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La scuola italiana deve ripensare profondamente il suo compito
di Comberiati Nicola - Orizzonte scuola
La scuola italiana deve ripensare profondamente il suo compito e il suo ruolo, le sue modalità, i suoi tempi, le sue economie. Nessuna riforma può incidere profondamente se la matrice culturale rimane il modello gentiliano, a sua volta ispirato alla ratio studiorum dei gesuiti: impianto storicista, metodo analitico, interrogazioni settimanali, scrutini, recuperi, bocciature o promozioni. Modello liceale cognitivista, hegeliano, astratto e teorico. Niente del saper fare, del metodo galileano induttivo-deduttivo, imparare facendo e così scoprire, ricercare, organizzare: la riscoperta della nostra tradizione rinascimentale, leonardesca, quella dell'umanesimo letterario, artistico e scientifico.
Premessa da approfondire ma necessaria per illuminare punti irrinunciabili per una scuola riformata che tenga conto dei contenuti, delle nuove modalità di apprendimento-insegnamento in una società complessa e problematica in continuo cambiamento, ma che non trascuri gli insegnanti, protagonisti essenziali dei processi di trasmissione della cultura, continuamente annullati dalle riforme.
Alcuni punti su cui aprire una riflessione:

1) La valorizzazione del lavoro docente implica il far emergere il lavoro sommerso che sta a monte dell'insegnamento-apprendimento: preparazione, progettazione, monitoraggio. Una scuola di 18 ore di conferenze (orario di cattedra) è una riduzione del docente a ripetitore insoddisfatto (burnout), non eleva la qualità della scuola e non aiuta la crescita culturale e professionale de giovani.
Questo può significare varie cose:
? una cattedra non più di 14-16 ore settimanali di insegnamento, organico funzionale, valorizzazione economica del lavoro di coordinamento delle classi o dei dipartimenti. Un orario europeo di presenza a scuola sul modello tedesco (8-14) o francese (8-16,30). Il recupero come parte integrante della funzione docente e un conseguente stipendio europeo.
? un team di docenti che rielabora e progetta (alla logica della programmazione sostituire una logica della progettazione): non si può concepire un lavoro educativo e sociale su esseri umani senza confronto, rifocalizzazione degli obiettivi, ridiscussione delle competenze e delle certificazioni: è un lavoro essenziale e va riconosciuto.
? Nuove figure professionali all'interno di una riprogettazione: lo psicologo (in molte scuole europee è assunto dal Ministero della Pubblica Istruzione), il formatore, l'esperto di dinamiche di gruppo, il mediatore culturale, il tutor esperto di formazione, il progettista...

Si obietterà che non ci sono soldi. Questo è vero in parte. La scuola è diventato il luogo del consenso di molte agenzie di mercato e politiche. Abolito il Provveditorato (!), la scuola ha molti "superiori": i vari assessorati del Comune, della Provincia, della Regione. Ognuno ha scoperto un mercato che invade con progetti e soldi, molti fondi europei, ma spesso scissi dalle progettazioni dei docenti e dai reali bisogni dei ragazzi. Al mattino classi di 30 ragazzi, il pomeriggio lotta alla dispersione o al recupero di quegli stessi ragazzi che nella scuola del mattino sono destinati ad essere bocciati, perché i percorsi individuali, l'attenzione alle problematiche psicologiche e umane del ragazzo non sono possibili per la numerosità degli alunni e per la catena di montaggio culturale a cui sono sottoposti gli insegnanti.

