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n.40 febbraio 2014
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Un viaggio precario chiamato "supplenza"
Un atto di civiltà l'abolizione del "precariato"
di Comberiati Nicola - Orizzonte scuola

C'era una volta un viaggio verso la conoscenza, che cominciava sui banchi di scuola, si nutriva di curiosità, di stimoli, di insegnamenti, di percorsi disciplinari, di disciplina mentale, di acquisizione di metodologie austere e di desiderio di trasmettere le conoscenze acquisite. Alla fine del viaggio il riconoscimento: finalmente potevi coronare il sogno di diventare docente, maestro di conoscenze e di trasformazioni, l'Ulisse delle scoperte, il Virgilio del cammino di altri esseri umani verso gli itinerari conflittuali della comoedia humana. Maestro di vita, di lotte, di rivoluzioni, archeologo del passato per reinterpretare il presente. Da Sciascia a Mario Lodi a Don Milani, da Carducci a Montale a Croce, insegnare - avere una cattedra! - sanciva un'identità sociale ed un ruolo: rompere il velo di Maja e introdurre gli esseri umani nel tempio della libertà. Una vita dedicata puntigliosamente a rovistare classici, sottolineare grammatiche e tener desto il senso della logica, costruire equazioni algebriche per nuove piste di ricerche e di progresso.

Il maestro rappresentava la memoria inconscia della propria infanzia, l'adolescenza recuperata alla vita e alla storia, il senso di appartenenza ad una comunità politica, l'ancestrale richiamo alle proprie radici.

Il docente ora si è fermato ad Eboli: "precario" strutturale si aggira nelle stazioni di Caserta, di Palermo, di Siena, di Milano, si fiuta e si riconosce, si aggrega per poi dividersi alla chiamata di una supplenza temporanea o annuale.

Il volto nuovo delle scuola italiana si riconosce ormai nelle stazioni ferroviarie di mezza Italia: treni freddi, sporchi, che trasportano migliaia di insegnanti malpagati, sfruttati, senza futuro, che sfrecciano da una scuola all'altra. Sono i "precari", i supplenti, i docenti a cottimo - sono 130.000 su 730.000 - la cui esistenza è appesa ad un filo, alla logica dei tagli e alla malattia o alla maternità dei garantiti! Non interessano più i politici e i loro intrighi, il loro stato precario non è oggetto di petizioni urgenti, non cadono governi per loro anzi la precarietà sembra diventata una componente esistenziale del mal di vivere di oggi.

Riporto la loro voce accorata: "Abbiamo lavorato tutta la vita - lamenta una madre - per creare "I PRECARI". Sì, i precari, perché questo è il loro nome: ragazzi senza futuro, che per un incarico di poche ore settimanali sono costretti ad affrontare alte spese di spostamenti, perché trovano disponibilità di lavoro in scuole distanti dal luogo di residenza." (...) "basta ai tanti anni di precariato, basta prendere in giro i nostri giovani. Ridate loro la speranza della vita, quella cosa bellissima che senza la dignità di un lavoro garantito non ha più sapore. Basta, siamo la vergogna dell'Europa... Paghiamo stipendi altissimi a persone per farle vivere nei vizi e nella vergogna, mentre ai nostri figli manca la voglia di credere nella vita, nella possibilità di avere un giorno una famiglia, dei figli, di poterli allevare, perché i precari non hanno nemmeno questi diritti..." (L'urlo di una mamma contro il precariato, sito della CGIL scuola del 17/01/14).

"Arriviamo già stanche - confessa una maestra supplente - e affrontare una classe elementare è una prova ardua. Ho molte colleghe che si sono fermate, che ci hanno rimesso la salute. Io continuo, è la passione che mi sostiene, le lettere dei miei allievi, l'esperienza delle scuole difficili di Tor Bella Monica, il ricordo della ragazza rom che abbiamo portato fino alla terza media, e quando vado al campo a trovarla per tutti sono "la maestra" e nessuno si azzarda a toccarmi la borsa o il cellulare. Niente di eroico, è il nostro lavoro, che però da un giorno all'altro può svanire, lasciandoci a mani vuote" E una prof delle superiori: "...Impossibile un progetto di vita privata, ma impossibile anche un progetto didattico: tanto degli studenti, soprattutto se adolescenti, non importa nulla a nessuno, sono troppo giovani per votare."

L'aspetto psicologico di un precariato da burnout
Se ci inoltriamo nei meccanismi della psiche dobbiamo riconoscere che al docente-precario ben si adattano le categorie di logoramento, di frustrazione, di insoddisfazione, di un vivere al "limite", ai "confini", l'assuefazione esistenziale ad uno stato "drammatico-imprevedibile"(Fonagy), "una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell'immagine di sé e dell'umore..." da far percepire la scuola come un "evento traumatico" (Kohut), un "ambiente devastante" (Bowlby)

Se prendiamo come parametro clinico il concetto di scuola come Grande Madre, verso cui i docenti manifestano nell'odio e nell'amore un "comportamento di attaccamento interno" "sotto forma di sentimenti, ricordi, desideri, aspettative" (Ainsworth, 1967), essa non è percepita solo come un'istituzione che garantisce un salario, ma si riveste di attese, di aspettative, vissuta come il luogo ideale dove poter dare un senso alla propria vita. La terra promessa. Ma appena raggiunta, essa scompare, si nasconde, riappare, lasciando una sensazione di insoddisfazione e di perdita. Il meccanismo di ingresso in questo luogo dell'immaginario è simile all'oggetto d'amore perduto del bambino.

Desiderio-insoddisfazione del desiderio-angoscia per l'oggetto perduto.

