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n 37 novembre 2013
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:20 Novembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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Tra tradizione e rinnovamento
Prima era l'inserimento, poi è stata l'integrazione, oggi deve essere l'inclusione
di Rosci Manuela - Editoriali
Il Convegno sulla "Qualità dell'integrazione scolastica e sociale" organizzato dalla Erickson a Rimini lo scorso 8-10 novembre è stata l'occasione per dedicare tempo e attenzione alla condizione attuale della scuola perché parlare di INCLUSIONE (come precedentemente di INTEGRAZIONE) sollecita inevitabilmente tutte le questioni scolastiche, dalla professione docente alla pratica didattica, dalla valutazione individuale all'analisi della valutazione di istituto, dalla tradizione pedagogica alla rivoluzione tecnologica. Un tour di tre giorni a parlare, discutere, riflettere, integrare e includere punti di vista nuovi e/o consolidare i propri.
Ebbene, quello che ho vissuto non è stato tanto un viaggio nel nuovo quanto il conforto di "stare sulla rotta giusta", nella direzione che avvicina la scuola ad un luogo di ricerca, di approfondimento, di analisi e sintesi e poi di nuova analisi, in un percorso costante che necessita di continue "rotture di schema" oltre che di saldi principi irrinunciabili.

Sebbene sia stato impossibile seguire gli oltre ottanta workshop proposti nei due giorni di convegno, la molteplicità degli interventi distribuiti nelle tre giornate, la maggior parte dei quali di buona fattura, ha permesso di affrontare innumerevoli spaccati di vita scolastica e anche di vita sociale, con particolare interesse per ciò che vivono tutte le famiglie che hanno un figlio disabile, per le esperienze condotte da operatori nel campo dell'integrazione sociale e lavorativa, nel dopo la scuola per le persone con difficoltà.
Superfluo dire che il tema dei Bisogni Educativi Speciali (BES) è stato argomento ampiamente proposto e affrontato da punti di vista diversi.
Impossibile ridurre a sintesi tre giorni di continue sollecitazioni. Il rientro a casa e alla vita lavorativa quotidiana ha già relegato l'esperienza nella categoria "tempo passato", lasciando non tanto la limpidezza degli interventi ascoltati (veramente tanti!) quanto la sensazione di maggiore determinazione su quanto è necessario fare per essere in linea con il momento storico che la scuola vive se vogliamo che la scuola abbia un FUTURO.

Ciò che segue, quindi, non è la cronistoria di ciò che è stato detto quanto parole chiave/slogan che evocano la riflessione partecipata nel convegno e spingono verso una traduzione operativa -cosa e come possiamo operare- da qui in poi. Un puzzle personale che si compone di tanti pezzi quante le sollecitazioni che hanno toccato le corde interne e supportato le mie convinzioni circa la scuola. In questa personalissima restituzione ho il conforto/confronto del punto di vista degli altri protagonisti con cui ho condiviso l'esperienza di Rimini, Serenella Presutti e Barbara Riccardi a cui rimando per una visione di insieme.
La mozione finale, votata a conclusione del convegno, diventa un documento da condividere soprattutto con chi non ha potuto prendere parte ai lavori.

Guardare al FUTURO come compito educativo. In un momento storico in cui il tempo che verrà sembra presagire solo sconforto e assenza di speranza e cambiamento, la SCUOLA è il luogo dove poter contrastare tale visione, se non altro perché verrebbe meno al suo mandato istituzionale: accompagnare le persone, per un lasso di tempo lungo e importante (dai 6 ai 18 anni), a scoprire se stessi e il mondo, a diventare consapevoli di ciò che accade dentro ognuno e nel rapporto con l'altro e con la comunità a cui si appartiene (la classe, la scuola, la famiglia ..); diventare competenti e sviluppare una capacità imprenditoriale che permetta ad ognuno di realizzare la vita che desidera; diventare capaci di muoversi in un mondo in continua trasformazione, ancorandosi certamente alla solida tradizione culturale che ci appartiene, senza tuttavia che questa tradizione diventi la finalità unica della scuola ma sia "utilizzata" per accompagnare quella presa di coscienza individuale, quella metamorfosi e maturazione personale che sostanziano i termini APPRENDIMENTO e FORMAZIONE non solo come contenitore di cultura ma come motore di sviluppo. Quel processo di trasformazione che fa sì che ognuno di noi non sia più quello del giorno prima.
Pensare al tempo che è davanti a noi non da temere ma da rispettare e "costruire anticipatamente", alimentando sogni, desideri, aspettative e aiutando i più giovani a convertirli in intendimenti e azioni per realizzare il proprio PROGETTO DI VITA.

