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n.43 maggio 2014
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Tra sostegno e curricolare metterei il docente in atto
I docenti in atto realizzano la Scuola Possibile
di Rosci Manuela - Editoriali
Nell'ultimo periodo sono stata sollecitata a leggere diversi articoli che riguardano la scuola, con particolare riguardo alla posizione/evoluzione del docente di sostegno. Il mio amico Nicola Pannocchia, che fa parte della Consulta per i problemi delle persone disabili del III Municipio di Roma, mi ha chiesto un parere sull'articolo Sostegno: quale strada prendere? di Giulia Giani, insegnante di sostegno che sostiene la tesi "dei docenti bis-abili": si dovrebbe rafforzare la funzione docente degli insegnanti specializzati i quali dovrebbero avere la cattedra sdoppiata in una parte di docenza curricolare nella propria disciplina per tutta la classe e in una parte per il sostegno in quella stessa disciplina con gli alunni con disabilità, ma anche con DSA (disturbi specifici di apprendimento), con svantaggio socioculturale e con gli stranieri.
Nell'articolo, la collega fa riferimento alla proposta avanzata da Dario Ianes, raccolta nel suo nuovo libro e presentata nel webinar , che ho avuto modo di seguire, mettendo a confronto le due proposte. Rimando all'articolo e alla visione del video, mentre condivido anche con voi - oltre che con Nicola- le mie riflessioni.

Che dire dell'articolo, certamente interessante, ma sento un certo "pericolo" nelle proposte di cui si parla. Mi sembra che si sommino come sempre due problemi differenti -l'identità del docente e i bisogni di soluzione per gli alunni- e si rischia di pasticciare molto alla ricerca di una "buona" soluzione.
Io rimango convinta che l'identità del docente di sostegno non dovrebbe mai essere confusa e allineata a quella del docente curricolare: stesso ruolo (docente) ma cambia la funzione in classe/nella scuola. L'idea di raddoppiare i docenti restituendo il sostegno alla sua disciplina distorce, dal mio punto di vista, l'azione differente che spetta al docente di sostegno: il focus sulle strategie piuttosto che sui contenuti, non perché il docente curricolare non si debba occupare a sua volta di strategie. Non serve, nelle comunità e nemmeno nelle squadre, che tutti facciano la stessa cosa (anche se tutti giocano a pallone, nella squadra non tutti parano bene quanto il portiere!) l'importante è che tutti condividano lo stesso progetto, che pianifichino insieme le azioni da fare, i tempi di realizzazione e poi, ognuno fa quello che è di sua pertinenza.
E' proprio il diverso punto di vista (curricolare e sostegno) che rende (meglio, dovrebbe rendere!) forte e complice questo duo/team nella ricerca di sfide per aggirare l'ostacolo (handicap) e creare per tutti condizioni e contesti facilitanti la vita scolastica, fatta di apprendimenti didattici, di gestione delle emozioni, di costruzione di relazione tra pari e con gli adulti, di consapevolezza dei propri limiti e delle proprie potenzialità, e tanto altro.

Ho paura che questo puntare a trovare soluzioni "miste" o "doppie" possa distogliere l'interesse da quello che faticosamente stiamo coltivando (non sempre con successo!) nelle scuole: una cultura dell'inclusione che si arricchisce non tanto o non solo delle sigle o dei carteggi necessari a documentare ciò che si dovrebbe fare (PAI PEI GLI PDP), o delle difficoltà di lavoro congiunto tra sostegno e curricolare, quanto di spirito di iniziativa dei docenti (e conseguentemente anche degli alunni, a tutte le età!), con la consapevolezza di essere dei "ricercatori" e "facilitatori" di soluzioni di vita scolastica che possono essere generalizzate al di fuori, nella vita quotidiana, extrascolastica.

Concordo con l'affermazione finale: il vero problema è la formazione sulla condivisione, come si fa a lavorare insieme, nella stessa classe, con gli stessi alunni "senza pestarsi i piedi", senza aver bisogno di "squalificare" l'altro (serie A e serie B).
Il punto di partenza è riconoscere la contitolarità dello stesso gruppo classe: questo vale non solo per i docenti di sostegno ma anche per tutti quei docenti, penso alle scuole superiori, che entrano in una classe anche solo per due ore e che possono sentire che la loro disciplina possa valere meno di quelle che hanno un tempo più lungo a disposizione.
Sono convinta che una formazione vera, continua, in itinere, all'interno delle scuole, in situazione, possa essere la sola risposta per far evolvere le persone di scuola "sostenendole" a vivere la realtà scolastica come dimensione comunitaria, che ogni singolo contribuisce ad arricchire oppure ostacolare. La normativa scolastica italiana, per quanto riguarda la disabilità, il concetto di inclusione ma anche i percorsi disciplinari declinati dalle Indicazioni per il Curricolo, ha da tempo espresso linee guida, che sono documenti pedagogici anche di rilievo, ma che vanno fatti rispettare, devono essere attuati.

