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n.63 maggio 2016
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Oggi è il giorno:22 Novembre 2017 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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Vite in transito
Il linguaggio non-verbale degli addii nella grande piazza
di Miduri Maria Chiara - Organizzazione Scolastica
"A nessuno accade nulla che egli non sia formato da natura a sopportare. Marco Aurelio"


Quest'anno la primavera non è primavera: nessuna fresca brezza che scompiglia i capelli, nessun tepore di un sole che inonda il cielo in pomeriggi tersi azzurro intenso, a stento qualche fiore emerge dagli spartitraffico dei lunghi corsi della città.
Quest'anno è fatto di bruschi e repentini cambiamenti di tempo nell'arco della stessa giornata. E' un venerdì di maggio e prometto ai ragazzi del laboratorio di chitarra che, se il tempo regge, dopo i compiti potremo finalmente uscire nel cortile della scuola sottostante per la prima volta nell'anno.
Ci teniamo tutti molto: prendiamo posto sulle gradinate dell'ingresso verso le 16,45 dando appena il tempo ai bambini della primaria di uscire e ai genitori di far rientro a casa; poi il cortile si svuota ed entriamo in scena noi, con le nostre chitarre in spalla, maglie e zaini lanciati contro il muro o abbandonate sull'unica panchina che c'è. Il tempo regge, un sole malato e bianco ci osserva dall'alto. Mancano alcuni membri del gruppo e così cominciamo in quattro a strimpellare per l'evento finale dell'anno. Si suona meglio del solito, forse per via della motivazione allo spettacolo condiviso, ma l'aria che tira non ci entusiasma più di tanto.
Osserviamo compulsivamente se dalla porta che dà sul sottoscala del doposcuola fa capolino qualche altro membro del gruppo e finalmente arriva Xu.
Trascina i piedi, non ha la solita ilarità e gaiezza che siamo abituati a respirare da quando si è unito a noi il venerdì pomeriggio. Lo guardo aggrottando le sopracciglia, lui non ci guarda in viso ma si limita ad alzare stancamente il braccio destro in segno di saluto. La chitarra ciondola dalle sue spalle. Proseguiamo le prove, Xu ci piomba davanti ed esplode: "Io non vengo più. Io vado via, non sono più qua". I plettri tagliano le corde all'unisono in un suono grave. "Cosa? che vuoi dire?" si allarmano le fanciulle; "Sì, l'ho saputo oggi. Martedì vado via per sempre. Brescia". Ci guardiamo interdette e intanto il cielo si rannuvola e ingrigisce: "Ma sì, vorrà dire che va a vivere in Corso Brescia, è qua vicino"; "No!" precisa Xu "A Brescia, Lombardia".

Xu ha lo sguardo basso, oggi non riesce a sorridere e a dirla tutta non ne abbiamo voglia nemmeno noi. Ecco, ci risiamo, sembriamo dirci l'un l'altra. Un profondo e immanente senso di impotenza scende su di noi tanto come singoli individui tanto come gruppo. All'improvviso si alza il vento e iniziamo a sentire freddo. Vorremmo far qualcosa, consolarlo, dirgli che magari un giorno ritornerà, ma contro gli orizzonti di vita degli adulti che fanno il destino presente dei bambini e dei ragazzi, nessuna promessa si può mantenere senza mentire. E noi non vogliamo mentire, prima di tutto a noi stessi. Che fare? Continuiamo a suonare, ma Xu non imbraccia la chitarra, anzi, accenna al fatto di averne scambiate due e di non sapere più dove si trova la sua. "Questo è un guaio. Tu parti, come facciamo a restituirtela?". Sappiamo che alla sua paletta però, è attaccato un cordoncino rosso con un gingillo portafortuna a forma di scimmia, per celebrare l'anno della Scimmia in questo 2016.
Riprendiamo le prove sommessamente. Xu ci fissa, ogni tanto si stacca dal gruppo e si libra in piroette nel cortile, ma i suoi passi sono pesanti e mentre a ogni giro si ferma per fissare la collina di Superga, torna da noi.
Mi mostra la mano sinistra: "Guarda, avevo anche tagliato le unghie per suonare". Già, quante volte lo avevamo ripreso per quelle unghie lunghe che non gli permettevano di premere bene le corde sulla tastiera. Si era fatto rincorrere per cinque mesi! E proprio oggi le aveva sistemate...