La scuola allora è il luogo per eccellenza dove si gettano le basi per CREARE lo SVILUPPO individuale e collettivo: grande responsabilità per una istituzione che non può lasciare indietro nessuno. Il concetto di EQUITA' è stato più volte ripreso, in contesti diversi: dobbiamo tutti impegnarci a ridurre le disuguaglianze. Non è più tollerabile che un Paese che ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e l'Adolescenza - che il 20 novembre abbiamo ricordato- possa lasciare sulla carta gli impegni sottoscritti.

L'affermazione che riecheggia continuamente è la centralità della persona. Non se ne era già parlato? Quanta fatica facciamo ancora a tradurre questa affermazione in pratica educativa: nella testa abbiamo questo pensiero che però viene scansato da una logica che ravvisa ancora nella programmazione ministeriale il diktat (o meglio l'alibi) per evitare responsabilità e scelte metodologiche che appartengono alla professione docente.
Mi chiedo: siamo tutti consapevoli che apparteniamo ormai da tempo alla scuola delle Indicazioni per il Curricolo, che chiede di essere sempre più consapevoli dei traguardi di competenza a cui accompagnare gli alunni piuttosto che percorsi obbligati a cui attenersi scrupolosamente? Rimanendo all'interno della cornice di riferimento che la scuola ha scelto declinando gli indicatori di competenza, come docente ho necessità di monitorare se le scelte che sto compiendo per accompagnare i miei alunni alla fine dell'anno (step di riferimento) stanno funzionando (producono cambiamento/trasformazione/apprendimento?).
La programmazione disciplinare stilata sulla base delle Indicazioni Nazionali diventa uno degli strumenti di lavoro dell'insegnante, la bussola con cui orientarsi, da confrontare spesso con il posizionamento delle stelle (gli alunni) e la conformazione delle costellazioni (la classe).
L'intelligenza dell'errore diventa una visione pedagogica alleata, anche qui, da tradurre in fatti e non solo a parole. La preoccupazione circa l'errore -come qualcosa da evitare, per grandi e piccini- diventa un fattore che induce a percorrere i soliti percorsi didattici, quelli ampiamente sperimentati, senza osare per paura di perdere tempo, credibilità, autostima. "Il cervello è un elaboratore attivo e non può non sbagliare...L'errore non è sintomo di patologia ma è l'approssimazione alla conoscenza, imparare ad approssimare alla risposta migliore possibile... Come si esce dall'errore? Aiuto, facilitazione, migliore ambiente di apprendimento... e se qualcuno ancora non riesce, allora devo capire quale strategia aiuta il bambino. Dobbiamo imparare a gestire l'errore... Noia e ripetizione passiva danneggiano il potere creativo del cervello. L'efficacia del sorriso... Tutti commettono errori e per questo c'è una gomma per ogni matita." (Daniela Lucangeli)
E' necessario rompere l'abitudine a pensare in maniera de-potenziante (perdo!) e vivere le regole non come limite "ma come elemento per produrre creatività, per non fare le cose a caso" (Pirergiorgio Odifreddi). Due preziosi interventi.

Torna quindi prorompente il bisogno di rendere gli alunni attivi e consapevoli del loro processo di apprendimento/formazione. Cosa fare?
Dobbiamo necessariamente occuparci del SISTEMA SCUOLA come luogo organizzato in cui tutti -l'intero collegio docenti- contribuiscano a rendere centrali e trasversali i processi di inclusione. Ma cos'è l'inclusione, ad esempio secondo l'Index (1)? "E' un percorso verso la crescita illimitata degli apprendimenti e della partecipazione di tutti", dove per TUTTI si intendono alunni, docenti, famiglie, territorio; per APPRENDIMENTI, il raggiungimento del massimo potenziale possibile; per PARTECIPAZIONE, la sollecitazione delle interazioni positive e il coinvolgimento nelle decisioni per "dare forma alla comunità"; la CRESCITA ILLIMITATA è il sogno, l'utopia, la riflessione sui valori: cosa devo vedere tra gli alunni?".
Come fare? Indicare nel Pof il valore a cui tende la scuola: la dimensione valoriale accompagna ogni scelta che si compie, anche quelle riferite alla disabilità e ai bisogni degli alunni in generale. In questa definizione del valore/dei valori, la comunità scolastica costruisce e crea la cultura dell'inclusione. "Educare all'inclusione educando al pensiero libero".
Il ruolo dell'educazione è promuovere opportunità di scelta.

Gli attori protagonisti della vita scolastica -intesa come luogo di sviluppo attraverso soprattutto l'inclusione di tutti- sono anche i docenti che devono poter esprimere il massimo delle loro potenzialità se condividiamo che "l'insegnamento è un TALENTO" e che la scuola è una COMUNITA' PROFESSIONALE.
Quale impegni "possibili", allora, la comunità si può assumere? Produrre politiche inclusive, sviluppando setting adeguati per tutti e organizzare il supporto per ogni diversità.
Quali sono gli impegni che la scuola si assume, quali AZIONI si impegna a fare?

