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Numero: 6-febbraio 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 09 Febbraio 2012

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Proviamo a sfatare un mito: "il metodo di studio"
Come incrementare (invece) il successo scolastico
di Ruggiero Patrizia - Organizzazione Scolastica
C'è un libro che mi affascina in questo periodo : "Metacognizione e Apprendimento" di C. Cornoldi. Lo apro, studio un pezzo, dopo un po' ci ritorno, rivedo alcune parti, prendo un appunto, annoto un'idea: è un libro complesso e molto tecnico, mi ci vuole un po' per entrare nei termini e ho bisogno di lasciare spazio per assimilare e mettere insieme un altro tassello al puzzle che sto costruendo.
In effetti sto cercando, anche sui libri, la conferma di una mia convinzione: non esiste il metodo di studio e quindi "non si può insegnare un astratto ottimale metodo di studio", anzi, tale attività "corre il rischio di creare un grosso danno se cerca di cancellare o sostituire le esperienze precedenti": il rischio di immobilizzare persone con minori o diverse risorse che non raggiungeranno mai quel modello, finendo per convincere e autoconvincersi di non essere capace, il rischio di svalutare persone capaci perché non raggiungono determinati apprendimenti secondo modalità e tempi e procedure di esplicitazione previste.
Inoltre se si indicano, in una fase iniziale, delle strategie preconfezionate, si chiudono possibilità di apprendimento anziché ampliarle.
Come si studia è sicuramente un fatto soggettivo e gli unici aggettivi che possono definire un buon metodo sono: personale e contestualizzato.

Si tratta, laddove necessario, di aiutare l' alunno a "monitorare attentamente e flessibilmente" la propria attività di studio, affinché riesca a farlo sempre più finemente, anziché indurlo ad applicare un metodo specifico, né tantomeno obbligare tutti ad utilizzare quel metodo (eppur si fa!).
Vari sono i parametri da prendere in considerazione:
 le caratteristiche individuali di apprendimento, gli stili cognitivi (sempre solo indicativi, come tutto ciò che riguarda la persona e le sue trasformazioni!),
 le circostanze di studio, tempi spazi ambiente,
 le finalità, gli obiettivi che con quello studio in particolare si vogliono raggiungere.

Il profilo dello "studente strategico", tracciato nel libro, è quello di un soggetto che:

 ha buona conoscenza delle strategie,
 opera un buon monitoraggio delle sue operazioni mentali,
 ha un buon atteggiamento metacognitivo,
 ha un buon rapporto con il contesto di apprendimento".

È determinante quindi per studiare bene l'idea che ciascuno ha di sè, del proprio funzionamento cognitivo-emotivo, della propria efficacia, ossia del rapporto sforzo-prodotto, legata al desiderio di essere, esprimersi in quel contesto, di contribuire alla propria crescita personale e del contesto stesso.
Ampia, nel testo sopracitato, l'analisi dei risultati di molti tipi di questionari, somministrati in vari ordini di scuola e diverse nazioni: da essa risulta la "forte componente soggettiva" nel raccontarsi, legata alla "percezione illusoria che aiuta a mantenere il proprio benessere psichico" e alla tendenza," più o meno consapevole a presentarsi nel miglior modo possibile" o in alcuni casi in modo da autoconfermare una certa teoria implicita.
L'uso dei questionari, quindi "può essere utile" solo "per aprire un varco relativo alle idee che il ragazzo ha sul suo studio", per partire con l'esplorazione e la riflessione, volti alla ricerca dei punti forza.
Secondo me sarebbe meglio evitare assolutamente i questionari, che già indirettamente danno indicazioni- istruzioni, e procedere invece con domande aperte, scegliendo alternativamente o a seconda dei casi situazioni individuali o di gruppo. Tali domande non hanno l'obiettivo di stabilire cosa sia buona o cattiva abitudine, ma aiutare a dare un senso a modi di procedere individuali, per noi anche diversi o addirittura strani.
La domanda " a cosa ti serve?" è orientata esclusivamente all'ascolto e sottende rispetto nell'altro come persona capace di trovare la propria strada.

In questo modo la funzione dell'insegnante è quella di agevolare gli apprendimenti favorendo:

 l'analisi metacognitiva,
 l'adattamento a situazioni cognitive diverse (come puoi fare qui/ora?).
 la ricerca delle risorse (piuttosto che l'analisi delle carenze),
 l'aumento della resilience (capacità di far fronte a situazioni difficili, disperate),
 l'incremento delle capacità di coping (risposte-pensieri, sentimenti, comportamenti che un individuo utilizza per far fronte alle situazioni problematiche, in cui si imbatte quotidianamente e in circostanze particolari),
 l'individuazione dei sistemi di attribuzione.

Per migliorare la performance dei nostri alunni, anziché impartire un metodo di studio standard preconfezionato, è fondamentale incrementare o conservare quindi la percezione di autoefficacia, la capacità di riprendersi dai fallimenti e di accostarsi alle situazioni con ragionevole ottimismo. Tale capacità non è fissa, ma variabile e quindi può essere potenziata (A. Bandura).
Oltre che fornire successi si può favorire la consapevolezza delle proprie capacità: la possibilità di migliorare le aree più deboli passa attraverso l'accettazione dei propri limiti insieme alla individuazione delle reali o possibili risorse. Questo processo limita la proiezione delle paure e del senso di inferiorità sugli altri, che porta ad attribuire all'esterno le cause del proprio malessere.
Il sistema di attribuzione causale è infatti uno dei fattori che condizionano il successo scolastico, esterno se attribuito a stimoli e capacità al di fuori di sé o interno se l'alunno attribuisce a sé stesso il raggiungimento o meno degli obiettivi. In questo senso la responsabilità è concepita non come colpa ma come potere (dipende da me, può dipendere da me), un potere trasformativo: è qui che scatta la motivazione come percezione della possibilità di farcela.
(Questo riguarda anche noi: se pensiamo che il rendimento, il comportamento dei nostri alunni dipende da altro, famiglia, amici, altri insegnanti, la società, ecc., non abbiamo possibilità di intervento, al contrario, l'unica cosa su cui possiamo veramente contare è di cambiare noi stessi, in un'ottica di positività e di fiducia).

In molti casi una capacità determinante da incrementare può essere quella di "autoregolazione fine che si esplica nel fatto di accorgersi per tempo che si sta entrando in una situazione di difficoltà, di reagire a ciò, di identificare le fonti di disagio, di eliminarle, di prevenire problemi simili in futuro".
Per quanto riguarda l'autostima, il valore positivo o negativo che la persona si attribuisce è legato al rapporto tra sé reale percepito e sé ideale. Io non credo che vi sia corrispondenza diretta tra rendimento scolastico e autostima: è frequente infatti, che alunni studiosi e con risultati scolastici alti abbiano una autostima dichiarata molto più bassa di altri che, al contrario, studiano poco e hanno risultati abbastanza scadenti.
La soddisfazione che mi dà questo mio metodo, dopo molti anni di ricerca e sperimentazione in situazioni diverse ( disperate), è coronata dalla esclamazione gioiosa e forte della ragazza che seguo quest'anno: "so' un genio!".

Patrizia Ruggiero Docente di sostegno SMS Fellini - Roma
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