L'itinerario dei docenti-precari per introdursi nel santuario sacro è accompagnato da continue insicurezze e delusioni. Entrarci-separarsi-aspettare strutturano psicologicamente categorie quali rifiuto-disagio-insicurezza. I lunghi anni di attesa per entrare nella scuola (alla ricerca di una fugace perversa sadica supplenza) si rivelano alla lunga come una fucina di costruzione di ambivalenze: la dipendenza giuridica e la spasmodica instabilità minerebbero alla radice le motivazioni ideali alla professione e porterebbero ad uno sviluppo atrofico della Stima di Sé.

Interiorizzando questa madre cattiva, l'individuo sarebbe costretto poi a utilizzare meccanismi di difesa abbastanza generalizzati per rendersi possibile la convivenza in questa istituzione. Dalla rabbia all'indifferenza si potrebbe andare incontro ad una elevata vulnerabilità emotiva, la cui naturale conseguenza è la regressione con stili di comportamento insicuri e ambivalenti. L'istituzione del precariato, in tale caso, sarebbe la costruzione razionale e subdola di un malessere psichico che spegne la passione e l'entusiasmo dei giovani per una delle professioni più belle nella vita.

Aspetto giuridico la voce della Corte di Giustizia Europea
Da molti punti di vista il precariato sembra cozzare contro il diritto degli esseri umani al lavoro e soprattutto le sentenze di questi ultimi mesi puntano il dito contro lo sfruttamento intellettuale. E' paradossale che l'istituzione scuola che traspira da tutti i pori valori costituzionali di tutela dei diritti della Persona, mantiene un'organizzazione di sfruttamento legalizzato che produce insicurezza, provvisorietà educativa, insoddisfazione professionale e malcontento delle nuove generazioni.

E' di questi giorni la presa di posizione della Commissione europea sull'abuso dei contratti a tempo determinato per docenti e personale Ata nella scuola italiana. La legislazione italiana, violando la direttiva comunitaria numero 99, consente il rinnovo dei contratti a tempo determinato per coprire le vacanze nell'organico docente e Ata in attesa della procedura concorsuale, senza però sapere se e quando il concorso si svolgerà. Il comportamento dell'Amministrazione scolastica italiana in materia di precariato è stato bollato come arbitrario e vessatorio nei confronti del personale da anni in attesa di stabilizzazione. Adesso la parola passa alla Corte di giustizia. Ma già il 5 gennaio di quest'anno la Corte di Giustizia Europea si era pronunciata ritenendo illegittima la normativa sui precari con due sentenze: la Carratù, con la quale la Corte di Lussemburgo ha bocciato la sanzione introdotta dall'art.32, comma 5, della legge n. 183/2010 con effetti retroattivi sui precari delle Poste, e l'ordinanza "Papalia", con la quale la Corte Europea si è espressa sulla questione sollevata dal Tribunale di Aosta di compatibilità comunitaria dell'art. 36, comma 5, D.Lgs. n.165/2001, norma dichiarata in palese contrasto con la direttiva 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato.

Il Governo - tuonavano i sindacati - deve trovare le risorse per sbloccare il turn-over e procedere a un massiccio piano di immissioni in ruolo nella pubblica amministrazione a partire proprio dalla scuola.

"Si avvicina l'assunzione per i 140mila docenti italiani precari che ogni anno vengono assunti e licenziati al termine delle attività didattiche".

L'escamotage delle amministrazioni pubbliche di bandire concorsi con riserva di posti (massimo il 50%) per chi, alla data di pubblicazione del bando, abbia maturato almeno tre anni di contratti a termine negli ultimi dieci anni, si è rivelato un tentativo del tutto inutile di sfuggire alle perentorie regole comunitarie, destinato ad infrangersi di fronte alle espressioni dei tribunali di giustizia. "Quei concorsi riservati, indetti dal Governo, non hanno alcun senso: semplicemente perché -tuona un sindacalista dell'Anief- i lavoratori precari 'storici' non debbono essere più sottoposti ad alcuna nuova selezione. Hanno i titoli per essere assunti nei ruoli dello Stato. Quello stesso Stato che non può utilizzarli a suo piacimento, quando ne ha bisogno, licenziarli e poi richiamarli per un numero imprecisato di volte".

Urge insomma una riforma complessiva del mercato del lavoro e del sistema previdenziale che deve essere espressione di riflessione attenta del Parlamento a partire proprio dalle norme comunitarie come impone l'art. 117 della Costituzione. Nella sola scuola per non pagare le mensilità estive e gli scatti di anzianità, per vent'anni, il 15% dell'organico è stato utilizzato come supplente. E ora risulta necessario sbloccare il turn-over per liberare i posti ed evitare sanzioni dalla Commissione UE e dai tribunali di giustizia europei e nazionali.

La scuola è una trasmissione di saperi e valori culturali che necessitano di un rapporto (se non fosse abusato!) d'amore e il rapporto non può essere costituito giuridicamente e psicologicamente come casuale, improvvisato, cambiato senza criteri. Un rapporto educativo organizzato ha bisogno di continuità e di senso di appartenenza. Diversamente si riduce ad un posteggio, a volte noioso, a volte forzato per ragazzi che hanno diritto alla cultura e ricevono solo distratte, sbrigative e formali attenzioni.

L'abolizione del precariato nella scuola è un atto di civiltà e di rispetto per il futuro dei giovani insegnanti e la conferma per le nuove generazioni che nascere oggi non è essere gettati a caso nel mondo, ma essere presi in cura da adulti maturi e realizzati come "insegnanti".

Nicola Comberiati, Dirigente Scolastico e Psicologo
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