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Numero: 1 -Dicembre 2007 -Anno I-   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 21 Settembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Quante ore di sostegno ha mio figlio?
Non ore ma... percorsi individualizzati
di Rosci Manuela - Integrazione Scolastica
Non vi so dire quante volte ho sentito farmi questa domanda quando lavoravo all'Ufficio Studi e Programmazione dell'ex Provveditorato di Roma, proprio al GLH provinciale! "Quante ore di sostegno ha mio figlio?","Dottoressa, mio figlio ha poche ore di sostegno!", "Dottoressa l'alunno che seguo è scoperto!"(significa sempre che ha poche ore di sostegno), "Cara dottoressa non riesco a coprire tutte le ore di sostegno che ha richiesto il neuropsichiatra", "Sul certificato c'è scritto per il massimo delle ore consentito"... Potrei continuare all'infinito ma la storia è sempre quella: tutti chiedono ore di sostegno ed è proprio vero che senza ore di sostegno non si fa nulla!! Ma come utilizzarle?
Dopo 15 anni delle stesse richieste sono tornata a scuola e la mia "illuminata" Dirigente ha pensato bene di "utilizzare" la competenza che avevo acquisito in tanti anni e di "affidarmi"il settore che conoscevo meglio: l'integrazione dei bambini con handicap.
Si è fidata di me!
Mi ha affidato le docenti di sostegno e alla prima riunione ... ho lanciato la prima provocazione: si lavora senza ore di sostegno!
Ho in mente lo sguardo smarrito delle colleghe: tre entravano in ruolo quell'anno e ho letto sul loro viso prima un leggero stupore e poi, man mano che vedevano che io dicevo sul serio, disorientamento e poi il panico. Che cosa voleva dire che non c'erano più le ore di sostegno?
Le certezze di anni di studio cancellate in pochi attimi.

Le colleghe più anziane, più esperte, mi guardavano come a dirmi "Si va beh! Poi "si riprende" e le passa e tutto torna come prima".
E nulla, invece, è tornato come prima!
Al primo Collegio dei docenti le colleghe curricolari chiedevano: "Chi è la mia insegnante di sostegno? Per quante ore?" e io rispondevo "Non lo so!" e avevo anche "suggerito" ai docenti di sostegno di dire che loro non sapevano niente.
I docenti curricolari non ci volevano credere.
Si stavano incrinando le loro certezze. Avere in classe un alunno con handicap e non sapere quante ore di sostegno ha. Impensabile!

Una cosa ho imparato nella vita: se vuoi cambiare una abitudine devi cambiare l'atteggiamento mentale di chi ha consolidato quell'abitudine! E' necessario disorientare l'altro affinché perda i soliti parametri e si metta nuovamente in gioco, in cerca di altre soluzioni, forse più funzionali, comunque da provare. Se vuoi che il "gioco" cambi sei tu che devi cambiare per primo perché l'altro non ha motivo per modificare lo stato delle cose!
A distanza di anni da quella prima volta ho dovuto ripetere molte volte che noi a scuola lavoravamo "senza ore di sostegno":ai genitori che iscrivevano i bambini a scuola da noi, ai neuropsichiatri anche loro increduli le prime volte ("fatemi capire, come lavorate voi?"), ai nuovi docenti che arrivavano a scuola.
Poi la storia è cambiata e forse il segnale è stato quando gli altri, prima i docenti di sostegno e poi i curricolari, hanno cominciato a dire, all'inizio anche un po' imbarazzati (ora molto più convinti): "noi non lavoriamo con le ore di sostegno!"
Ma che cosa vuol dire "noi non lavoriamo con le ore di sostegno!"
Mandiamo a casa i docenti di sostegno? Mandiamo a casa gli alunni disabili?

