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Numero: 10- giugno 2009- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 24 Settembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Tremate le prove INVALSI son tornate!!!
Prove si, prove no?
di Menna Rosanna - Organizzazione Scolastica
"Ancora Invalsi!! Basta, non se ne può più!!"

Questa è stata la frase più ricorrente nell'ultima quindicina del mese di maggio e non solo tra i docenti.
Anzi confesso che questa volta le lamentele sono pervenute da altri settori della scuola - precisamente la segreteria - forse perché l'INVALSI con i suoi plichi ob torto collo ha invaso gli uffici, ha costretto il personale ad essere informato sugli arrivi e le partenze degli stessi, ha obbligato ad immettere in piattaforma notizie sugli alunni e le famiglie campionate in tempi ristretti. E allora vale la pena fare il punto su questo argomento.

Il primo scopo della rilevazione è quello di acquisire informazioni sul sistema scolastico con l'intento di migliorarne l'efficacia e valorizzare esperienze eccellenti, il secondo scopo è quello di offrire alle scuole un punto di riferimento e di confronto esterno per riflettere sul proprio lavoro in una prospettiva di miglioramento.

La rilevazione è coordinata e gestita dall'INVALSI, l'Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di Istruzione e di Formazione, su mandato del Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Dire di no "a prescindere" alle prove INVALSI da una visione della scuola che non si pone in alcun modo il grande problema di far sì che tutti i cittadini, in questo caso gli alunni, possano avvalersi di un'offerta formativa equivalente, che consenta il raggiungimento di obiettivi di apprendimento non troppo diversi da scuola a scuola, da alunno ad alunno.
Si parla del tema dell'armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e del suo miglioramento.
Se questo è il fine, chiarito nel regolamento dell'autonomia, la rilevazione degli esiti di apprendimento degli alunni costituisce un elemento essenziale per conoscere i livelli di istruzione, individuare le zone di eventuale sofferenza, rintracciare le possibili e molteplici ragioni, definire linee di intervento ecc.

In realtà la discussione più utile e interessante non è relativa al dilemma "prove sì, prove no" ma riguarda, forse, altri aspetti:
a) mettere in relazione gli esiti degli alunni, rilevati mediante le prove INVALSI, con le caratteristiche delle scuole e i processi di insegnamento;
b) in questo quadro, evidenziare gli scostamenti relativi intervenuti durante il proces-so di scolarizzazione, oltre ai risultati finali;
c) l'uso possibile degli esiti delle prove;
d) gli effetti delle verifiche sui processi di insegnamento/apprendimento.

Relativamente al primo punto è evidente che gli esiti scolastici degli alunni non si realizzano in ambienti neutri e tanto meno in situazioni che si assomigliano come gocce d'acqua.
La ricerca educativa e le esperienze valutative, condotte su tali temi all'estero ma scarsamente presenti in Italia, hanno evidenziato che i dati relativi agli apprendimenti degli alunni non possano essere considerati come il solo indicatore della qualità della scuola ma debbano essere collegati a un insieme di fattori situazionali (come la tipologia dell'utenza, le strutture scolastiche, il tempo scuola obbligatorio/facoltativo, la conduzione dell'istituto ecc.), e agli effettivi processi di insegnamento (gli approcci didattici e metodologici, le relazioni fra alunni e insegnanti ecc.). La domanda da porsi sarebbe dunque se e in che modo l'INVALSI si attrezzi per analizzare tale complessità.

In questo quadro diventa particolarmente importante conoscere anche le variazioni intervenute nei processi di apprendimento; conseguire un certo risultato non costituisce mai un valore assoluto, ma un dato che diventa significativo nel confronto: non solo, sincronicamente, con altri dati omogenei, ma anche diacronicamente, e cioè con le informazioni raccolte in ordine alle situazioni di partenza.
A qualificare una scuola concorrerebbe, più che il risultato rilevato, la documentazione dei progressi compiuti, dato il contesto.
Una tale impostazione consentirebbe fra l'altro di individuare il "valore aggiunto" che un istituto scolastico fornisce.