Sento già levarsi un coro di voci "Sempre a noi, tutto su di noi!". Solo ciò che ci appartiene, solo ciò che ci spetta. Facciamo fatica ad aiutare i nostri bambini, i nostri ragazzi e questo può spingere a evitare la rivisitazione della nostra professione. Al convegno la provocazione di Mark Prensky -colui che ha coniato i termini "nativi digitali" e "immigrati digitali"- ha diviso il pubblico presente (circa 3000 persone): "I giovani vogliono essere rispettati nelle loro idee, vogliono essere collegati, vogliono competere con tutti. Non vogliono annoiarsi, si vogliono creare con gli strumenti del loro tempo ... Questa generazione ha a disposizione gli strumenti più potenti mai visti, vivono in un mondo dipendente dalla tecnologia... I giovani stanno decidendo come vivere in questo mondo. I bambini, i ragazzi sono molto più simili tra loro di quanto siano stati i loro genitori. La tecnologia è l'aria che respirano e non possiamo togliergli l'aria. Il contesto è cambiato, le menti giovani si adattano velocemente; i giovani hanno vissuto solo in un contesto tecnologico. Noi siamo l'ultima generazione pre-internet. Il modo in cui abbiamo conosciuto il mondo è stato attraverso la lettura mentre oggi i giovani utilizzano la tecnologia, che ha creato nuovi mondi, nuovi mezzi, nuove preferenze, nuovi principi e nuove idee... Noi ci estingueremo e molte cose che ci stanno a cuore scompariranno. Abbiamo la tendenza a mettere le nostre idee sulle spalle di nostri figli... Sottovalutiamo ciò che la scuola potrebbe fare e dovrebbe essere. E' stata creata in tempi molto diversi. Insegna solo il passato mentre dobbiamo insegnare per il futuro. ...Fate ciò che sapete fare bene: adattatevi!"

Traduco questo suggerimento all'"adattamento" in un atteggiamento che guarda avanti, forte di un passato/tradizione/cultura che può produrre il nuovo.

ESSERE VISIONARI è lo slogan che riassume l'impegno attuale della rivista. Basta con le logiche di pensieri retrò o paure sul futuro. Il prof Luigi D'Alonzo ha evidenziato: "Gli alunni che sono entrati in prima quest'anno usciranno dal circuito scolastico (n.d.t. comprensivo della tappa universitaria) nel 2031: come sarà la società allora se pensiamo che soltanto 10 anni fa non utilizzavamo come oggi cellulari e social network?"

Essere visionari per anticipare ciò che potrà accadere e rendere i nostri alunni capaci di fronteggiare il cambiamento (inevitabile!); essere visionari -e con i piedi in terra, quanto basta- per liberare la nostra professione dalla condizione impiegatizia in cui aspetto che qualcuno (il capoufficio o il dirigente) mi dica che fare; essere visionari e "pronti a dare segni di discontinuità con il passato senza per questo rinnegare la tradizione".

A distanza di una settimana dal convegno di Rimini ho frequentato un seminario di tutt'altro genere (forse?!), un Corso sulle Spezie. Inebriata dai profumi e dai sapori orientali oltre che dalle fragranze degli aromi mediterranei, sollecitata dalle immagini coloratissime dei mercati di Istanbul e Marrakech, illuminata da un processo di inclusione che come al solito arriva prima sulla tavola che nella mente e nel cuore delle persone, ho sorriso alla conclusione della chef (che preferisce però il termine "cuoca") circa gli "abusi" e le eccessive trasgressioni sulla gricia e sugli spaghetti ad aglio e olio: se non contengono i principi/ingredienti tradizionali (l'aglio negli spaghetti ci deve stare!) e sono sottoposti a libere interpretazioni di chi cucina, dobbiamo avere il coraggio di attribuirgli parole nuove, nuovi nomi, così da non confondere chi chiede un piatto tradizionale e si vede portare in tavola non la TRADIZIONE ma l'INNOVAZIONE.

Forse anche a scuola abbiamo bisogno di parole nuove per non tradire la tradizione ma al contempo poter partire dagli ingredienti e combinarli diversamente, inserendo altri elementi e dare vita ad altro, al nuovo.
SPERIMENTARE è stato il must anche nel corso sulle spezie: bisogna provare a miscelare insieme spezie e inventare nuovi e personali "masala" (miscele), da condividere rigorosamente in rete.
Buona ricerca/sperimentazione a tutti!

Manuela Rosci
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