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n 7 novembre 2010
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Se il docente non è un professionista ...
E' sempre più difficile "star bene a scuola"
di Damiano Maria Antonietta - Organizzazione Scolastica

Nell'accingermi a scrivere questa breve riflessione sono stata molto indecisa se affiancare o meno un punto interrogativo al titolo.
E' una domanda che pongo a me stessa e agli altri che mi leggeranno oppure è un'affermazione ben precisa di cui sono veramente convinta?
Nell'incertezza, e assecondando la mia natura fiduciosa e positiva, ho preferito inserirlo, lasciando libero il lettore, a fine articolo, di lasciarlo o toglierlo.

Io desidero solo condividere con voi alcune mie riflessioni alla luce di ciò che vedo e tocco ogni giorno con mano nella gestione della mia scuola formata da 1300 alunni, di cui circa 350 di scuola secondaria di primo grado.

Come ho già ho avuto modo di ribadire, io credo fermamente che la scuola sia il luogo dove educazione ed istruzione si impartiscono "in maniera sistematica ed intenzionale" per cui appare evidente che ritengo che l'azione didattico/pedagogica che ciascun docente è chiamato a svolgere non può e non deve essere delegata a nessun altro: nè ente o associazione territoriale, ne' genitore.

Il docente all'interno della scuola è il professionista deputato ed esperto dell'istruzione e dell'educazione.

Un professionista ho detto e, come tale parola lascia intendere, è colui che non solo possiede gli strumenti giusti ma....."professa" il suo lavoro, cioè "ci crede".
Parlando dell'andamento didattico ed educativo della propria classe quindi, insieme ai suoi colleghi, non si lamenterà della classe stessa: "è una classe che non sa concentrarsi, si distraggono con niente, non hanno metodo di studio..." perché la lamentela non ha posto nella scuola, quella vera.

Tali osservazioni sono punti di partenza, è il materiale sul quale bisogna lavorare e non.....guardando alla classe nel suo insieme ma alla classe nei suoi singoli componenti.
Chi è della mia generazione ricorderà, durante il periodo universitario, il mito del "gruppo". In gruppo si studiava indistintamente e, altrettanto indistintamente, in gruppo si facevano gli esami, con il risultato che alcuni gregari non hanno mai capito niente di ciò di cui si andava a discutere e coloro che avrebbero superato gli esami anche da soli, lo superavano trascinando dietro molta "zavorra". Il gruppo o una classe non sono validi solo perché sono gruppo o classe ma perché sono validi i singoli elementi che ne fanno parte.

Tutto questo per ribadire che si può parlare della classe 2B, 3C... se si conosce a fondo ciascun alunno, le sue capacità, le sue lacune, il suo modo di procedere. Di lui il docente conosce di volta in volta i progressi perché per lui ha attivato un percorso nel quale l'alunno stesso ha potuto riconoscersi ed avanzare, prima che le richieste della scuola e le sue esigenze (metodologiche, affettive,...) entrino in conflitto e si tramutino in "svantaggio".
"Ma io ho il programma da portare avanti" ripetono spesso i professori. No. Non il programma, tutt'al più la " programmazione", che tuttavia deve essere stilata tenendo conto del materiale umano che si ha davanti.

Provate ad immaginare che come professionisti non avessimo davanti dei docenti ma dei medici che fanno il punto sui loro pazienti. Provate ad immaginare se dicessero "certo stanno sempre a tossire, spesso hanno la febbre, qualcuno si lamenta perché ha i dolori..." sarebbe assurdo perché le manifestazioni evidenziate fanno parte dell'anamnesi per poter fare una giusta diagnosi e preparare una idonea terapia. E non pretendere di somministrare chinino o antibiotici a tutti, indistintamente, qualunque sia la malattia di ognuno, aspettandosi miglioramenti "di gruppo".

Bene, concludo questa mia riflessione affermando che molto raramente mi capita di assistere a consigli di classe che abbiano attivato uno o due percorsi differenziati in risposta alle esigenze rilevate (magari attivandoli entrambi per l'intera classe) in modo che ciascun alunno possa scegliere quello a lui più congeniale (efficienza) per giungere tutti allo stesso risultato (efficacia).
La ricerca pedagogica, recepita dalla normativa, da anni parla di individualizzazione, di personalizzazione, di integrazione...eppure il numero degli "svantaggiati" perché a scuola "non stanno bene" è in continuo aumento.

Un rimedio che ritengo proponibile e non velleitario è creare momenti di scambio e di confronto per uscire dalla condizione di solitudine e di autoreferenzialità dei docenti che crea, inevitabilmente, delusione e frustrazione professionale. Solo nel confronto e nell'analisi delle criticità e nella circolazione delle esperienze e delle buone pratiche è possibile, a mio avviso, intravedere un percorso di insegnamento/apprendimento fecondo e ricco di prospettive.
L'aggiornamento come formazione continua poi... diverrebbe un'esigenza ineludibile.
Come è nella realtà.

Maria Antonietta Damiano, Dirigente scolastica I.C. Via Nobiliore - Roma
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