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n 37 novembre 2013
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Punto di osservazione sulla Scuola Superiore (2^ parte)
I livelli minimi e la valutazione
di Comberiati Nicola - Inclusione Scolastica
Poiché i prerequisiti dell'apprendimento sono condizionati dalle dimensioni personali e ambientali (Bisogni Educativi Speciali), i traguardi che si raggiungeranno saranno più veloci per alcuni, più lenti e faticosi per altri.
L'esigere che tutti arrivino a possedere quei traguardi minimi che permetterà loro una qualità di vita diversa (non solo materiale ma culturale) è la sfida che gli insegnanti affrontano quotidianamente.
Ma su questi livelli minimi di apprendimento, piattaforme indispensabili per introdursi nel sapere, divergono i modelli di insegnamento e le prassi educative. Nelle ultime riforme si è voluto porre l'accento sulla serietà e l'impegno e si è elaborato un sistema (in realtà retorico e abnorme!) di non ammissione agli esami di stato senza un livello di sufficienza minimo generalizzato dando largo spazio alle gimcane delle giustificazioni burocratiche per far chiudere a qualche studente un curriculum scolastico ed esistenziale accidentato o, in alternativa, portare acqua al mulino delle scuole private, che a prezzi modici e in breve tempo distribuiscono promozioni e ammissioni.

Le linee direttive ministeriali delle varie discipline declinano in competenze- conoscenze- abilità il nucleo fondamentale dei programmi scolastici di stampo gentiliano, i libri di testo sono lievitati di pagine e di nozioni e nemmeno la digitalizzazione dei testi ha scalfito la dogmatica fedeltà al programma. Il risultato è l'anarchia e la monadizzazione dell'insegnamento-apprendimento, che accentua poi due tendenze storiche della nostra scuola: il cognitivismo e il soggettivismo, l'una riguarda i contenuti scissi dalla prassi e l'altra il processo di apprendimento, compresa la valutazione, affidata unicamente al docente.

Forse è necessario fare una ricerca epistemologica prima che didattica. Una teoria dell'istruzione - secondo le indicazioni di Bruner- è prescrittiva ad normativa, "deve contenere cioè il modo più efficace di raggiungere una determinata conoscenza e abilità". Non deve fondarsi sulla logica della disciplina, perché, se così fosse, la disciplina regolerebbe il processo di apprendimento prima del suo attuarsi, ma deve fondarsi su una progettazione accurata del processo di insegnamento-apprendimento, che affronti alcuni nodi problematici: a) la predisposizione ad apprendere dell'allievo; b) i contenuti dell'apprendimento; c) la presentazione della disciplina; d) la modalità della valutazione dell'intero processo.

La predisposizione - contro lo spontaneismo - non è una componente naturale, ma un'acquisizione che cresce attraverso l'esperienza che riflette su se stessa attraverso lo studio: viaggiare accelera il processo di conoscenza della geografia del mondo, l'uso di strumenti multimediali esige un approfondimento della fisica e della matematica, l'architettura nasce dall'abitare, la lotta politica perfeziona la conoscenza del diritto, l'agricoltura rimanda alla chimica e alla conoscenza della natura, la complessità economica esige lo studio dei suoi meccanismi... I contenuti delle discipline si poggiano quindi su aperture al mondo, sono come il terzo occhio galileiano che non si contenta più dell'apparenza ma che si costruisce strumenti di analisi e di lettura sempre più complessi; la presentazione della disciplina appare allora sempre più come una esplicitazione sintetica di vita e conoscenza, di teoria e prassi.
I livelli minimi di conoscenze sono quindi acquisizioni strutturali, flessibili, capacità di leggere il mondo secondo i parametri delle acquisizioni del sapere scientifico e che quindi hanno del tutto superato il livello ingenuo di conoscenza e il livello di pregiudizio (v. "Imparare ad apprendere" di Gardner).
La "nuova civiltà pedagogica" deve rivoluzionare l'approccio individualistico della trasmissione del sapere (il prof monade) e deve prevedere i tempi della progettazione come lavoro indispensabile per una trasmissione del sapere personalizzato a seconda delle specifiche esigenze degli alunni.

Già il DPR n. 275(1999) conteneva diverse affermazioni esplicite: "Le istituzioni scolastiche ... riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo (...). Le istituzioni scolastiche possono adottare tutte le forme di flessibilità che ritengono opportune e tra l'altro (...) l'attivazione di percorsi didattici individualizzati, nel rispetto del principio generale dell'integrazione nella classe e nel gruppo..."
Il team dei docenti, nelle scuole superiori, deve ritrovarsi come gruppo che progetta e si arricchisce delle competenze di ognuno, ritrova e si appropria di un linguaggio condiviso sui problemi dell'insegnamento-apprendimento al di là della propria disciplina. Il tempo della preparazione è il tempo della progettazione condivisa.

Se la conoscenza è per la vita, un percorso culturale deve concludersi con un riconoscimento: la maturità sanciva la fine dell'adolescenza e ne inaugurava l'ingresso all'università o nel mondo del lavoro.
Con il tempo la maturità è diventata una simulata, di cui l'università non tiene conto celebrando l'oggettività dei test d'ingresso e l'ingresso nel mondo del lavoro un'utopia dopo la scuola superiore sia essa liceale o professionale. Registro elettronico o meno la valutazione non può essere ridotta nella sterile assegnazione di voti che hanno il solo compito di sancire una promozione o una bocciatura.
La valutazione è la dimostrazione pubblica di una performance acquisita, è il riconoscimento istituzionale di un raggiungimento di un livello convenzionato, una competenza pubblica acquisita nel tempo dell'apprendimento individualizzato, che dà l'ingresso all'università, nel mondo del lavoro o dei pubblici concorsi. La scuola deve dare la certezza della valutazione, la verità di un riconoscimento professionale che non può essere demandato ai privati. Aver abdicato alle certificazioni riconosciute nel mondo del lavoro (nelle lingue, nell'informatica, nei settori agrari e alberghieri o turistici ....) ha consegnato la scuola ai privati e ha svuotato il lavoro dei docenti di essere gli orientatori consapevoli del futuro culturale e professionale dei giovani.

I Bisogni Educativi Speciali invece di essere piste di orientamento per favorire la personalizzazione e l'originalità di un percorso futuro di professionalità, si appiattiscono in una generica valutazione di promozione o di maturità che spesso ha il rischio di essere un salto nel vuoto.

Nicola Comberiati, Dirigente scolastico e psicologo -Roma
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