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n.17 novembre 2011
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Superare i problemi di comunicazione
Un ponte comunicativo per la sordità
di Tomassini Stefania - Integrazione Scolastica
Nel corso di questi anni mi è capitato frequentemente di dover spiegare, in contesti istituzionali o personali, il lavoro che svolgo all'interno delle scuole come assistente alla comunicazione per le persone sorde.
Superato da parte dell'interlocutore il primo momento di perplessità, prosegue la spiegazione di quanto prima annunciato.
È una figura che ha il compito di abbattere le barriere comunicative attraverso strategie e strumenti e favorire l'apprendimento e l'integrazione scolastica e sociale del bambino sordo.

La sordità è un deficit sensoriale ed è stato anche definito un handicap invisibile perché non solo è difficile da riconoscere e comprendere nella sua complessità, ma anche perché, soprattutto in passato, è stato difficile fare una diagnosi precoce nei neonati; in alcune circostanze e in determinati contesti accade che l'individuo sordo resti in una condizione di grave isolamento comunicativo.
Nasce cosi, con la legge 104 del 1992, la figura dell'assistente alla comunicazione che dipende dall'Ente Locale Provincia (e non dalle organizzazioni scolastiche) e il servizio è gestito dall'Ens (Ente Nazionale Sordi) e dalla cooperativa Segni d'integrazione - Lazio; il percorso formativo avviene presso l'Istituto Statale dei Sordi di Roma o all'Ens o presso le altre associazione riconosciute per la formazione.

L'operatore entra in classe rispettando principalmente la modalità linguistica data dalla scelta riabilitativa della famiglia, che può essere con un sistema di bilinguismo (Lis e italiano), bimodale (italiano segnato) oppure oralista (ripetizione labiale).

Entrando nelle classi il nostro primo obiettivo è quello di creare un sereno clima collaborativo con i docenti e iniziare noi per primi un processo di integrazione con il team.

Siamo per il bambino "un ponte comunicativo", uno strumento che attraverso la nostra osservazione deve cogliere le capacità linguistiche e comunicative per potenziarle ed accrescerle; siamo "una lente d'ingrandimento" che deve far emergere tutte le comunicazioni anche le più informali, relative alle esperienze emotive e relazionali.
Questi aspetti favoriscono l'integrazione reale del bambino con l'intero contesto scolastico.

Con le insegnanti che hanno la responsabilità del progetto educativo, collaboriamo (nel rispetto del proprio e altrui ruolo) per CONCERTARE la presentazione delle lezioni, adattate e misurate per ottenere un'efficace comprensione dei contenuti didattici, al fine di avere un reale apprendimento.
Questi sono gli aspetti prettamente teorici ma visto e considerato che lo stimolo che può portare a svolgere questo lavoro non è la retribuzione economica, o la stabilità lavorativa né tantomeno "una fervente vocazione" o un qualsiasi riconoscimento sociale, la motivazione che spinge me a spendere le mie energie è la grande passione nel dover quotidianamente affrontare e provare a superare "problemi di comunicazione".

Concordo con chi pensa che in grande misura la comunicazione, in tutte le sue forme, sia la maggiore responsabile dell'andamento delle relazioni e azioni tra le persone.
Nella scuola accade ovviamente lo stesso; avendo la fortuna di lavorare con insegnanti molto attente e sensibili a contribuire ad uno sviluppo armonico del bambino, ci troviamo spesso ad osservare come in generale i bambini, e anche gli adulti, non siano abituati all'ascolto; e come questo condizioni nei bambini le prestazioni, i rapporti, ma soprattutto le relazioni ed il comportamento.

Nei i bambini sordi il problema è il medesimo, sia che la lingua utilizzata sia la Lis (lingua dei segni italiana) e quindi si debba cambiare il codice e tradurne il contenuto in quella lingua e in quella cultura, in cui l'ascolto è L'ATTENZIONE AL SEGNATO; sia nei bambini con una buona protesi o un impianto cocleare dove il bambino ha un buon recupero uditivo e si utilizza la lingua italiana e l'ascolto è quello REALE.

L'assistente alla comunicazione, insieme a tutto il gruppo, dopo un'attenta osservazione, deve escogitare una strategia adatta a far fruire i messaggi, i contenuti; entrare completamente in comunicazione con il bambino, dove l'emittente arriva al destinatario anche empaticamente.
I metodi che si possono utilizzare sono innumerevoli ed alcune volte possono essere imprevedibili.
Qualsiasi risorsa, se necessaria, si deve mettere in gioco, anche se rompe gli schemi ed alcune volte, lo deve fare; catturare l'interesse e l'attenzione del bambino, che normalmente rimane attaccato ai rassicuranti, seppur faticosi, modelli conosciuti.

In questa dimensione protetta il bambino può investire le proprie energie al fine di esprimere se stesso e attivare il processo di crescita nello sviluppo dell'identità, dell'autonomia e della stima in se stesso.
È la garanzia che dà il saper e volere lavorare in gruppo, è il sentire di poter confrontare le proprie opinioni, sentire di poter moderare gli interventi, sentire di poter concordare una linea di condotta, misurarsi sulla capacità di accettare il ruolo che è più fruttuoso interpretare, gioire insieme delle vittorie e ri- analizzare insieme le sconfitte.

Credo che lavorare con i bambini - auspicabilmente in questo modo- sia un lavoro per fortunati perché si è sempre dentro un continuo e reciproco scambio: con i docenti, con gli operatori e soprattutto con i bambini.
È come in una sorta di "specchio riflesso"in cui il bambino si vede riflesso positivamente nei nostri occhi, e attraverso i suoi, noi osserviamo la realtà circostante e proviamo ad interpretarla per fargliela comprendere; negli occhi dei nostri colleghi vediamo le nostre fragilità, sempre protesi a cercare continuamente soluzioni, tentando strade da percorrere insieme, cercando di crescere noi e possibilmente chi ci è stata affidato.
In questo modo nel gruppo non siamo mai soli, e mentre aumentano esponenzialmente le possibilità, nel gruppo sentiamo anche la leggerezza di essere "tanti occhi e cuori" che agiscono insieme per il bene dei bambini.

Questa credo sia la nostra sfida, riuscire a penetrare il muro che questo "nostro amato bambino" ha messo, o trovato, fra sé e tutto ciò che lo circonda, aiutarlo a vedere lo spiraglio di quella immensa luce che ogni bambino ha dentro di sé, a fidarsi di noi, ma soprattutto a fidarsi di se stesso, a provare e riuscire a mettersi in gioco.
Sembra quasi una dichiarazione di guerra contro gli ostacoli che impediscono l' accesso alle conoscenze... Lo è, ma è anche una dichiarazione d'amore verso la scoperta e la valorizzazione delle diversità.

Stefania Tomassini, assistente alla comunicazione per la cooperativa Segni di Integrazione- Lazio, attualmente all'IC Perazzi e al CD Anna Magnani di Roma

Libri consigliati sulla sordità:
O. Sacks, Vedere voci, Biblioteca Adelphi, 1991
S. Maragna, La sordità, Hoepli, Milano, 2000
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