2) La scuola radicata nel territorio (municipio, paese, città..) di cui è la naturale espressione. Il territorio è il luogo da cui partire per l'analisi dei bisogni, ma anche per dare risposte culturali non astratte. Questo implica la totale abolizione delle province come enti (il famoso rasoio di Guglielmo di Ockham: "inutile moltiplicare gli enti se non sono necessari") che controllano un patrimonio edilizio immenso tra pastoie burocratiche e dispendio economico non indifferente.
La "scuola aperta" al territorio è l'espressione democratica più trasparente dell'autonomia scolastica. Ma l'autonomia implica gestione e amministrazione oculata da parte di un Dirigente Scolastico a cui è stata attribuita la rappresentanza legale e penale (D.L. 265 del 2001) e la consequenziale responsabilità, ma con una direzione ancora piramidale. In concreto si è creata una figura come cassa di risonanza a cui i politici hanno delegato ogni responsabilità senza alcun potere decisionale. E' il risultato decadente più appariscente di una riforma ambigua e retorica (la mancata equiparazione della dirigenza scolastica alla dirigenza pubblica ne è una prova!). L'autonomia scolastica è una rappresentazione nuova di una divisione di poteri e di una separazione di funzioni: in tal senso la Dirigenza Scolastica trascina giuridicamente non una concentrazione di poteri, ma una leadership diffusa, fonte di responsabilità condivise con la comunità scolastica. Le responsabilità penali e legali di un Dirigente oggi superano quelle dei sindaci (affiancato da assessori), che purtroppo governa la scuola senza figure di riferimento (staff dirigenziale) con precisi poteri giuridici. Un Dirigente Scolastico (spesso si governano quasi 5.000 persone!) non può governare oggi una scuola autonoma senza un ufficio legale e tecnico, senza un economista, senza figure di sistema (che non possono essere le figure strumentali, a cui si chiedono 18 ore di insegnamento più progettualità, disponibilità senza orario di lavoro, accoglienza, orientamento, monitoraggio etc...)

Questo significa concretamente:
? Che ci vuole una reale carriera degli insegnanti, il riconoscimento di competenze che essi hanno maturato con gli studi e con l'esperienza
? Assunzione di nuove figure professionali con precisi compiti gestionali: il responsabile della sicurezza (ingegnere o architetto), lo psicopedagogista, l'economista, lo psicologo, il bibliotecario competente, tecnici informatici qualificati, selezionatori e valutatori del personale e del sistema, figure che costituiscono una valorizzazione delle risorse interne della scuola e che possono costituire occasione di avanzamento di carriera
? La creazione di una Scuola della pubblica amministrazione specializzata (come in Inghilterra) che prepari Dirigenti e DSGA (che deve essere un economista), ispettori e valutatori.

3) La fine del precariato nella scuola: l'assunzione una volta per tutte di coloro che ne hanno diritto e la fine della scuola come posteggio per disoccupati.

Come risolvere il problema delle supplenze?
? Attraverso un calcolo di probabilità si assumono in ogni scuola o distretto di scuole alcuni docenti che nei primi anni del loro insegnamento fanno parte di coloro che sostituiscono gli assenti (assistenti di cattedra). Un gruppo stabile (es. dieci professori di italiano, di matematica, di lingue, di matematica...) che nel distretto si rende disponibile a continuare il lavoro didattico e di progettazione iniziato dal docente che per motivi consentiti si è dovuto assentare. Una équipe permanente garantisce un confronto, una progettazione condivisa, una continuità didattica, una crescita culturale e un tirocinio sul campo per le nuove generazioni di insegnanti, ma anche una tranquillità psicologica per progettare la propria vita.
? La fine del precariato è la fine della improvvisazione didattica continua, ma anche la fine di attese angoscianti, spesso fino ad età avanzata, che fa decadere una nobile professione in un sussidio per la sopravvivenza. Si assumono nella scuola docenti nuovi in proporzione alle uscite di pensionamento con piani di reclutamento oggi facilmente prevedibili.

4) Il reclutamento degli insegnanti: bisogna ridisegnare il modo di entrare nella scuola. La sola laurea non può essere sufficiente senza una preparazione didattica del docente, che lo prepari ad essere un ricercatore e un applicatore della disciplina che dovrà insegnare, ma anche un professionista umano capace di leggere i mutamenti sociali, di saper ascoltare, guidare un gruppo, saper costruire percorsi individualizzati anche in situazioni non ottimali.

Ma il reclutamento degli insegnanti non può essere solo un appannaggio delle università con i vari TFA. Se l'autonomia scolastica ha risorse culturali capaci di riprodurre, condividere, diffondere le proprie competenze professionali non si capisce perche le scuole in rete non debbano essere il luogo naturale della formazione e del tirocinio dei nuovi docenti.


Prof. Nicola Comberiati, Dirigente Scolastico e psicologo - Roma
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