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n. 90 febbraio 2019
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Salire in cattedra
La relazione all' interno della classe
di Rosci Manuela - Editoriali
In una recente conversazione con una Dirigente scolastica di un noto liceo scientifico della capitale, si rifletteva su come alcuni insegnanti siano ancora restii nell'abbandonare non solo e non tanto la cattedra, quanto la famosa "pedana", di ricordi scolastici che sembrano appartenere definitivamente all'altro secolo. Scopriamo invece che la posizione rialzata del mobilio più "illustre" della classe è ancora caldamente difesa. Con quali intenti? Sempre recentemente, in un talk show televisivo, il dott. Paolo Crepet, dopo argomentazioni più che convincenti e condivisibili su cosa necessitano oggi i giovani, facendo riferimento alla Scuola, ha sottolineato l'importanza di ripristinare ovunque la cara pedana, elemento di superiorità inconfondibile tra il docente, "detentore del sapere", e il discente, "umile vassallo", assoggettato al controllo e all'indottrinamento di chi è seduto alla cattedra, o perdipiù sulla pedana (commento polemico strettamente personale).
Nulla da dire sulla necessità che venga ripristinato un ordine nelle relazioni scolastiche, che può essere anche di natura gerarchica (un discente non è alla pari con un docente, da nessun punto di vista). Mi chiedo, però, se la soluzione adottata per risolvere i mali generazionali, prospettata dall'esterno, seppur da esperti, sia davvero quella vincente. Ovunque si sente parlare di scuola come fondamento della società, ovunque esperti e meno esperti affrontano l'annosa questione di come riprendere le redini di una generazione (una sola?) che si disperde molto, ancora nel XXI secolo, che appare meno acculturata e che - nota davvero preoccupante, a parer mio - sembra non aver più rispetto per alcuna forma "istituzionale", neppure verso la propria famiglia.
Gang sempre più giovani sono protagoniste di efferati comportamenti; giovani che sparano togliendo per sempre a un altro giovane la speranza di diventare un campione di nuoto; giovani, anzi giovanissimi che "bullizzano" i compagni. Ovunque si diffonde un generale sentimento di precarietà, dovuto al venir meno del semplice rispetto per la vita umana, quella degli altri e anche per la propria. Di conseguenza, vi è la tendenza a cavalcare e sovraccaricare la percezione di pericolo a cui stiamo assistendo. Non interessa qui elencare tutte le motivazioni che hanno prodotto la "nostra" società: una corresponsabilità condivisa a vari livelli che richiede ora interventi ri-solutivi, innescati da tutti, nei diversi contesti, dentro e fuori la scuola e la famiglia.
Forse i valori fondamentali si stanno sgretolando? Oppure si cristallizzano solo sotto alcune vesti, che mettono in risalto la necessità di una politica di rigore, che stabilisca semplicemente chi è il buono e chi il cattivo?

Rientro nell'aula, luogo e palestra di apprendimento non solo culturale ma per la vita: cosa serve oggi ad un bambino per crescere e diventare un giovane adattato, per costruirsi un futuro come uomo (o donna)? Le indicazioni suggerite già da qualche anno dalla Comunità europea non lasciano dubbi: necessitano, i giovani, di sviluppare quelle competenze per la vita (competenze base e di cittadinanza) utili per inserirsi, per "vivere" al meglio la propria esistenza. Per "insegnare" loro queste competenze, dovremo desumere che tutti noi educatori ne abbiamo il pieno possesso, una tale esperienza da poter essere modello, esempio in ogni circostanza. Ebbene, credo che il sistema educativo vacilli proprio nell'assunto di base: insegnare qualcosa che non si padroneggia, insegnare "teoricamente" cosa fare e non come farlo. Il "come" si può insegnare solo se lo sperimenti in prima persona.
Torno allora alla ricercata pedana che permette al docente di "salire in cattedra": certamente gli alunni vedono meglio il suo volto, la sua espressione, il "mezzo busto" che si delinea; il docente, dal canto suo, troneggia sulla platea degli alunni, dei più intimoriti dal suo sguardo, in cerca sempre di qualcuno da interrogare; altri, sempre pochi, che si mettono in bella mostra per farsi scegliere; qualcuno che si tira fuori dal gioco, implodendo e manifestando tratti sempre più depressivi, o esplodendo con esternazioni di comportamenti e atteggiamenti dirompenti, ai limiti della sopportazione.
Insieme alla valutazione - siamo usciti da poco dalla fase canonica di mettere i voti sulla scheda di valutazione- la postazione "in cattedra" caratterizza il "potere del docente", insieme alla lavagna su cui dar prova di saper fare.
Mi chiedo: e chi non ha la pedana, e neppure la cattedra? Non perché i fondi della scuola non lo permettano, il mobilio essenziale è sempre a disposizione; non c'è la cattedra perché risulta ingombrante, un ostacolo tra chi insegna e chi apprende, una scelta dell'insegnante. Allora anche i banchi dovrebbero essere soppressi? A volte sì, sono anch'essi di ostacolo alla relazione; se intesi invece come tavoli di lavoro, su cui sviluppare idee e progetti, sono fondamentali: sarebbe scomodo lavorare in terra (o forse no!). Chi non ha la cattedra centrale, dietro cui sedersi e da cui chiamare, scorrendo il dito sul registro (con quello digitale, come fare?), ha un problema con il potere? Ha una crisi di identità professionale? Ha un rigurgito sessantottino verso le istituzioni tutte?

