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n. 27 novembre 2012
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Sono salito sulla cattedra per ...
Considerazioni di un genitore nella scuola in rivolta
di Paci Lucia Giovanna - Orizzonte scuola
Ci risiamo, ancora una volta la redazione licenzia il tema del mese - la scuola luogo di cultura, dove si crea, si vive, si riflette giorno dopo giorno - e ancora una volta io sono lì lì per mollare, quando le parole mi vengono a cercare per il bisogno di riflettere su qualcosa che non volevo vedere, ma stava lì davanti ai miei occhi!

La scuola è al capolinea, alla resa di conti che non tornano più. E' l'istituzione statale più penalizzata di questi ultimi anni dai tagli alle risorse che l'alimentavano, sia in termini di soldi, sia in termini di offerte, contenuti, qualità, con l'aggravante che la scuola è un luogo educativo, dove dovrebbe farsi formazione e cultura.

Chi come me ha più figli, di età diverse, ha potuto sperimentare in questi anni il progressivo svuotamento di ogni contenitore: quello delle ore - per esempio nella scuola primaria, la soppressione del tempo pieno, seppure lasciando invariato il numero di ore che i bambini passano a scuola, ne ha svuotato il contenuto, visto che sono state soppresse le ore di compresenza tra colleghi, che favorivano una qualità più alta di lavoro, offrendo la possibilità di recuperare o potenziare o organizzare attività laboratoriali -, dei programmi - ciò che si studia a scuola è sempre meno (i miei due figli più grandi, alle cosiddette elementari avevano studiato la storia, nella semplicità ovviamente adatta a bambini di quella età, che li portava a confrontarsi con epoche più moderne, anche se magari non proprio contemporanee, mentre la mia figlia minore si è fermata a l'epoca romana: poco il tempo destinato, pochi i contenuti!) - , quello delle casse - i soldi non ci sono per fornire gli istituti delle cose più elementari, non ci sono per metterli in sicurezza e renderli meno fatiscenti (in classe di mio figlio, ieri pioveva e colava l'acqua da un lampadario... hanno "risolto" mettendo due bacinelle a raccolta!), non ci sono per pagare i supplenti né quei docenti che mettono a disposizione la propria competenza extra, per esempio quella informatica, che garantisca il funzionamento di un sito, che oggi sembra essere diventato il nuovo veicolo di informazioni del singolo istituto scolastico - quello dei progetti - quelli del Ministero, come quello della digitalizzazione e dell'innovazione tecnologica, ridotti a "politica degli annunci", come l'ha definita il professor Tullio De Mauro in un'intervista al Global Junior Challenge, perché sempre disattesi e quelli delle singole scuole, che rimangono contenuti di POF che non si riescono a realizzare!


Che la crisi della scuola, quella pubblica, sia un fatto condiviso anche dall'alto lo si percepisce dal bisogno di rilanciarla attraverso uno spot, che ha tra l'altro scatenato reazione infuriate, perché girato in una scuola privata, in cui il prof. per eccellenza, Roberto Vecchioni, afferma, da professore:

"cerchiamo di cambiare con tutte le forze quello che non va, ma non smettiamo di amarla questa nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme!".


Ed è su questo che voglio proporre la mia riflessione. In tutti questi anni di scuola vissuta sempre più in difficoltà, una sola certezza mi ha permesso di essere fiduciosa e positiva: gli insegnanti, non come casta, ma come persone, con la loro professionalità, il senso di responsabilità, la voglia di farcela appunto con tutte le forze, la capacità di inventarsi ogni giorno, quella di spendersi, di donarsi. Certo, non per tutti o non tutti nella stessa maniera, ma per me sono stati interlocutori certi, attraverso i quali avere fiducia nella Scuola, con la maiuscola. Ho sempre cercato di costruire rapporti dialettici con i docenti che ho incontrato sul mio cammino di genitore e spesso mi sono spesa per portare il mio atteggiamento di apertura anche a quei genitori che erano lontani come sentire. Abbiamo condiviso idee, ideali, progetti e battaglie, nella teoria e nella pratica, ci siamo rimboccati le maniche letteralmente, nella comune credenza che fare è sicuramente più utile e costruttivo che disquisire e lagnarsi e nell'obiettivo comune, che è quello della formazione dei ragazzi.

