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Numero: 4-dicembre 2008- Anno II   Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno: 23 Settembre 2018

Pubblicato da Sysform Promozione di Sistemi Formativi

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Articolo 'Un'utile perdita di tempo'  >>>
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Un'utile perdita di tempo
Qual è la finalità ultima che ci proponiamo come insegnanti?
di Carpi Anita - Didattica Laboratoriale
E ancora: Cosa resta al bambino, diventato adulto per il suo futuro al di là di noi docenti?

Venire a scuola serve per la vita, deve essere significativo, non si insegnano più o quasi dei contenuti, quelli si trovano un po' dappertutto, si insegnano delle procedure, si insegna a scegliere, ad essere protagonisti di un processo di crescita per diventare un domani registi della propria vita. Ma come? Credo che per realizzare una finalità così impegnativa sia indispensabile dotare i nostri allievi di profonde competenze metacognitive.
Meta-cognizione: significa oltre, al di là della cognizione, è quella competenza che ci consente di riflettere sui nostri meccanismi di conoscenza e quindi di apprendimento. Credo che lavorare sulla metacognizione presupponga un sacco di cose: sicuramente la predisposizione di un vero ambiente di apprendimento, ricco di relazioni e scambi fra adulti, fra bambini e fra adulti e bambini, in cui questi ultimi possano costruire attivamente e in modo partecipato significati socio-affettivi e cognitivi, in cui il fare diretto e operativo degli alunni sia unito sempre al pensare, alla riflessione sul percorso svolto, in cui abbia cittadinanza la possibilità di scegliere di prendere decisioni autonome e anche di sbagliare. Un ambiente dove i tempi e gli stili cognitivi di tutti trovino accoglienza, accanto ai loro limiti, alle loro difficoltà e alle loro paure; un ambiente dove la presenza materiale dell'insegnante si "fa leggera" sfuma per lasciare che l'alunno faccia da sé.
Quale docente per tutto questo?
Un docente non "unico" e pronto a mettersi in discussione, a rivedere le proprie convinzioni a lavorare in collaborazione con gli altri in una prospettiva di ricerca-azione, in cui le previsioni possono sempre essere riviste o aggiustate, un docente molto competente nelle metodologie (programmazione, valutazione) e nei diversi linguaggi, un attento osservatore che stimola, pone domande predispone l'ambiente, ma non dà soluzioni precostituite. Un docente che conosce le proprie qualità e accetta i propri limiti un docente che crede nella qualità della relazione educativa e soprattutto ha la capacità di vivere e affrontare l'incertezza e il cambiamento e di rispettare e valorizzare la diversità dei suoi alunni.
Ma tutto questo come si realizza concretamente?
Un primo passo verso la metacognizione credo si attui nella didattica laboratoriale: una didattica "lenta", in cui i bambini hanno il tempo di crescere lasciando tracce profonde di se stessi.
Nella didattica laboratoriale l'obiettivo primario è rappresentato non dall'acquisizione di un contenuto, ma dal percorso svolto da ogni singolo alunno. In esso il bambino deve lavorare su "problemi" che sente vicini e significativi. Questo vorrà dire che l'insegnante dovrà lasciare spazio alle domande e alle soluzioni dei bambini per quanto possano sembrare bizzarre, dovrà interagire con esse senza fornire soluzioni alternative, ma aiutando i propri allievi a rilevarne attivamente i limiti o le potenzialità.
Forse è proprio questa la cosa più difficile. Siamo in grado di percorrere una strada diversa da quella che avevamo previsto per seguire le proposte, le intuizioni, a volte le ridondanze e anche le banalità dei nostri allievi? Siamo sicuri che la nostra soluzione sia migliore della loro? O ancora temiamo che il maggior dispendio di tempo che richiede questo tipo di didattica sia una perdita di tempo? Già nel 1700 J. J. Rousseau parlava della necessità nell'educazione di "...perdere tempo per guadagnare tempo", forse ci riguarda, profondamente questa riflessione.
Nella didattica laboratoriale il bambino ha la possibilità, quindi, di imparare attraverso un atteggiamento mentale diverso, quello che M. Baldacci* definisce "il pensiero riflessivo" che diventa un'attitudine generale di vita in cui si impara a porsi domande, a cercare soluzioni, a prevedere conseguenze, a riflettere costantemente, prima, durante e dopo qualsiasi attività a diventare, quindi sempre più competenti e autonomi nel risolvere problemi attraverso l'interazione costante e dialettica di azione e pensiero.
Certamente questi "abiti mentali" hanno bisogno di tempi più distesi per essere interiorizzati completamente e soprattutto per diventare manifesti, e questo è un altro aspetto che potrebbe scoraggiarci. Ma credo che le conseguenze sulla vita dei nostri alunni siano così profonde in termini di responsabilità, di consapevolezza e di padronanza delle proprie azioni e del proprio futuro, da non lasciarci scelta.
Soprattutto in un mondo complesso come quello odierno in cui, come afferma E.Morin: "Conoscere e pensare non è arrivare a una verità, assolutamente certa, è dialogare con l'incertezza"**, penso che lavorare sulla competenza metacognitiva significhi dare ai nostri alunni la possibilità di utilizzare al meglio le proprie risorse interne per diventare registi del proprio futuro con più strumenti e più opportunità e per noi docenti di crescere professionalmente imparando per primi ad utilizzare "il pensiero riflessivo" in un'ottica sicuramente più incerta, ma anche più realistica e stimolante, in cui diventiamo veramente capaci di influire sulla qualità dell'educazione.

Anita Carpi Docente di sostegno 196° Circolo Didattico Via Perazzi 46 - Roma

Note
* M. Baldacci, docente di Pedagogia generale e preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Urbino.
** E. Morin, La testa ben fatta, R. Cortina, 1999, Milano
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inserito domenica 29/10/2017 ore 16:00 da Ombretta Schiavetti
Sicuramente la didattica laboratoriale ed l'apprendimento cooperativo devono diventare i punti fermi su cui deve attivarsi il processo di insegnamento-apprendimento volto a far raggiungere le competenze previste dalle Indicazioni Nazionali, nella prospettiva che le competenze chiave europee e l'appuntamento di "Lisbona 2020" hanno previsto. Pertanto il sempre attuale pragmatismo di Dewey, la" ricerca-azione", il "Know-how"e tutto quello che empiricamente, se mi è concesso il termine,noi docenti mettiamo in atto di fronte alle richieste più svariate ed eterogenee delle nostre classi"meltin pot", devono diventare la nuova frontiera dell'insegnamento dei nuovi nativi digitali. Proprio loro, infatti, hanno un imprinting"2.0", ma hanno carenza di creatività e metacognizione, perché non abituati a pensare!
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