Ridiamo e scherziamo, proviamo a smorzare e sdrammatizzare e ogni tanto i nostri sguardi si incrociano; Xu prova a partecipare ma ogni volta che termina di ridere mi si butta letteralmente addosso con la testa: mi colpisce la spalla, le braccia, si getta contro le mie ginocchia, torna indietro e si ributta. Vorrei abbracciarlo forte, ma so che il codice interculturale condiviso non lo permetterebbe. É dura. Xu cerca un contatto fisico e con questa violenza scuote l'aria e mi plana addosso. Il suo disagio, la sua disperazione per dover abbandonare questo gruppo che lo ha accolto quando era appena arrivato a Torino, sul finire del 2015, ora doveva di nuovo separarsi da lui. Porta Palazzo è un unicum sul territorio in fatto di transitorietà. Il numero di residenti stabili rispetto a chi va e chi viene è molto basso, e la fatica più grande nella vita di relazione in contesto è diventare resilienti alle fughe, agli abbandoni, agli addii o anche solo agli arrivederci che si presentano dalla sera alla mattina come un'eclisse. Solo che non possiamo proteggerci troppo dalle brusche visioni di un addio, perché altrimenti non potremmo donarci nei rapporti. Nell'economia delle relazioni interpersonali di Porta Palazzo l'investimento è quasi sempre nel breve periodo.

Nel microcosmo di una piazza e i suoi addentellati, si declina la società del qui e ora, mai del dopo o del poi.
abbandono.ovviamente.it
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Per la nostra cultura questo passaggio è arduo da comprendere: siamo abituati a rimandare, a fare percorsi lunghi e progettare per un futuro che dura almeno un lustro. Blindati nelle nostre effimere certezze, pensiamo che tutto funzioni così, altrimenti in cinquant'anni di migrazione sul territorio non dovremmo continuare a cadere vittime emotive dei distacchi; i maestri non si dovrebbero stupire di veder transitare continuamente allievi dalle loro classi; le amicizie di strada non dovrebbero risentire del vuoto di un appartamento o di una non-risposta al citofono da parte di chi si era abituati a vedere nella stessa via tutti i giorni.

Un mutamento, tutto questo vai e vieni l'ha portato: l'intensità delle relazioni sul territorio è flebilmente mutata, intensificandosi nel tempo. Non avendo chissà quale tempo a disposizione, si accelerano i tempi forzando spesso la mano sull'inclusione e l'integrazione, moltiplicando, talvolta goffamente, le occasioni di socializzazione reduplicando le opportunità di presenza e condivisione di momenti di vita. I 'nostri' ragazzi sono così oberati di relazioni pubbliche organizzate dall'esterno (scuola, doposcuola, extrascuola, scuole di Arabo, Cinese, sport, chiesa, moschea, ecc.) da non avere quasi il tempo di interiorizzarne nessuna, e così la loro curva di acculturazione assomiglia sempre più a una montagna russa senza cabina di controllo, anziché a una curva di Gauss a fasi distinte, come da manuale antropologico. E quelle poche relazioni che scelgono personalmente sono le prime che devono abbandonare perché non le ritroveranno nella stessa forma altrove: Xu non troverà un'altra Aicha o un'altra Maria Chiara identiche a noi; troverà un'altra scuola, un altro doposcuola, un altro extrascuola: ritroverà, insomma, le forme di un'istituzione sociale propriamente detta e identificabile piuttosto che un'altra, cui è stato introdotto nel suo vissuto torinese, ma non altri individui con i quali, invece, dovrà ricominciare tutto daccapo. Ed è questo che frustra.

E allora una riflessione si impone: quali reali competenze e abilità trasmettiamo ai ragazzi in simili contesti di transizione? Sui bagagli universali ci si intende (scrivere, leggere, far di conto, rispettare le gerarchie, il sistema scolastico), ma i nostri bambini e ragazzi in valigia si profilano e interrelazionano come oggetti relativi di un viaggio che qualcuno ha deciso per loro, e che si deve compiere al di là e al di fuori della loro volontà. Cosa conta davvero saper fare? Mi vengono in mente le parole di un formatore che anni fa ci incontrò in quanto volontari che subiscono il burn out delle relazioni di cura e che intitolò il suo intervento: "So-stare nelle relazioni". Saper stare nelle relazioni, soffermarsi nelle relazioni, ma la sosta presuppone un perso e anticipa una ripartenza. Ecco: questo è quello che dobbiamo insegnare ai bambini e ragazzi in transito nelle nostre vite, e noi in transito nelle loro. C'è un gran traffico nel cuore e nella mente quando ci si incontra tra esistenze, ma il semaforo rosso dura il tempo di un'esperienza condivisa: dobbiamo sempre essere pronti a riprendere la strada e il percorso appena scatta il verde, consci che ciascuno ha la sua direzione da seguire.

Chiudiamo prima il laboratorio, oggi, perché non abbiamo più voglia di suonare. Xu si allontana per primo con gli occhi lucidi, corre, non riusciamo nemmeno a salutarlo. "Xu! La chitarra! Come facciamo?". Troppo tardi. Ma un pensiero ci corre in mente: quando sulla paletta di una chitarra troveremo un cordino rosso e una scimmia di giada, ci ricorderemo di Xu, e magari un giorno la riporteremo al nostro moderno Pollicino che semina cordini rossi lungo il cammino per ritrovare la strada di casa, qualunque piazza sia.

di Maria Chiara Miduri
Antropologa culturale linguista e operatrice socio-educativa ASAI e Camminare Insieme, Torino
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