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ROBOT tra sogni e realtà
Nati per aiutare l'uomo, i robot rappresentano un sogno di progresso che si fa sempre più reale
di Claudio Salvati - Scuola & Tecnologia
"Electric sheep" è un programma di screen saver che simula l'esperienza del sogno umano per installarla in computer e pc. Nel 1968 il grande scrittore Philip K. Dick si chiedeva se effettivamente gli androidi sognassero pecore elettriche (Il cacciatore di Androidi), e questo suo dubbio divenne per il cinema Blade Runner (1982), capolavoro di Ridley Scott e fenomeno culturale di romanticismo filosofico.

Desiderare che anche i computer possano sognare come noi è il sintomo più evoluto della certezza che la tecnologia è davvero penetrata nelle nostre vene.

Nata per semplificare gli aspetti più pesanti della vita umana, per lo più riconducibili al lavoro, l'elettronica, attraverso la robotica ha imitato azioni umani basilari o complesse. Non a caso robot deriva dalla parola ceca "robota", usata per indicare il "lavoro pesante" e compare per la prima volta nel 1920 in un dramma teatrale di Karel Čapek (I robot universali di Rossum, o R.U.R.) dalle forti valenze politiche, che parlava di agevolazione del lavoro operaio, ma anche di sostituzione della componente umana, fatta di bisogni, con quella artificiale e meno esigente.
Non è un caso che Isaac Asimov citi tre leggi della robotica nella raccolta di racconti Io, Robot, del 1941 (che è anche un film interpretato da Will Smith). Quindi per Asimov





1) Un robot non può arrecare danno a un essere umano, o, per inazione, permettere che un essere umano subisca danno;


2) Un robot deve eseguire gli ordini che riceve dagli esseri umani, ma non quando tali ordini interferiscono con la Prima Legge;


3) Un robot deve proteggere sé stesso, finché la sua autodifesa non interferisce con la Prima o la Seconda Legge.




Per quanto Asimov fosse originariamente un biochimico, è incredibile come l'opera di uno scrittore di fantascienza abbia influenzato in modo così preponderante i lavori di veri scienziati e ricercatori impegnati nella robotica, tanto da costringerli a prendere atto di tali dettami come riferimenti imprescindibili. Nonostante l'autore sia sempre stato un sostenitore dell'eugenetica e del progresso scientifico, le sue leggi interpretavano soprattutto il danno contemplato nelle azioni di un automa.

È ovvio che oggi sia chiamato robot tanto la centrifuga che prepara salutari frullati di frutta e verdure quanto la sonda microscopica capace di agire anche sul più nascosto ventricolo umano in sala operatoria, ma è fuor di dubbio che la storia della robotica e storie sulla robotica hanno avuto successo tutte le volte che si sono confrontate con l'uomo.

Così letteratura e cinema, fumetti e cartoni animati hanno tracciato il solco di una popolarità infinità, a partire dal "padre" degli umanoidi artificiali, Frankenstein.
Il personaggio di Mary Shelley, del resto, nel 1818 rifletteva la paura degli uomini di essere rimpiazzati dalle loro creature, e il suo romanzo viene spesso indicato come la prima opera di fantascienza letteraria, malgrado questa espressione odierna di massima tecnologia si porti dietro intuizioni primitive.
Il primo progetto documentato di robot risale infatti al 1495, quando Leonardo Da Vinci, sfruttando le sue conoscenze anatomiche de L'uomo vitruviano progettò un cavaliere meccanico mai realizzato, che nelle idee del suo inventore doveva alzarsi, agitare le braccia e muovere testa e mascella. Nulla a che vedere con il primo automa realizzato nel 1730 da Jacques de Vaucanson (nome tornato in auge con le suggestioni cinematografiche di Hugo Cabret di Martin Scorsese, e La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore), un umanoide capace di suonare il flauto.
Esclusi gli esiti tecnologici più riusciti, oggi le suggestioni maggiori vengono dal cinema (Metropolis - 1927, Guerre Stellari - 1977, Alien - 1979, Blade Runner -1982, Terminator - 1984, A.I. Intelligenza Artificiale - 2001, Transformers - 2007), e dall'industria cinematografica degli effetti speciali, con gli "animatronic" teleguidati di Carlo Rambaldi (King Kong - 1976) e Stan Winston (Jurassic Park - 1993).

Come è ovvio, robot di questo tipo rasentano la fantascienza e sono ancora molto lontani dall'essere impiegati dall'uomo.
Per lo più utilizzati in campo metalmeccanico ed industriale questi esempi di intelligenza artificiale si classificano in "non autonomi", utilizzati per adempiere a particolari compiti in maniera più efficace dell'essere umano (lavori di precisione, o di ricerca in ambienti ostili e situazioni svantaggiose), e "autonomi", capaci di agire e prendere decisioni indipendentemente dall'intervento dell'uomo.



Ma come dice Isaac Asimov "un robot è logico, ma non è ragionevole", non ha volontà né coscienza di sé e del mondo.


Siamo ancora lontani dai quesiti esistenziali di Philip K. Dick o dagli apocalittici scenari di rivoluzione che ci tramanda il cinema di fantascienza; rinfrancati dalla consapevolezza che un automa, un androide o un cyborg non abbiano coscienza, anima, spirito, cade anche la pretesa che essi sognino, perché come ricorda Asimov, un robot non troppo umano può adattarsi facilmente alle leggi della robotica, pensate per la sicurezza dell'uomo, ma quando il robot si umanizza la trasgressione è dietro l'angolo.



Eppure, se i Queen e Björk popolano i loro video di androidi (i primi con Heaven for everyone -1995, la seconda con All is full of love - 2005), azzardando un paradiso e l'amore per gli umanoidi, allora c'è speranza anche per noi umani.

Claudio Salvati
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