Negli anni in cui sono stata al GLH provinciale ho imparato che non esiste sempre una correlazione positiva tra tanto sostegno e integrazione possibile, anzi, a volte l'esatto contrario: tante ore di sostegno corrispondono ad una emarginazione dalla classe "tanto ci pensi tu" (all'insegnante di sostegno), "è stanco/a, è meglio se uscite perché da fastidio alla classe "(non è mai chiaro se l'invito è rivolto all'alunno o al collega di sostegno).
Non voglio assolutamente affermare che le ore non servano soltanto che vanno utilizzate in modo diverso, per una reale integrazione (o inclusione come siamo soliti oggi dire!).
L'integrazione passa attraverso processi culturali che sono determinati dall'atteggiamento mentale delle persone che "fanno parte" e producono una determinata cultura.
L'integrazione ha bisogno di essere supportata da convinzioni "forti" che a parole tutti diciamo di condividere ma nei fatti, lì si fa la differenza.
Ha necessità di provare rispetto per l'altro, chiunque esso sia; di riconoscere che un ritmo diverso dal tuo può esistere, e non necessariamente significa male; che si può imparare da chi è più debole e si può comunicare con chi non parla; che nulla è impossibile ma tutto è modificabile ...
L'integrazione possibile passa prima attraverso il cambiamento del nostro atteggiamento mentale e ancor prima di occuparci degli alunni dobbiamo provvedere a rimuovere ostacoli mentali e convinzioni rigide (l'alunno con handicap è dell'insegnante di sostegno, se no che ci sta a fare!) che troppo spesso aleggiano nella scuola.
Si rischia di lavorare per compartimenti stagni mentre da tutte le parti si dice che l'integrazione, la trasversalità disciplinare è più consona all'apprendimento; a parole si parla di contitolarità della classe ma lasciare lo scettro è difficile! E se nella scuola (come in tutte le organizzazioni, del resto!) il clima non "si scalda" e non si percepisce la condivisione di intenti, la ricerca di soluzioni possibili (a volte anche impossibili), la valorizzazione dell'altro che è diverso da te, perché ti arricchisce contribuendo con il suo punto di vista, proprio come fai tu quando esponi il tuo di punto di vista, senza tutto questo l'integrazione rischia di rimanere un concetto vuoto, che stenterà a decollare perché mancano i presupposti (altro che parlare di inclusione: leggete l'articolo degli amici Liliana e Nicola, genitori di Michela)
Tornando alla mia prima provocazione a scuola "noi non lavoriamo con le ore di sostegno!" sono passati diversi anni e la qualità dell'integrazione che oggi riusciamo a mettere in campo nella scuola che condivido con i miei colleghi, è più che buona, a detta delle persone che ci conoscono: i genitori dei nostri alunni, gli psicologi e i neuropsichiatri della nostra Asl, gli specialisti dei centri convenzionati , le cooperative per gli AEC ...
Recentemente siamo stati rinforzati anche da una mail ricevuta dal neuropsichiatra che tiene in cura un nostro alunno, arrivato da noi in IV classe, lo scorso anno:
Giovanni, prima di venire alla vostra scuola, mi sembrava poco felice e forse anche disturbato, mentre ora è tutt'altro e credo che le cose che ho sentito da lui e dai suoi genitori sono l'evidenza di una buona accoglienza. Il fatto, per esempio, che voi abbiate dato a Giovanni l'incarico di fare lezione sul suo punto forte, e cioè gli animali, è molto bello, valido, importante ma non lo fa quasi nessuno. Parlando con i genitori di Giovanni mi è parso chiaro che nella vostra scuola il bullismo è, forse, inesistente o molto limitato. Anche questo aumenta la mia curiosità che riguarda in generale il buon funzionamento di una scuola e in secondo luogo la possibilità di mettere in atto delle condizioni favorenti per l'integrazione di una ragazzo con un DsA e discrete abilità intellettive: cosa fate, perché nella vostra scuola le cose vanno meglio nell'una e nell'altra direzione?
Il neuropsichiatria in questione è il Prof. Michele Zappella!! Proprio lui!
La nostra ricetta è proprio l'integrazione: l'integrazione del team che ha in carico un bambino con problemi, l'integrazione e l'interscambiabilità tra docenti di sostegno e curricolari (se Giovanni ha una crisi può sostenerlo tranquillamente l'insegnante di classe), l'integrazione è formazione congiunta, l'integrazione con i servizi e quanti sono coinvolti nel progetto di vita dell'alunno; l'integrazione è con i genitori dell'alunno disabile e con quella dei compagni di classe. In diverse occasioni abbiamo convocato i genitori della classe perché sentivamo serpeggiare paura, rifiuto, aggressività nei confronti del bambino da parte ... degli adulti spesso.
E proprio alla mamma di Giovanni abbiamo chiesto di raccontare la sua storia agli altri genitori perché "emozionarsi" fa bene e ci fa stare nei panni dell'altro e siamo più disposti ad abbassare le nostre difese e a ridimensionare i nostri attacchi....
L'integrazione è quando il gruppo di lavoro sull' handicap dell'istituto si arricchisce ogni anno di nuovi "ingressi": sono i docenti curricolari che vogliono riflettere insieme ai colleghi di sostegno perché riconoscono questo gruppo una "risorsa" per la scuola.

