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n. 73 maggio 2017
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Tu hai difficoltà a leggere, io a valutarti
Come rispettare i principi di giustizia e di equità
di Melchiorre Antonia - Inclusione Scolastica
Eccoci di nuovo alla fine dell'anno scolastico, anche questo è volato via; facciamo un bilancio, valutiamo il nostro lavoro e il percorso dei nostri alunni, ci chiediamo se siamo riusciti a raggiungere tutto quello che ci eravamo prefissati e ci sentiamo un po' frustrati perché, come al solito, avevamo in mente tante altre cose da fare. Se poi pensiamo in particolare ad alcuni alunni della classe, quelli che hanno qualche difficoltà in più, probabilmente questa sensazione è più forte.
In particolare pensiamo a quell'alunno che lotta continuamente con il grande scoglio della lettura. Come si sente? Come percepisce il suo percorso? Come valutiamo i sui miglioramenti?

Non so se avete l'abitudine di far giudicare ai vostri alunni la loro abilità nella lettura. In genere sono molto bravi sia con se stessi, sia con i compagni, specialmente con quelli che fanno più fatica, accorgendosi dei piccoli passi e accogliendo i progressi con molto entusiasmo.
Ma noi abbiamo la stessa capacità? Su cosa siamo focalizzati quando valutiamo un percorso del genere? Riusciamo veramente ad essere concentrati sui passi del singolo alunno, oppure più su quello che ci aspettiamo durante la lettura?
Certo che come insegnante da un alunno mi aspetto una lettura fluida, rispettosa della punteggiatura, espressiva e che comprenda il significato del testo, ma da un alunno dislessico che tipo di lettura mi aspetto? Sembra una domanda banale, ma non lo è. Quanti di noi davanti ad una valutazione di questo tipo riescono davvero ad essere obiettivi? Siamo coscienti del percorso che ha fatto questo alunno? Riusciamo ad avere la forza di abbandonare l'idea del "lettore ideale" e a valutare i grandi passi fatti? Mettiamoci per un attimo nei panni di uno di questi bambini (guarda il video di Manuela Giani)



Nel percorso di un dislessico la lettura è un campo minato, ogni volta si trova davanti al nemico, quando guarda una pagina di un libro non sa con precisione cosa sta vedendo: è una "d" o una "b"? Una "a" o una "e"? La "n" o la "m"? Le lettere ballano: quelle che stanno dopo vanno davanti e viceversa, è veramente un percorso arduo e faticoso da affrontare ed ogni volta che sbaglia, una bomba scoppia dentro di lui.
Un bambino che non ha questo problema riesce ad imparare a leggere in pochi mesi, lui potrebbe impiegarci anni, se tutto va bene.
Una volta una logopedista ad un corso ci disse che essere dislessici è come essere per sempre principianti nella guida di un'automobile: vi ricordate i primi tempi? Bisogna pensare alla frizione, alla marcia da inserire, accelerare, poi cambiare di nuovo, frenare, girare anche il volante, guardare gli specchietti e ricominciare di nuovo, insomma che gran fatica! Poi con l'esperienza piano piano, i nostri piedi, le nostre mani, gli occhi, le orecchie, insomma tutto si muove senza che quasi ce ne accorgiamo. La stessa cosa succede quando impariamo ad andare in bicicletta, con i pattini e così via, ad un certo punto finalmente tutto diventa automatico. Ecco, rispetto alla lettura, in un bambino dislessico, ciò non accadrà quasi mai.
Come si fa a non tenere in considerazione tutto l'impegno di questo alunno, durante l'arduo percorso dell'acquisizione della letto-scrittura? Proprio perché è così impegnativo e i risultati sono a volte minimi rispetto a quelli dei compagni, il grande rischio che corriamo è che abbandoni il "campo". Quindi va tenuta alta l'attenzione su questo delicato punto e la parola magica è gratificazione. Riconoscere ogni sforzo e il piccolo/grande passo fatto in avanti: questo è il modo migliore per tenere alta la motivazione.
Se un bambino molla la lettura, abbiamo perso anche noi come insegnanti, siamo noi che dobbiamo riuscire a tenere sempre vivo il suo desiderio, la sua voglia di farcela e possiamo riuscirci anche attraverso un bel voto.
Attenzione! Non confondiamo il pietismo con la gratificazione e il riconoscimento di un percorso. Con un bel voto stiamo dando coraggio, stiamo dando speranza, stiamo dicendo: "Dai ce la puoi fare, vedi hai fatto un altro passo!" Al contrario, se diciamo "Sì, però non leggi ancora in modo fluido, non hai espressione, confondi ancora delle lettere" è semplicemente sottolineare quello di cui lui è perfettamente conscio, spesso invece non lo è dei suoi progressi: noi dobbiamo sottolinearli e renderlo consapevole di questi.
Spesso siamo più propensi a riconoscere i miglioramenti di un bambino molto grave, facciamo invece più fatica con alunni la cui difficoltà è meno visibile.