Oggi, sono in difficoltà: l'anno scolastico è cominciato, nelle scuole dei miei figli, con un segnale in controtendenza da parte degli insegnanti, che mi disorienta: l'ammutinamento di tutta la categoria, contro vari provvedimenti di questo e di precedenti governi, che butta nello stesso calderone tutto il malcontento di questi anni e lo fa tracimare in maniera un po' maldestra.
Si protesta contro il DL 953, il cosiddetto Aprea, che prevede l'ingresso di privati nella scuola, che, fa raccapricciare, perché la scuola pubblica è un diritto e un bene da salvaguardare, è un patrimonio della Nazione, che la contraddistingue. Si protesta, ed era ora, contro l'effettiva cancellazione del Tempo pieno, contro la mancanza di fondi per l'autonomia, contro la riduzione delle ore e degli insegnanti di sostegno e contro l'aumento delle ore settimanali, dapprima proposto e poi ritirato dal governo. Si protesta e si cerca il consenso delle famiglie, perché per un bene comune si fa fronte comune, ma si sceglie la strada impopolare a cui siamo stati abituati in questi anni, quella dei tagli: a tutte le attività integrative, che vadano a completare la cosiddetta "funzione docente", che siano laboratori, corsi di recupero, campi scuola, progetti vari, cioè tutto quello che fa la differenza, il valore aggiunto, e lo si fa, "per il bene dei ragazzi", ma a loro discapito!

Lo sciopero è una delle conquiste più importanti e indiscutibili della storia dell'umanità, ma nasce in un contesto, quello della fabbrica e del padrone, un po' antico e superato, oggi. Più di un secolo fa, un padrone capitalista e sfruttatore veniva penalizzato dal blocco dell'attività produttiva, oggi, per contro, facciamo tutti parte dello stessa sistema e scioperare è diventata una "guerra tra poveri", in cui disfi e paghi in prima persona, per muovere le coscienze, si dice, ma per dare fastidio a chi? E' già difficile che un operaio o un lavoratore precario si senta in sintonia con l'insegnante, questa volta come casta, ancora considerato come appartenente a una categoria di privilegiati, figuriamoci, quando a quest'operario o a questo precario,la casta va a "danneggiare" il suo bene più profondo e stabile, il figlio!

Che si organizzino "notti bianche", come si sta facendo, per spiegare alle famiglie i rischi ulteriori che corre il sistema scuola, per sensibilizzarle con il fine di muoversi insieme andando a portare la propria voce in piazza, mi piace e mi appartiene, perché gli interlocutori sono altri, quelli deputati, ma sospendere tutte quelle attività che fanno di un insegnante qualunque l'insegnante, proprio quello, che segnerà la vita di mio figlio, non mi piace per niente! Sarebbe come se io dicessi a mio figlio : "ti insegno le regole, ti dò un'educazione generale, ma non ti bacio né ti abbraccio!"

Ai docenti di cui ho detto prima, le mie certezze, vorrei chiedere: "che cosa, chi volete essere, voi? Che ruolo volete avere, ancora, nella scuola, nella vita dei nostri figli, presenti e futuri?". Perché mi piacerebbe di più che ci fossero altre forme comuni di protesta, in cui noi genitori, fossimo più uniti ai docenti e partecipi, perché sono d'accordo con loro ma il mio cuore mi dice che ... sono i miei figli certamente a perdere!
E vorrei concludere con la bellissima frase del professore Keating, dell'Attimo fuggente: "Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse".

Lucia Giovanna Paci, genitore, Roma
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