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n.16 ottobre 2011
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Quando si programma per un ragazzo in difficoltà?
Un genitore s'interroga su tempi e modalità della scuola
di Paci Lucia Giovanna - Emergenza scuola
Come genitore attento, dalla facile penna e da una certa vena ironica, vengo invitata a far parte della redazione fissa della scuolapossibile.it, in qualità di "voce genitoriale" appunto e, in questa veste, a partecipare alle riunioni di redazione, per decidere l'argomento del mese e gli apporti che ciascuno può offrire intorno a esso.
Stiliamo una scaletta sommaria dei temi che una scuola si trova ad affrontare per scadenze durante l'anno scolastico e i docenti presenti sono concordi infine nello stabilire che:

OTTOBRE E' TEMPO DI PROGRAMMAZIONE, PROGETTAZIONE, PIANIFICAZIONE, DEFINIZIONE DI OBIETTIVI.

Ascolto come sempre interessata, ma un po' disorientata, perché mi sgorga da dentro, immediata e perentoria, la domanda che giro alla redazione, ma anche a tutti quelli che vorranno darmi una risposta: ma se a ottobre si fa programmazione o pianificazione o si decidono gli obiettivi che nell'anno si vogliono raggiungere, che si è fatto a scuola, nel mese di settembre?

La domanda sembrerà ingenua per chi vive la scuola dal di dentro, con tutti i suoi meccanismi, ma non certo per chi è privo di quelle strutture e osserva altri agire.
Sicuramente settembre è il mese dell'accoglienza e dell'osservazione, prima ancora delle quali in effetti ognuno è bene che definisca i suoi (10 o quanti gliene servono) motivi per restarci, dentro la scuola,(vedi Melchiorre Simonetta numero di settembre) ma, contemporaneamente, deve essere il tempo della progettazione, perché progettare è già fare, è azione pensata e condivisa, altrimenti, su cosa si lavora e come? Senza obiettivi comuni, senza una pianificazione di interventi concordati, il fare è lasciato all'improvvisazione, all'iniziativa del singolo e ai suoi dieci motivi (e devi sperare che ne abbia addirittura dieci!).

Quand'è, allora, che si programma per un ragazzo in difficoltà? Quando si pianifica la sua integrazione in un gruppo classe coeso e già definito senza di lui, quando si pensano quelle azioni comuni che diventeranno strategie atte a far sì che quel ragazzo non sia più in difficoltà e che sia lui sia il gruppo che lo ha accolto traggano beneficio da quell'integrazione? Quando, soprattutto, accadrà che nella scuola media, almeno quella inferiore, si adottino gli stessi tempi e le stesse modalità della scuola primaria, dove "fare progettazione" è attività continua, settimanale e non coinvolge solo la multidisciplinarietà dei curricola, ma le sfere della crescita interiore e psicologica di un ragazzo?

Un fiume di domande, che non vogliono e non possono essere retoriche. Con quattro figli, ho vissuto 12 anni consecutivi nella scuola primaria e posso testimoniare la cura e l'attenzione verso la crescita del bambino nella sua interezza, verso la sua formazione, che si trasforma in lavoro capillare e quotidiano di squadre di insegnanti. Del resto, viene da un maestro, un illustrissimo, la frase in cui sono incappata, quasi per caso: "La scuola non è solo leggere, scrivere e far di conto come si credeva una volta, ma è soprattutto avere una finalità complessiva. La finalità più importante per me resta la formazione del bambino democratico, che noi dobbiamo cercare di realizzare pian piano, non attraverso vuote parole ma nella pratica di tutti i giorni, nel rispetto di cose e persone". ("Mario Lodi maestro", a cura di Carla Ida Salviati, Firenze, Giunti, 2011)

Non altrettanto posso dire dei tre cicli di scuola media che ho già affrontato e di quello nel quale mi accingo ad entrare. Mi spiego meglio: non sto certo dicendo che non abbia incontrato nella scuola media, insegnanti preparati e motivati, strenuamente ancorati ai "loro motivi per restare", ma ciò che percepisce un osservatore esterno e non addetto ai lavori è che sono dei singoli, in gamba, volenterosi, attenti o sensibili, ma singoli, scollegati da un contesto che li supporti e che faccia squadra, a cui un ragazzo o un genitore che ne riconosce il valore, sente di aggrapparsi, "per non farseli sfuggire".

E se in una classe arriva un ragazzo "difficile", in evidente disagio comportamentale, originato da una famiglia inadeguata e da una scuola fallimentare - un ragazzo la cui storia è nota, almeno sulla carta, tanto da far scegliere di inserirlo proprio in quel gruppo classe- ciascun singolo si "attrezza" come può, secondo la sua preparazione, la sua sensibilità o secondo i suoi "motivi", ma la "squadra" stenta a organizzarsi e a partire come tale.
Ripeto la domanda di prima, dunque: quand'è, allora, che si programma per un ragazzo in difficoltà? Ci si pone e quando la domanda di Lodi, circa la "finalità complessiva della scuola"? E la risposta sono "vuote parole" o si progetta il fare "nella realtà di tutti i giorni, nel rispetto di cose e persone"?

Le risposte, quelle profonde, fattive e che lasciano il segno, le sto aspettando, piena di fiducia. Per il momento, mi beo di quella di getto, venuta dal cuore, di alcuni professori di mia figlia, appena conosciuti a un'assemblea: "siamo degli educatori", ci hanno assicurato, "vogliamo offrire ai ragazzi tutti , opportunità, che altrimenti non avrebbero!".

Mi piace, per ora; mi si conceda, tuttavia, di restare all'erta, per scoprire se sono "vuote parole"!

Lucia Giovanna Paci, genitore nel IV Municipio - Roma
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