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n.2 aprile 2010
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Quanto "conta" essere insegnante?
Il mutamento del ruolo sociale degli insegnanti
di Menna Rosanna - Organizzazione Scolastica >>> Parliamo di...
Non è certo una novità ritrovarsi a leggere sui giornali o vedere in televisione filmati che mettono in discussione l'autorevolezza dei docenti in relazione ai modi di fare degli alunni, uno o tanti che siano.

Agli inizi del novecento l'insegnante è di estrazione popolare o piccolo borghese, la sua cultura e la sua funzione di educatore gli danno uno status che se da una parte lo collocano sopra il semplice impiegato pubblico dall'altra non lo isola dal ceto sociale cui appartiene. Pur essendo una figura che ha qualche rilievo nella società, non avrà mai la stessa considerazione riservata ad un professore di liceo.

Negli anni dell'immediato dopoguerra gli insegnanti, attraverso le loro associazioni, acquisiscono un ruolo destinato a crescere progressivamente.

Negli anni sessanta la situazione del personale docente, anche se in apparenza in presenza di calma piatta, denota non pochi fermenti e segnali di malessere. Le associazioni professionali - di ogni orientamento e grado - fanno un lavoro di diffusione, sperimentazione e controllo di nuove teorie e pratiche didattiche che trovano sempre più terreno fertile in una categoria che per troppo tempo era stata oggetto di attenzioni strumentali di natura politica o confessionale.

I decreti delegati del 1974 introducono novità riguardo allo stato giuridico degli insegnanti. La formazione continua ad incontrare ritardi tanto è vero che solo nel 1998 viene finalmente messa in atto la formazione universitaria completa.
Al tempo di "Lettera ad una professoressa", in cui Don Milani faceva un'analisi delle problematiche scolastiche, la professoressa era ancora parte di una elite riconosciuta mentre ora quel riconoscimento sociale è venuto a mancare provocando nei docenti amare considerazioni sul proprio ruolo, sui propri doveri e competenze e non ultimo incertezze e disorientamento. Insomma come scritto nella "Lettera di una professoressa" (anonimo "Gente Money" settembre 1990) "una poveraccia".

Come qualunque organizzazione anche la scuola è fatta di persone che la fanno esistere: gli insegnanti e non solo. In loro è molto radicato l'individualismo che scaturisce da una cultura diffusa e da una pratica comportamentale conseguente. Questa situazione dà alle scuole un'immagine debole, poiché i docenti sono poco disponibili a mettere in atto finalità condivise, competenze e modi di lavorare capaci di porsi all'attenzione esterna. Come afferma Etzioni (1) "gli insegnanti hanno la necessità di recuperare una capacità che può essere solo collettiva" di rafforzare l'immagine professionale: per uscire dalla posizione di quasi-professionisti decidendosi così a dar vita ad una scuola che abbia una propria identità ed un peso socialmente riconosciuto.

Il permanere dell'individualismo non facilita la possibilità di sviluppo dall'interno di una istituzione forte con tutti i cambiamenti relativi al ruolo sociale di chi vi appartiene.

Il mal di scuola degli insegnanti ha origine probabilmente da molti fattori tra cui un peso preponderante ha avuto l'essere stati lasciati soli ad affrontare problemi che si potevano risolvere solo insieme. Se a questo si aggiungono l'esser stati poco disposti ad essere un po' più affidabili, trasparenti e meno autoreferenziali il gioco è fatto. Merton afferma che "Gli insegnanti sono individualisti: ma l'incapacità a collaborare è una incapacità addestrata "(2).

L'individualismo è certamente paragonabile ad una reazione di difesa messa in atto nell'intento di respingere i tentativi di intrusione nelle certezze personali che i docenti si sono dovuti costruire da soli a partire dal momento in cui sono entrati a far parte della categoria. Nessuno li ha accolti né ha tanto meno fornito loro modelli, strumenti ed esperienze collettive valide.
Da questa condizione gli insegnanti ne possono uscire solo se accetteranno di mettere la propria libertà, competenza ed esperienza al servizio di progetti collegiali, che rivalorizzano perfino i verbali, non più visti come adempimento burocratico ma come strumento per capitalizzare le esperienze e renderle riutilizzabili in una visione di apprendimento collettivo. L'azione individuale degli insegnanti deve essere ricondotta ad azioni coordinate che facciano vivere le scuole come soggetti collettivi capaci di mettere a frutto le sinergie dando luogo ad un'azione significativamente integrata.

E allora cosa ne dite di cominciare a mettere in comune con il collega della porta accanto (tanto per cominciare) tutte le attività, le conoscenze, i traguardi raggiunti e i percorsi messi in atto? Sicuramente condividere il nostro lavoro a trecentosessanta gradi con gli altri docenti e di conseguenza adottare stesse strategie e contenuti ci aiuterà a recuperare una certa autorevolezza verso l'esterno - alunni, famiglie o istituzioni che saranno.

Rosanna Menna Docente I.C. Via Perazzi 46 - Roma

(1) Lezioni A. "Sociologia dell'organizzazione" Il Mulino Bologna 1967
(2) Merton R. "Teoria sociale e strutture sociali" Free Press New York 1968

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