha modo di dubitare che il merito misurato possa essere giusto e dirimente.

Insomma vorrei che gli studenti sapessero quanta partecipazione, preoccupazione e apprensione può albergare l'insegnante che li valuta e che in caso negativo li respinge e li costringe a ripetere la prova!


Roberto Sabatini
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