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n.9 gennaio 2011
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Se non ce l'hai ... la puoi allenare!
Attività di lettura nei laboratori Larsa
di Rossini Simonetta - Didattica Laboratoriale
Come ho scritto più volte, è da molto che lavoro sulla lettura attraverso un percorso che ha reso i bambini consapevoli sia di cosa significhi leggere bene, sia dei risultati da loro stessi ottenuti con una certa abilità nel riconoscere i punti critici da migliorare.

La capacità di leggere bene da un punto di vista strumentale si raggiunge attraverso l'acquisizione di diverse competenze che permettono di riconoscere tutte le parole, rispettare la punteggiatura, usare un tono accattivante...
Prerequisiti indispensabili risultano comunque attenzione e memoria visiva delle parole progressivamente riconosciute che, in un modo o nell'altro, diventano bagaglio esperenziale e culturale dei bambini.

Di solito, a scuola, si presta più attenzione alle esercitazioni sulla lettura vera e propria e si dà meno importanza a quello che riguarda attenzione e memoria, come se si considerassero due caratteristiche innate di una persona: o ce l'hai o non ce l'hai.
Ovviamente non è così: sono abilità che si raggiungono attraverso l'esercizio, l'allenamento e, soprattutto, attraverso la presa di coscienza dei punti deboli da superare con strategie adeguate.

All'interno dei gruppi Larsa con le mie classi terze ho avuto modo di sperimentare due percorsi laboratoriali che hanno coinvolto e divertito molto i bambini.
Nel primo caso ho incollato su un cartellone una serie di immagini ritagliate da riviste illustrate: visi, capi di abbigliamento, animali, alimenti, accessori di vario genere... Ho poi mostrato il tutto ai bambini soltanto per un paio di minuti. Ho quindi dettato loro delle domande: quanti visi? Ci sono animali? Quale oggetto compare più volte? Ci sono orologi?...

I primi risultati sono stati decisamente deludenti e i più sorpresi erano proprio i bambini: "Ma come? Mi sembrava di aver guardato bene tutto..." Appunto: spesso si guarda senza "vedere" quello che abbiamo davanti.
Occorre fissare la nostra attenzione su quello che abbiamo di fronte prendendo alcuni punti di riferimento quali il nominare gli oggetti, contarli, misurarli in termini di posizione e visibilità per memorizzarne il più possibile. Bisogna, insomma, adottare delle strategie personali delle quali misurare l'efficacia per trovare e adottare la più efficace.

Strategie non meno utili da utilizzare nella seconda attività proposta.
Il gruppo è stato diviso in due squadre: il capogruppo doveva leggere e cercare di memorizzare otto parole che facevano riferimento allo stesso contesto e che rispettavano l'ordine alfabetico: aula astuccio banco classe libro quaderno... Il foglio veniva poi eliminato e il capogruppo doveva ripetere le parole all'orecchio del compagno che a sua volta le ripeteva al compagno successivo in una specie di gioco del telefono. L'ultimo della fila doveva scrivere la parole sul foglio.
Tutte e due le squadre hanno memorizzato solo metà delle parole. Il 50% si era perso per strada... mentre passava da un bambino all'altro. Perché?
Difficile rispondere se non con delle ipotesi.

Disabitudine a concentrarsi, disabitudine ad essere autori -protagonisti di un apprendimento, disabitudine ad esercitare la memoria.... Certo, se esistesse una ricetta certa e magica per attivare la memoria, sarei la prima a provarla su me stessa: sapeste quante volte manco di comprare quello chi mi serviva (la lista non mi serve...tanto mi ricordo...) oppure dimentico dove ho messo quel foglio che proprio ora mi serve (...lo metto qui così mi ricordo!)... e vogliamo parlare delle chiavi?

Come gli adulti, i bambini hanno bisogno di "collocare" quanto appreso attraverso modalità inevitabilmente personali; devono "riempire" i loro "cassetti della memoria" secondo un criterio ordinato e ben definito.
Il bello è che nell'elaborazione di tutto questo nessuno può sostituirsi a loro: devono arrivarci da soli altrimenti i risultati non vengono fissati e, soprattutto, non si crea quella memoria di lavoro sulla quale inserire i nuovi apprendimenti.
L'insegnante può suggerire, aiutare, può condurre il gioco... ma è l'alunno l'unico protagonista di questo apprendimento che a volte comporta più e più tentativi. L'insegnante deve creare i momenti e le situazioni all'interno delle quali tutto questo possa avvenire.

Da queste due esperienze laboratoriali, cos'altro si sono portati via i bambini?
 la voglia di mettersi in gioco
 la consapevolezza che per fare bene bisogna scegliere delle strategie adatte allo scopo
 che hanno fatto delle scelte in piena autonomia
 che formavano una squadra
 che attenzione e memoria possono maturare e migliorare

Che cosa mi sono portata via io?
 l'immagine di bambini attivissimi che non vedevano l'ora di ripetere questo gioco
 l'immagine di bambini che vivevano uno spazio diverso dalla classe in maniera impeccabile, da grandi
 quella di Francesco che mi diceva sorridendo " tocca a me... mi tremano le gambe"
 e quella di un gruppo di bambini attentissimo e partecipe alla discussione sul lavoro appena fatto.

Rossini Simonetta, Docente I.C. Via Perazzi 46 - Roma
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