Gli studi sulla comunicazione e sulla relazione prolificano da tempo ma spesso sono stati relegati ad altri campi. Certamente i corsi di formazione sulla gestione della classe affrontano il problema, a volte però si ha la convinzione che si stia trattando la questione come se fosse esterna a noi, che non ci veda coinvolti e responsabili di ciò che avviene. Gestire la relazione con l'altro vuol dire mettersi in gioco, senza troppi schermi protettivi; comporta un riconoscimento di reciprocità (chi sono io per te e come influenzo la nostra relazione, e viceversa); richiede di dare significato all'altro come persona, anche se i ruoli sono gerarchicamente differenti. Nell'ambito della classe, e della scuola intera, la relazione è la dimensione fondamentale su cui costruire il rapporto di insegnamento/apprendimento, che può avvenire in maniera efficace solo se si tiene a mente questo principio: la scuola è un sistema umano complesso, in cui lo scambio di relazioni avviene attraverso contenuti anche di carattere disciplinare. Qualcuno potrebbe dire: nel passato, senza tante storie e tante attenzioni alla relazione, gli alunni erano più educati, rispettosi dei docenti, più capaci di apprendere. Vero. Dobbiamo però chiederci quale fosse il quadro socio-politico-educativo dell'epoca in cui le cose funzionavano bene così. In una recente intervista, il prof. De Rita, Presidente del Censis, sottolineava la grande perdita del nuovo secolo: il mancato riconoscimento dell'altro come uomo che vale quanto me, che ha diritto quanto me, che va rispettato quanto me. E' venuto meno il cardine su cui si è retta per secoli la società, fatta di uomini in relazione uno con l'altro, a volte uno contro l'altro. Ma c'era sempre il riconoscimento dell'altro come uomo.
Oggi ognuno, e a tutte le età, può prevaricare l'altro perché non lo considera uomo/donna alla sua stessa stregua; la vita umana ha perso di significato e con essa sono venuti meno i principi che la caratterizzano, tra questi il fatto che gli uomini comunicano e sviluppano relazioni. Siamo interessati solo a relazioni schermate dal web, a distanza di sicurezza, dove è possibile anche assumere identità diverse. L'altro è interessante solo perché mi riconosce e lascia traccia con un "mi piace".

Emergenza relazioni precarie (o assenti)? Ebbene sì!
Possiamo allora dire che gestire la relazione e, ancora di più, costruire relazioni diventano un impegno educativo fondamentale, il terreno da arare per preparare poi la semina (conoscenze e abilità da conseguire). Quella cattedra, o addirittura la pedana, rappresenta un vecchio modo di concepire le relazioni umane (chi è up e chi è down) in contrasto con la visione più attuale che esige dalla scuola di sviluppare quelle competenze per la vita che richiedono di saper collaborare e condividere, di saper progettare, di sapersi relazionare con se stessi, con gli altri e con il mondo intero.
Si chiede ai docenti di cambiare professione? Di essere uno "psicotuttologo" al servizio degli alunni? Certamente no. Si tratta, tuttavia, di prendere consapevolezza che qualcosa che un tempo si dava per scontato -che non doveva essere insegnato- oggi va messo sul tavolo di lavoro dal docente, che certamente ha assunto un ruolo multiforme: non più cultore della materia, colui che dona il verbo al discente, ma colui/colei (sempre più donne, nel mondo della scuola) che affianca, supporta, sollecita, indica la strada, riprende, insegna (ancor prima che verificare e valutare) quelle persone in via di definizione della propria identità, che sono i nostri alunni nelle classi di ogni ordine e grado.

E' impossibile e improponibile assumere questa nuova identità professionale? Assolutamente no. Il requisito fondamentale però è che ogni docente non si viva come un dipendente dello Stato ma come un professionista a cui lo Stato ha affidato il compito più delicato, quello di occuparsi del capitale umano. In tutti i tempi è stato così, ma forse si è persa la visione del mandato istituzionale e ci si avvicina alla scuola prevalentemente come opportunità di lavoro, visto che in giro se ne trova ben poco.
L'importate è che le persone di scuola si sentano soggetti relazionali e come tale agiscano, con grande consapevolezza.


Manuela Rosci
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