Sono i sistemi scolastici che devono crescere come contesti culturali capaci di affrontare le sfide che l'apprendimento (e con esso, le emozioni, i comportamenti e le relazioni) pone per tutti. La scuola dei BES deve essere una scuola che lavora con una didattica inclusiva per tutti che (per me!) vuol dire creativa, centrata sul compito concreto, metacognitiva, cooperativa, che utilizza il tutoring tra pari (a tutte le età si può fare), che punta al successo formativo per tutti, non come quantità di info e contenuti ma come autorealizzazione personale ("Questo lo so fare anche io!").
Si tratta dunque di superare la logica dicotomica -docente curricolare o di sostegno- per una visione complementare della figura docente (legittimata dalla contitolarità della classe), che ponga l'attenzione sulla persona che è dietro al docente e ne connota la tipologia professionale che assumerà a scuola.

Il punto mi sembra ben espresso nell'articolo di Alessandro D'Avenia "Insegnanti, questa scuola non è un'anagrafe. Il problema sono coloro che non vogliono o non sanno lavorare: <<indocenti>> e <<indecenti>>. Hanno età e storie diverse, ma l'anzianità come criterio base delle graduatorie non funziona." Si legge: "Perché non chiudiamo le scuole e non carichiamo le lezioni su YouTube risparmiando tempo e fatica? Perché siamo convinti che insegnare sia una relazione attuale: spazio e tempo condivisi nell'irripetibile dinamismo della vita e delle vite ... La qualità della relazione docente-studente determina l'apertura conoscitiva, a meno di non illudersi che istruzione ed educazione siano separabili" e ancora "Si insegna con tutto: sguardo, tono di voce, movenze del corpo, disposizione dei banchi, brillare degli occhi, segni su un compito, cellulare spento... e parole. Una relazione funziona quando genera i beni specifici per cui la si instaura, se quella scolastica non genera attenzione, motivazione, curiosità, non è solo per carenza di stipendio, mura scorticate, vuota burocrazia, giovani e famiglie d'oggi, ma per carenza di relazione. Che cosa è necessario perché essa sia, e sia generativa?".

Senza togliere il piacere di leggere l'articolo, che suggerisco, recupero però le tre tipologie di docenti che D'Avenia descrive (senza distinzione tra curricolare e sostegno, maschile e femminile, giovane o anziano!).
"I docenti in atto. Curando faticosamente i tre elementi (necessari ad insegnare, ndr), trasformano il loro dícere (dire) in docère (mostrare)... i ragazzi sono pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone divertimento, ma interesse) ... fanno venire alla luce i ragazzi, per ciascuno dei quali hanno una pagina del registro con i punti di forza, non smettono di studiare... Aiutano i ragazzi a trasformare il loro destino in destinazione... La loro classe è convivio, hanno l'autorità di chi assapora la vita e la porge... Gli <<in-docenti>>. Per vari motivi (stanchezza, difficoltà relazionali, equilibrio personale, stipendio...) ... non insegna, perché non impara dai ragazzi, la sua classe si appiattisce sulla prestazione (programma ed esame diventano l'orizzonte di autorità)... Gli <<in-decenti>> non conoscono ciò che insegnano e trasformano la classe, presto connivente, in chiacchierificio e poltiglia educativa."

La conclusione viene da sé: la scuola ha bisogno di docenti in atto, di coloro che hanno gli occhi puntati sui ragazzi, che lavorano per sostenerli e non hanno tempo di scivolare nei pettegolezzi di corridoio, negli attacchi al collega che riesce meglio con gli stessi alunni, nel sentirsi di serie B o di attribuire una valutazione di serie B al collega. I docenti in atto non temono la contitolarità perché pensano che ci sia spazio per tutti, all'interno della scuola, adulti e alunni. C'è posto per tutti ... meno per gli "indocenti" e gli "indecenti" adatti, forse, ad altro lavoro.

I docenti in atto sono molti nella scuola, spesso sono silenziosi, fanno meno rumore di chi non sa fare ed è invidioso. Abbiamo bisogno che i docenti in atto si facciano sentire, per restituire alla Scuola la sua giusta reputazione.
Al contrario degli altri, per i docenti in atto esiste solo ... una Scuola Possibile!

Manuela Rosci


Articolo "Sostegno, quale strada prendere?

Articolo "Insegnanti questa scuola non è un'anagrafe"

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