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n 68 dicembre 2016
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Articolo 'Vacanze per i compiti'  >>>
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Vacanze per i compiti
La scuola dei topi e delle lumache
di Pellegrino Marco - Long Life Learning
Dicembre è il mese dei primi bilanci, data l'interruzione per le vacanze natalizie, ed è anche il periodo in cui, per gli stessi motivi legati alle festività religiose, si organizzano e realizzano svariate iniziative che hanno come obiettivo principale quello di riflettere sui temi e sui significati connessi alle ricorrenze e di concludere un percorso, un'unità didattica: mercatini, manifestazioni di beneficienza, rappresentazioni teatrali, canti corali ecc..
In tutte queste occasioni è possibile riconoscere, più o meno consapevolmente, quegli aspetti della famosa (o famigerata) didattica per competenze che consta, appunto, di compiti di realtà, significativi e che mettono in condizione l'intero gruppo classe di operare per una causa comune, utilizzando quanto appreso e riflettendo anche sui valori e i principi culturali, sociali e religiosi.

Dicembre è anche il mese dei primi "compiti per le vacanze", ma mi chiedo: non sarebbe il caso di mandare in vacanza anche i compiti stessi (citando il titolo di un libro di Camillo Bortolato, edito da Erickson)? Se a questo periodo vengono attribuiti significati e valori come quelli della famiglia, dell'aiuto reciproco, della pace, della riflessione e via discorrendo, perché tali buoni propositi non dovrebbero illuminare i docenti che credono di affermare la loro "professionalità" assegnando sfilze di compiti e attività da svolgere a casa, sottraendo tempo alle situazioni di cui sopra?

Le nuove linee di indirizzo della didattica europea e nazionale riportano spesso la parola "compito", abbinata alle parole "realtà", "significativo", "autentico", ma bisognerebbe prima di tutto risalire all'etimologia del termine: nel dizionario etimologico on line (ma è possibile reperire l'informazione anche da altre fonti) sono rintracciabili due significati originari affini e che si completano. La parola "compito" viene dal latino tardo COMPUTUS, accostabile ai termini "computo" o "calcolo", dunque ciò ci porterebbe a pensare ad un'attività assegnata ad altri e da svolgere rispettando una durata, una misura. Inoltre, si insinua che la parola (Canello) possa risalire da COMPLITO, COMPLEO, cioè qualcosa da portare a termine.

Nella maggior parte dei casi reali(o almeno si spera), è riconoscibile la presenza di questi due indicatori (durata e completamento), ma è sempre bene porsi le seguenti domande: i compiti per casa servono per completare un lavoro svolto a scuola? C'è da parte del docente un'idea, pur se sommaria, di quanto tempo sia necessario per svolgerli?
Il rischio che si corre è quello di assegnare compiti che fungono da DOPPIONE e di credere che più compiti si svolgono a casa (spesso si eseguono) più le prestazioni scolastiche aumentano, secondo quanto stabilito dalla legge insana e ansiogena del "portarsi avanti" in vista delle medie, delle superiori, dell'università ecc.. Ancora più grave e imperdonabile è il fatto di non riflettere sui reali significati di questa pratica annosa e molto "italiana": i compiti hanno davvero un significato? O meglio, sono davvero significativi? E il riposo non è significativo e funzionale agli apprendimenti? Non è di per sé un "compito", data ormai la scarsa capacità dell'"Homo modernus" a gestire il proprio tempo libero, la sana e dolce noia?
L'"Homo modernus" è stato icasticamente paragonato ad un "topo che corre su una ruota" (citazione tratta da un articolo pubblicato sul sito www.raiseyourself.altervista.org) e questa immagine rende chiara la tragicomica situazione che ci accomuna, cioè quella in cui ci avviluppiamo su noi stessi, in preda ad impegni e ad occupazioni ma allo stesso tempo statici e inerti, ed inermi.
Rimanendo nel campo zoologico, io controbilancerei la figura del topo "dinamicamente passivo" o "passivamente dinamico" con quella della lumaca e a tal proposto invito alla lettura del libro di Gianfranco Zavalloni "La pedagogia della lumaca", in cui si erge a modello l'animale simbolo della lentezza ma anche portatore dei valori della concretezza e della lungimiranza (Chi va piano, va sano e va lontano o "Festina lente", per soddisfare un po' tutti, gli amanti della cultura popolare e quelli della classica).
Nel libro Zavalloni parla proprio della scuola che si è fatta travolgere dalla tendenza della società moderna, centrata sulla velocità e la prestazionalità. Questo meccanismo vizioso non fa altro che generare, soprattutto a scuola, una serie di ansie e inadeguatezze che lasciano necessariamente indietro coloro che non riescono, per svariati motivi, a sottostare a ritmi imposti ed omogenei.
A dire il vero né il topo né la lumaca sono rappresentativi della varietà umana, in quanto esistono e co-esistono ritmi e andature diverse, per cui l'errore più grande (errore nella sua accezione negativa) sta proprio nell'imporre a tutti indistintamente la legge della celerità, per raggiungere mete e traguardi spesso fittizi.
Più corro, prima arrivo: ma dove sto andando? E come?
Bisognerebbe soffermarsi sull'importanza del procedere come meglio si può, spingendosi un po' oltre quando si ritiene opportuno, guidati e stimolati a farlo, consapevoli del fatto che a volte ci si muove pur rimanendo fermi.

L'obiettivo primario è proprio quello di non appesantire le esperienze formative con zavorre, forzature, pressioni, falsi problemi e con compiti finalizzati al compito, in cui si esaltano gli aspetti dell'autoreferenzialità, per cui la scuola, intesa come luogo di crescita, si nutre della scuola stessa, diventa autofaga e non è più in grado di restituire all'esterno le sostanze preziose che consentono ai processi di continuare a vivere.


Marco Pellegrino, docente di sostegno e formatore, I.C. "Maria Montessori" di Roma
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