Riguardo l'uso possibile dei risultati rilevati, occorre ricordare che nel decreto legi-slativo che istituisce l'INVALSI si prevede che "agli esiti di verifica il Ministero, nel rispetto della vigente normativa sulla protezione dei dati personali, assicura idonee forme di pubblicità e conoscenza". Si tratta di una questione di non poco conto.
Che cosa sono gli esiti di verifica?
Sono gli esiti delle prove stesse o piuttosto i risultati di ricerca condotta dall'INVALSI secondo l'approccio multipolare cui si è accennato sopra?
Se si fa riferimento alle prove stesse, è pensabile e utile, per i fini previsti dalla legge, che si pubblicizzino i risultati delle prove di apprendimento magari scuola per scuola?
Non è una domanda peregrina: questa è la strada percorsa ad esempio in Inghilterra, per quanto riguarda in particolare le scuole superiori. Certo ne può conseguire una sorta di graduatoria delle scuole in relazione ai risultati degli studenti che le frequentano, con gli effetti collaterali di genitori e studenti migranti verso le scuole che assicurano esiti "migliori".

Occorre dire che questa prospettiva non è stata la conseguenza improvvida di una smania di trasparenza ma la scelta consapevole di puntare sulla competizione fra scuole come leva per il miglioramento delle stesse. Scelta criticabile ma che sta dentro un ragionamento che riguarda le modalità per migliorare la qualità di un sistema d'istruzione.
Insomma che uso fare degli esiti di verifica?

L'opzione inglese non è l'unica: in Francia i risultati restano a disposizione dell'Amministrazione, per gli opportuni interventi di sostegno, riorientamento, ecc. Forse questa è la strada migliore, almeno nei primi anni: la pubblicizzazione infatti, anziché migliorare la qualità delle scuole in generale attraverso una "sana" competizione, finisce infatti - questa è l'esperienza di molti Paesi che ci hanno preceduto su questa strada - per migliorare solo alcune scuole, quelle già "buone", dove finiscono per confluire gli studenti migliori.
Paradossalmente, sarebbero i buoni alunni a migliorare alcune scuole, e non le buone scuole a migliorare il rendimento degli alunni. Una critica alle prove parte dalla considerazione che le verifiche, una volta istituzionalizzate, finiscono per convogliare su poche conoscenze e abilità tutta l'attenzione e il lavoro dei docenti, preoccupati di conseguire buoni risultati, più che di insegnare e di favorire apprendimenti significativi.

Infine, elemento da non sottovalutare, la creazione di una mappa dei livelli di istruzione produce un effetto che va opportunamente considerato, soprattutto in questa contingenza: essa sposta l'attenzione sugli standard, sui "traguardi comuni" del fare scuola, cioè su ciò che va garantito a tutti gli alunni, su ciò che può contribuire a "tenere insieme", anziché su quello che separa. Occorre tra l'altro ridimensionare drasticamente la portata ed il significato di queste prove: esse non sono il "giudizio di dio" e nemmeno una valutazione della professionalità dei docenti (che pure resta un problema aperto), sono semplicemente una "prova" che dovrebbe servire a verificare se alcuni risultati sono stati raggiunti o meno.

Il punto debole di questa operazione semmai è il fatto che il Miur non ha ancora provveduto a definire i livelli essenziali delle competenze, gli standard di apprendimento che gli alunni dovrebbero raggiungere alle varie fasce di età e di classe.
Tutte queste considerazioni naturalmente valgono, se valgono, a partire, e non a prescindere dalle prove INVALSI: è proprio a partire dalle prove che poi si potrà discutere sul loro valore e cioè se verifichino apprendimenti davvero significativi oppure no.

Rosanna Menna Docente 196° Circolo Didattico Via Perazzi 46 - Roma

Leggi anche l'altro articolo di Rosanna Menna sempre su questo numero: "Ap...punti di forza di un sistema di valutazione"
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