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n. 87 novembre 2018
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Uno sguardo al passato e uno al presente
Il ruolo della valutazione nella scuola dell'autonomia
di Battisti Claudia - Orizzonte scuola
Bernacca 2009
Bernacca 2009
Se in passato il tema della valutazione pareva confinato solo al controllo degli apprendimenti degli allievi e alla loro certificazione sociale, ora si sta consolidando una visione pluridimensionale del fenomeno. Essa riguarda il dirigente, gli insegnanti, il personale amministrativo, riguarda le metodologie e le didattiche, il servizio scolastico in generale e le offerte formative in particolare.

Il dibattito sulla valutazione e l'autovalutazione ha radici remote ed è legato strettamente al riconoscimento dell'autonomia alle istituzioni scolastiche.
Nel quadro generale del processo di valutazione-autovalutazione non va dimenticato che ogni risultato di apprendimento deve essere espresso e formalizzato e l'adozione di specifiche procedure amministrative non deve lasciare in ombra gli aspetti pedagogici sottesi ai diversi strumenti utilizzati, che trasformano l'atto in sé in un dialogo scuola-famiglia orientato in primo luogo a stimolare e migliorare i risultati scolastici.
La valutazione non costituisce però nel mondo degli addetti ai lavori un "sapere" condiviso. Non c'è ancora totale accordo sulla questione di dare più importanza ai processi o ai risultati, se bisogna valutare in base alle caratteristiche di ogni persona e al loro punto di partenza oppure in base agli standard nazionali. Sembra ci sia maggior accordo sulla pluralità degli strumenti da utilizzare quando si valuta che non sulla funzione della valutazione.
Quale deve essere la funzione prioritaria della valutazione? Deve essere formativa, orientativa, proattiva, accertativa, sommativa, certificativa? E poi c'è anche una paura inconscia nell'azione del valutare... la paura di perdere l'attenzione nei confronti di chi è più debole.

Anche chi ha fatto scelte politiche in tale campo ha dimostrato di avere incertezze. La memoria storica dell'antica pagella è conservata nei polverosi archivi scolastici, ma il suo ricordo è ancora vivo nell'immaginario di ognuno di noi. Con la pagella le discipline previste dai Programmi nazionali erano oggetto di una valutazione attraverso una scala numerica, teoricamente da 1 a 10, tendenzialmente dal 4 all' 8.
Nel dibattito di quegli anni si metteva in evidenza la limitatezza degli oggetti di valutazione rispetto alla complessità della persona. Inoltre, la consapevolezza dell'assenza di ogni riferimento ai processi di apprendimento, quindi agli stili e alle caratteristiche della personalità dello studente, fu uno dei motivi che accelerò il cambiamento. L'esito istituzionale di quel dibattito culturale fu la Legge n. 517 del 4 agosto 1977 che spostò l'attenzione dai livelli misurativi a scelte puramente descrittive, e su tali scelte fu fondata la scheda di valutazione, che per circa 15 anni (1977-1993) venne utilizzata in tutte le scuole elementari e medie. Negli anni Novanta del secolo scorso si è progressivamente assistito all'emergere della necessità di superare forme troppo descrittive e alla concomitante esigenza di far riferimento ad indicatori, almeno di tipo qualitativo. Nasce (e muore subito) con una Ordinanza Ministeriale del 2 agosto 1993 la "scala pentaria" (A,B,C,D,E), un nuovo documento di valutazione che cercava di dare una risposta operativa al bisogno di integrare due approcci culturali: quello tecnologico-docimologico e quello formativo.
Nel 2008 la Legge Gelmini n. 169 del 30 ottobre 2008 impone una stretta economica e culturale; essa reintroduce, infatti, l'insegnante unico di antica memoria con un orario di 24 ore settimanali (alla scuola primaria); enfatizza la valutazione del comportamento dello studente con un voto numerico espresso in decimi che sarà determinante per l'ammissione all'anno successivo (se inferiore a sei decimi); specifica che la valutazione deve essere espressa con voti in decimi anche nel primo ciclo, ivi compresi gli alunni di sei anni.

In tutto questo "mare magnum" di innovazioni e incertezze, che ha travolto in vari momenti la scuola del primo ciclo, c'è da dire che il secondo ciclo d'istruzione non è stato mai coinvolto nel dibattito, né ha sperimentato modelli diversi. È stato proteso semmai alla ricerca difensiva di criteri oggettivi (soprattutto griglie) che mettessero la scuola al riparo da eventuali contenziosi.
Con la Legge 107/2015, (art. 1 comma 181 lettera i), il Governo riceve la delega ad emanare entro 180 giorni un decreto per regolamentare valutazione e certificazione delle competenze, ispirando le nuove modalità ad una funzione formativa ed orientativa. La delega comprende anche la revisione degli esami di Stato, al termine sia del primo che del secondo ciclo, ma non prevede di rimettere mano alle modalità di valutazione e certificazione nel secondo ciclo.
Questa delega "asimmetrica" ha prodotto il D.lgs. n. 62 del 17 aprile 2017, un provvedimento assai articolato che spazia dalle questioni generali sul "senso" del valutare fino a prescrizioni di dettaglio in materia di ammissione alle classi successive e agli esami, di "voto in condotta", di certificazione delle competenze, di riforma degli esami di Stato. Il testo è così minuzioso da assumere quasi le sembianze di un vero e proprio regolamento applicativo.
La Legge 107/2015 ha messo a disposizione degli istituti scolastici importanti strumenti innovativi (il digitale, la formazione obbligatoria, le didattiche attive...) e maggiori risorse economiche, ma le scuole non sono ancora nelle condizioni di poterli usare (strumenti e risorse) in maniera efficace. Ci sono disallineamenti a livello tecnico, amministrativo e contabile; manca un "mercato" di opportunità formative a supporto reale delle diverse professionalità; non è ancora condivisa da tutti l'idea che il miglioramento degli esiti passi, soprattutto, attraverso il cambiamento delle didattiche. E questo può costituire un programma per l'immediato futuro.

Valutare in decimi non significa fare una buona o cattiva valutazione, non garantisce di per sé la serietà, né tanto meno l'oggettività. La logica che ha ispirato a suo tempo la Legge Gelmini del 2008, ribadita dall'attuale D.lgs. n.62/2017, è stata quella di voler ridare chiarezza e trasparenza alle valutazioni, pur nell'ottica di una semplificazione comunicativa. Con il voto in decimi, i non addetti ai lavori (genitori, stakeholder...) hanno forse avuto la percezione di capire meglio.
Qual è quindi oggi il valore della valutazione alla luce della riforma? Oggi sembra che la domanda che la società rivolge alla scuola è quella di essere più efficace e rigorosa. Il decreto ha voluto rispondere a questa domanda con un atto conservativo: la scala decimale; ma per superare la debolezza dei risultati di apprendimento non serve il ripristino di un "rigore" formalistico, occorre la capacità di far funzionare bene tutte le potenzialità delle scuole: risorse, controlli, formazione, sperimentazione, inclusione.
Affinché tutto ciò sia realizzabile, in una "scuola possibile", il ruolo del Dirigente Scolastico diventa fondamentale, sia come garante del valore formativo della valutazione, perché l'espressione del voto non diventi solo una procedura formale, sia come promotore del successo formativo degli studenti, dei processi organizzativi e didattici, nell'ambito dei sistemi di autovalutazione, valutazione e rendicontazione sociale previsti per la scuola dell'autonomia.


Claudia Battisti, docente di sostegno dell'IC "Maria Montessori" di Roma e tutor nei corsi Sysform
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