Quando vi parlo, ho in mente la bambina che seguo; se non fosse per il modo che, noi insegnanti e compagni, abbiamo di spronarla e riconoscerle i passi fatti, lei avrebbe già mollato; ogni volta che la fatica prende il sopravvento e sento che si impegna meno, devo trovare il modo per stimolarla ancora. Anch'io ho paura come lei di non farcela a trovare ogni volta la strada giusta; quando molla non la valuto allo stesso modo di quando si è impegnata, non è certo quello il modo di spronarla, altrimenti il voto meritato perderebbe di valore, quindi niente pietismo, anzi sono ferma con lei, ma sente che credo nelle sue possibilità e allora ripartiamo.
Non dobbiamo temere di mettere voti alti a questi bambini per paura che si "adagino", anzi vorranno continuare ad impegnarsi ancora, mentre quando non vengono riconosciuti gli sforzi fatti, continueranno a sentirsi scarsi, insufficienti e allora molleranno. Chi non lo farebbe? Chi di noi avrebbe continuato a guidare la macchina se avesse continuato a faticare come il primo giorno?
Noi insegnanti siamo molto legati al "senso di giustizia", di "uguaglianza" rispetto agli alunni, ma dobbiamo fare attenzione a non confondere questi concetti con quello di equità.

È vero tutti devono avere gli stessi diritti (giustizia/uguaglianza) ma allo stesso modo tutti devono avere le stesse opportunità, avere quello di cui hanno bisogno (equità).
Ad un bambino dislessico gioverebbe avere un tablet con la sintesi vocale, ma poi gli altri bambini che pensano? Sarebbe bello che tutti potessero averne uno, ma non sempre è possibile, allora per giustizia il bambino con difficoltà deve rinunciare, altrimenti lo facciamo sentire "diverso". Intanto lui è perfettamente cosciente di esserlo e poi perché negargli qualcosa che possa facilitarlo nel suo faticoso compito? È come dire che ci devono essere solo macchine con il cambio manuale, eliminando la possibilità per chi ha difficoltà di avere un'automobile con il cambio automatico, per non farlo sentire "diverso" dagli altri.
Spesso il problema è il nostro, non dei bambini, loro conoscono bene il senso di giustizia e di equità, che non è certo legato ad un voto o ad un tablet, a libri diversi, alla tabella pitagorica, alla calcolatrice, ma a un'emozione, a un sentimento, al modo di parlare con loro, a farli sentire tutti speciali, particolari, diversi, come loro sono.
Lo so che non è sempre facile, specialmente quando in classe gli alunni sono tanti; abbiamo scelto un lavoro difficile e delicato, come quello del medico, ed infatti ci aspettiamo molto da lui quando ne abbiamo bisogno, allo stesso modo si aspettano molto i nostri bambini e i loro genitori e noi ce la mettiamo tutta.

Dopo questo momento di riflessione con voi, vi lascio con l'augurio di una buona "valutazione", giusta per ogni singolo alunno, perché frutto di un percorso equo, rispettoso dei bisogni di ognuno di loro.

Buona chiusura d'anno scolastico!



Antonia Melchiorre, insegnante di sostegno dell'I.C. Maria Montessori, Roma
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