Proprio il gruppo di sostegno è stata l'altra iniziale provocazione: una scuola si dota di un gruppo di sostegno (non di singoli docenti di sostegno) che affronta insieme il singolo problema, dove ognuno conosce tutti gli alunni, anche quelli non "suoi", che ottiene il supporto di tutti per affrontare un ostacolo che da soli a volte non si riesce a superare.
In un gruppo che intende così l'integrazione (la partita la gioca l'intera squadra!), la professionalità del docente specializzato, la sua preparazione, l'umiltà di continuare a crescere e la disponibilità a mettersi in gioco nelle classi (anche con gli altri alunni, altrimenti che contitolare sei?) è indispensabile.
Docenti che ragionano in termini di "miei" bambini, miei tempi, miei spazi, non funzionano anzi sono d'intralcio a tutto il gruppo (curricolari e sostegno) che lavora insieme, con le dovute eccezioni ovviamente (anche da noi qualcuno ha capito poco di cosa significa integrare!).
Ma il gruppo che si è creato, nel tempo ha lasciato traccia anche quando ha dovuto salutare persone importanti che "dovevano" andare via ma portano ancora nel cuore l'esperienza fatta insieme.
Per fortuna la redazione di una rivista telematica permette di superare ogni distanza e allora è con noi anche Natalia (Cosa "manca" alla scuola per lavorare diversamente?), Sara che con la sua tesina sul team di sostegno ha "illuminato" tutti (Quando il "compito" diventa riflessione), Francesca (Il computer, un potente strumento didattico).
Gli altri sono ancora tutti insieme, e altri ancora si sono conosciuti lavorando su altri progetti magari in rete, e tutto questo ci ha reso "presuntuosi" di poter raccontare una scuola dove è "possibile" integrare diversamente, dove al posto delle ore (che sono sempre poche !) un bambino deve avere assicurato un percorso individualizzato con la sua insegnante di sostegno e poi con le sue insegnanti di classe e forse anche con qualche altra insegnante della scuola, se riteniamo che una certa attività che propone quell'insegnante sia proprio adatta al nostro bambino.
Al centro dell'integrazione non più le ore ma un bambino, una persona a cui un gruppo di persone "qualificate" deve dare risposte adeguate, pertinenti al suo livello di apprendimento e alle sue esigenze emozionali.
Allora siamo diventati un po' più bravi a fare "il cerchio magico", a utilizzare il tempo del cerchio per definire le regole, negoziare premi e punizioni, a occuparci di emozioni, a capire come carpire l'attenzione dei più ("A professo', ma qua nun ce se diverte mai?"), a cercare metodologie più funzionali e non soltanto spazi da occupare (I laboratori e la didattica laboratoriale), con l'attenzione al teatro per fare un musical oppure musica e yoga oppure scienze!
E tutto questo includendo i nostri bambini: Ale, Davide, Giovanni e tutti gli altri, ognuno per ciò che sa fare meglio e dare al gruppo.
Tutto questo richiede coinvolgimento, messa in gioco, come quando si scende in campo per collaborare con il proprio Dirigente. Per fortuna il nostro Dirigente, persona "illuminata" come avevo precedentemente detto, ci conforta e ci guida sostenendo la nostra formazione professionale, "obbligandoci" a riflessioni pedagogiche che ci spettano per diritto/dovere (sono da poco uscite le Indicazioni per il curricolo!) e così possiamo continuare a crescere, a diventare "grandi".
E comunque, come dice la nostra amica Simonetta, bisogna partire da un principio irrinunciabile: il rispetto delle diverse potenzialità di ogni bambino inteso sia come valorizzazione delle abilità e delle competenze in loro possesso sia come consapevolezza che ad ognuno di loro spetta un canale comunicativo "speciale".
E lei non è un'insegnante di sostegno !

Manuela Rosci Psicopedagogista 196° Circolo didattico Via Perazzi - Roma
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Sono presenti 2 commenti Visualizza tutti i commenti
inserito domenica 18/10/2015 ore 23:19 da Ivano
È una grande speranza quella che un giorno gli insegnanti potranno anche essere capaci di insegnare ai bambini e ragazzi non solo normali.
inserito sabato 10/01/2015 ore 09:44 da luce
non so piu che fare oramai le parole dei genitori non contano niente sia nalla scuola che con i medici.la nostra storia inizia quando mio figlio a 6 mesi ha avuto convulsioni.l ospedale di salerno lo curava per problemi di stomaco.per non prpolungarmi troppo vi posso solo grazie al gaslini ha ripreso a cuore mio figlio.adesso grazie a loro sta bene ma con ritardo mentale lieve.sta seguendo un centro riabilitativo.adesso ha 12 anni e un bambino buono e se aiutato nell ambito scolastico puo dare tanto.ma qui e il problema mio figlio dalla prima media che insegnante di sostegno con solo 9 ore non segue mio figlio per niente.ho combattuto contro la scuola ma niente da fare.il signore del sostegno le due ore gionaliere mette mio figlio a giocare al computer ma perde il suo tempo ad assegnare compiti per casa .conclusione tutto quello che mio figlio sa e stato insegato da me vi ho detto tutto e posso garantire che questi bambini speciali se non hanno degli angeli che siamo noi genitori sono abbandonati completamente fate qualcosa aiutateci non sappiamo piu a chi rivolgerci combattiamo tutti i giorni per dare il meglio ai nostri tesorio grazie e scusate dello sfogo ma credeteci siamo esausti
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