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Un simpatico colloquio con il DS di mia figlia
Quando "uscire da scuola" è l'unica soluzione percorribile
di Carpi Anita - Orizzonte scuola
Sono anni che le mie figlie non svolgono l'ora di Religione Cattolica a scuola e sono anni che alternativamente trascorrono gran parte di queste ore in corridoio.
Un peso per l'istituzione scolastica che spesso non sa che fare di questi alunni.
Arrivando al Righi, rinomato Liceo Scientifico del centro di Roma, pensavo che questa caduta di stile non si sarebbe più verificata.
In realtà ancora una volta la scuola mi stupisce.
Sulla domanda d'iscrizione, fra le 4 opzioni previste in alternativa all'insegnamento della Religione Cattolica, scelgo la dicitura che grosso modo recita: svolgere un'attività alternativa.
I primi mesi di scuola i ragazzi vengono tenuti tutti in classe con l'insegnante di Religione Cattolica, impossibilitata a svolgere le proprie lezioni, e io aspetto fiduciosa che la Scuola trovi una soluzione qualsiasi: un luogo (non ci sono aule mi dirà la preside) o un'attività da svolgere (un'attività utile per la scuola proprio non potrebbe essere pensata?) per questi alunni.
Passa il tempo e il primo cambiamento è che i ragazzi che non fanno religione vengono mandati in corridoio, in modo che almeno gli altri possano concludere qualcosa.
A gennaio mia figlia mi comunica che ha preso una nota poiché è entrata nella sua aula durante l'ora di RC.; al di là della modalità con cui l'abbia fatto, considero che questo sia ingiusto, decido di aver avuto abbastanza pazienza e di intervenire.
Mi informo al sindacato e apprendo che la scuola ha dei fondi a cui attingere per le attività in alternativa alla RC e anzi che ho tutti i diritti di inviare una diffida alla Preside.
Decido di scegliere una strada più conciliante e le chiedo un colloquio.
Quest'ultima di fronte alle mie richieste di spiegazioni e alla sollecitazione a trovare una soluzione, visto che ci sono dei fondi previsti per questo, comincia a rovesciarmi addosso tutti i problemi della scuola e di fronte al mio comunicarle che ne sono almeno in parte al corrente poiché lavoro in una scuola primaria della periferia, sempre più incredula, aggiunge che forse non mi rendo conto che c'è la Spending Review e che è impensabile aspettarsi che sia pagato un insegnante per fare un'ora a una manciata di alunni.
Le racconto l'episodio della nota a mia figlia e si appunta il nome e la classe.
Incautamente, azzardo una provocazione, e dico che forse gli alunni potrebbero almeno a volte fare a turno in classe, mi fucila con un'occhiata chiedendosi quanti anni io abbia, conclude che le sembra che io ragioni come ragionerebbe sua figlia.
A questo punto il colloquio è davvero chiuso e, divisa fra l'imbarazzo e lo sconcerto ringrazio, saluto la Preside e me ne vado.

Mi chiedo davvero dove vivo e dove stia la possibilità di orientarsi in un mondo dove tutti sanno dirti cosa fare: il sindacalista, la preside e lo Stato stesso che con le sue leggi non sempre condivisibili crea delle situazioni di disuguaglianza di trattamento fra gli alunni delle sue scuole.
In mezzo c'è un genitore un po' sprovveduto che cerca di capire come muoversi con pochi risultati: non sa farsi valere, a detta del Sindacato, e alla tenera età di cinquant'anni guarda ancora il mondo con occhi da ragazzina.

Ma sarà proprio vero che non ci sia una soluzione e che sia naturale accettare passivamente le piccole ingiustizie che ci colpiscono?
Comunque l'anno prossimo la crocetta la farò sulla dicitura uscire dalla scuola, visto che quest'ultima non può offrire nulla di più dell'ora di Religione Cattolica, anche se mi sento parecchio contrariata.

Anita Carpi, genitore, docente IC V.le Adriatico - Roma
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