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n.56 ottobre 2015
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Quanti gusti posso scegliere?
Scuola, extrascuola e il quotidiano sapore dell'apprendimento
di Miduri Maria Chiara - Intercultura
Da cinque anni vivo una parte della mia vita quotidiana in una comunità interculturale e multiculturale specifica di Torino. Qui rivesto tanti ruoli, tanti profili: sono una volontaria nei doposcuola, un'operatrice sociale, una coordinatrice di progetto, un'educatrice e talvolta una ricercatrice sociale. La mia esperienza è condivisa sia con bambini della scuola primaria che secondaria di primo grado, e mi occupo principalmente di extrascuola e lotta alla dispersione scolastica. Mi capita spesso, grazie a questo caleidoscopio di ruoli, di trovarmi a discutere di azioni concrete per risolvere problemi legati al disamore scolastico o alla depressione scolastica, particolarmente elevati nel nostro contesto di lavoro. E spesso, quando siedo ai tavoli di lavoro, ho in mente i volti e le voci dei ragazzi che conosco, che seguo, che incrocio alla fermata di un tram o che mi raggiungono telefonicamente con un messaggio sul cellulare, per mantenere un contatto, per non disperdersi, per avere un aggancio.

Penso a loro perché sono i sorvegliati speciali non invitati; il 'problema' cui trovare una soluzione; quelli del 'non': non studiano, non si appassionano, non partecipano, non rendono, non apprendono, non-sono. Eppure sono proprio i bambini e i ragazzi del quotidiano che mi ricordano l'importanza di guardare il loro mondo dal loro punto di vista, e non dal mio se mi sto occupando di loro. Può apparire paradossale, ma è in realtà il falso lapalissiano di un dialogo tra sordi che vede protagonisti ragazzi, scuola ed extrascuola. Tutti intenti a trovare soluzione dal momento che ci siamo creati un problema. E la soluzione è spesso la più autoritaria, classica e direttiva. Non si discute, si accetta, si prende atto e si comunica una decisione senza diritto di replica. Si fa così perché si è sempre fatto, si invoca la tradizione perché dà sicurezza senza rendersi conto che la tradizione è fatta di un continuum di mutamenti che hanno resistito un po' più a lungo nel tempo, nello spazio e nelle loro funzioni sociali, fino a consolidarsi.

Un esempio recente di quanto sto condividendo nella mia riflessione è avvenuto allorché, seduta attorno a un ennesimo tavolo di progettazione extrascolastica, un attore reggente del territorio ha esordito dicendo: Credo che apprendere sia una delle cose più belle della vita. Bambini e ragazzi devono capire questo. Ho smesso di ascoltare il prosieguo della discussione perché questa frase mi ha dato da pensare per molto tempo, catturando la mia attenzione in modo particolare sui verbi creatori, non casuali, scelti per dare vita a un pensiero-azione in contesto. Da un modo che esprime il pensiero, l'opinione e la considerazione personale, il salto verso la direttività di una situazione senza incertezze occupa lo spazio di un punto fermo. Un punto che cambia tutto il senso del discorso, ma soprattutto unisce in uno stesso enunciato due realtà contrapposte.
Staccandomi dall'accademismo artificiale di un tavolo di progettazione, e calandomi nel mio vissuto quotidiano con i bambini e i ragazzi, ho trovato un modo più semplice e concreto di tradurre la stessa situazione. È come dire: A me piace tanto il gelato al pistacchio. Credo che il pistacchio sia il gusto più buono. Non ti piace? Non sai cosa ti perdi. Ma qui vendono solo il gelato al pistacchio. De gustibus et coloribus non est disputandum.
E invece la disputa c'è e prende il posto del dialogo.

ic.roveredo.sanquirino.gov.it
ic.roveredo.sanquirino.gov.it
Chi è il soggetto che parla? Qual è il suo percorso? In virtù di quali esperienze dichiara ciò? Perché può dirlo? Quali sono le altre cose (belle)? Quali sono a cinquanta, trenta, sei, dieci o tredici anni? Se apprendere è 'una delle cose belle', che posto occupa in una ideale classifica?

Non si esce dal relativismo di un'affermazione simile, soprattutto quando lavoriamo sul cosiddetto 'disamore'. Ma una cosa è il preteso disamore per l'educazione e l'esperienza di apprendere in sé, e un conto è il reale disamore per la scuola istituzione propriamente intesa. Il drop out riguarda il secondo contesto proprio perché contesto circoscritto e identificabile. Tecnicamente il primo non esiste perché noi nasciamo imparando e continuiamo a farlo fino alla fine dei nostri giorni. Partiamo da questo per ridefinire il 'disamore' che forse è 'disinnamoramento'.

Non si può non apprendere. Se c'è una certezza è questa: apprendere è la vita. Non c'è via di scampo, ma al contempo ci sono tanti colori e tante sfumature che costituiscono questa via; ci sono tanti gusti dello stesso gelato. Se concepiamo l'esperienza culturale dell'apprendimento come 'una delle cose che' significa che la optiamo come possibilità, che se va bene è accettata (piace) e se va male viene rifiutata (non piace) - e ancora tutto dipende da chi osserva e vive l'esperienza - non la concepiamo come bisogno essenziale da cui dipende il nostro evolverci e la nostra capacità di sopravvivere. Ciò vale sempre: sia che vada bene sia che vada male. E per sopravvivere deve andare bene di per sé, non (solo?) secondo rigide griglie precostruite cui attagliare (se ci si riesce) la storia di ciascuno, bensì secondo la possibilità di sviluppare un legame con l'esperienza, un senso di appartenenza e quindi essere disposti a proseguirla con volontà in quanto scelta personale, non in quanto richiesta altrui. Questa è la differenza.

A Porta Palazzo abbiamo una gelateria famosa per la grande comunità umana che abita e transita nel quartiere ogni giorno. La gelateria ci attende al crocevia di tre viuzze che congiungono Porta Palazzo a Borgo Dora; è posta in un angolo che è un punto di riferimento nel quartiere e nelle relazioni; ci andiamo perché ci piace il gelato, al di là e al di fuori dei singoli gusti con cui ciascuno comporrà il suo cono o la sua coppetta. Sono diverse le vie da cui possiamo arrivare, ma abbiamo un appuntamento condiviso che nessuno vuole mancare, in cui ciascuno è libero di scegliere come partecipare; in cui ciascuno - come da rituale - fa assaggiare i propri gusti agli altri, per curiosità, per condividere. A forza di scambiare le coppette e i coni, di immergere il cucchiaino in un gusto e nell'altro, i sapori si mischiano e colori si sfumano, senza accorgersene, perché si contaminano a vicenda e a volte creano un gusto del tutto nuovo. Alcuni mangiano il gusto pistacchio o solo la violetta, ma tutti mangiamo un gelato! Scuola ed extrascuola sono gusti di uno stesso gelato.

L'intenzione comune che torna al centro dell'attenzione e degli sforzi quotidiani è come quel filo di luce che attraversa un caleidoscopio: non credo che l'apprendimento sia una cosa bella.
L'apprendimento deve aiutarci a vedere (il) bello, tutti i giorni.

di Maria Chiara Miduri
Antropologa culturale linguista e operatrice socio-educativa ASAI e Camminare Insieme, Torino
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