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n.59 gennaio 2106
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Volevo andare sulla Luna, ma resto qui.
Orientamento scolastico versus orizzonte di vita interculturale
di Miduri Maria Chiara - Intercultura
www.italiaorienta.it
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Un'antica tradizione orale puebla sostiene che "una cosa è pensare di essere sul giusto sentiero, un'altra è credere che questo sia l'unico. In ogni modo, sono dei modi" e il filosofo Seneca ammoniva che "non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare".

Queste due citazioni rappresentano due estremi relativi che affrontano lo stesso problema: la scelta di un percorso di vita. Per di più, sono intrepretazioni culturali dello stesso dilemma biografico: due etno-visioni che accendono lo sguardo sulla dimensione del viaggio esistenziale nella sua dimensione direttiva. Nel primo sapere, il focus e sull'apertura inclusiva all'unione di due opposte possibilità di agire la vita in divenire, nel secondo la scelta deve essere già chiara, definita e orientativa altrimenti il vento non guida da nessuna parte.
In un periodo dell'anno in cui la città è tappezzata di cartelloni pubblicitari che impongono scelte preadolescenziali cruciali, il motto della campagna sull'orientamento scolastico dopo la scuola secondaria di primo grado è uno slogan ingannevole che sottende una domanda filosofica ed etnocentrica importante, cui spesso non si bada abbastanza: "E adesso dove vado?".

Nella società multiculturale e interculturale - più che nel nostro sistema culturale - questa frase scoperchia un vaso di Pandora: riscalda gli animi, stravolge gli schemi sociali di alcune culture di origine, invertendo i ruoli e investendo i ragazzi di un potere decisionale e di un egocentrismo (in senso positivo) improvviso, inconsueto o inconcepibile per alcuni contesti di provenienza.
Oltre a questo, c'è un problema di linguaggio.

Il lessico che categorizza e classifica il sistema scolastico italiano è uno tra i più articolati al mondo; espande ed estende le opportunità educative in varie direzioni nell'ottica dell'inclusione e delle prospettive (prosecuzione degli studi o lavoro).
La maggior parte dei contesti culturali di provenienza dei ragazzi che frequentano il territorio dove opero (area euro-orientale, nordafricana e centro-africana, latinoamericana e ario-indiana) prevede una parola sacra per quel che coincide nell'immaginario collettivo condiviso come scuola superiore: LICEO. Questo vale soprattutto per i paesi bilingui di tradizione coloniale dove i modelli assimilazionisti hanno importato ex abrupto anche il sistema scolastico - ma non solo.
Nei sistemi elencati il termine "liceo" indica grosso modo tutte le tipologie di scuola dopo i 14/15 anni (ad esempio in Romania si distingue tra liceo generale e liceo specialistico, ma il termine usato è sempre lo stesso).
In Italia "liceo" è un tipo di scuola, non il termine che indica la scuola superiore in generale: è un modo tra i modi, come direbbe il popolo pueblo citato all'inizio. Volendo scendere più nel dettaglio tecnico, è un elemento di ciò che si intende come "quadro culturale cognitivo di riferimento" e dunque in alcune culture, comunicare a un genitore che il proprio figlio non è adatto al LICEO dopo le medie - senza essere avvertiti del relativismo culturale di questa espressione - significa di fatto dirgli che è un buono a nulla, che non ha prospettive, che "può andare solo a vendere foglie di menta per il tè al mercato di Porta Palazzo [cit.]" (considerata tra le attività più denigranti tra i mercatali locali) o cercare ciarpame nei cassonetti dell'immondizia per rivenderlo al Balôn della domenica.
Tutto questo quando tante famiglie hanno permesso ai figli di studiare facendo immani sacrifici e nel futuro dei propri ragazzi ci credevano moltissimo, ipotecando le proprie aspettative a causa di un orizzonte migratorio tortuoso e spesso precario. Non si potrà mai sottovalutare abbastanza la conseguenza sociale di questo banale atto linguistico, se è vero che il linguaggio dà forma al mondo e crea la realtà.
L'attività di mediazione extrascolastica con le famglie - e con le scuole - in questo ambito occupa molto tempo.

www.icmarconi.it
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Nel mezzo di tensioni interculturali per far incontrare quadri cognitivi di riferimento diversi ci si prende del tempo e si approfitta solitamente di due momenti cruciali: l'uscita didattica al salone dell'orientamento con la propria classe oppure la frequentazione degli Open Day dei singoli istituti, dove ci si reca autonomamente con la famiglia, gli amici o - visto che siamo in un territorio multietnico - con qualcuno che medi la trasmissione di contenuti sia verso il ragazzo che verso la famiglia: "Con chi andrai a visitare il MAUX [acronimo accattivante in argot, oggi marchio registrato, che identifica nella comunità locale l'Istituto Maria Ausiliatrice]?" - "Ci vado con un cinese", mi risponde ad esempio Emma Li con sguardo mesto e abbassando la testa.
E non intende proseguire, diventando piuttosto nervosa.
La sua ricerca di riferimenti Altri all'interno della sua stessa Alterità diventa evidente quando inframmezzando la risoluzione di esercizi privi di interesse per lei, inizia a declinare a raffica una serie di domande sulle 'tue' scelte alla sua età, sui 'tuoi' percorsi, sul perché 'tu sì' e 'lei no', e sul perché 'tu non hai fatto il liceo', sul perché le venga chiesto di scegliere qualcosa quando fino al momento prima tutti hanno scelto per lei.
Lei che non ha pieno accesso linguistico, lei che è dispensata da certe materie perché straniera, lei che nella diversità vuole essere uguale a tutti gli altri senza sconti o eccezioni.
Lei che ti racconta di un'uscita scolastica lunghissima e di cui non ha capito nulla se non che doveva tornare a casa con una risposta per tutti tranne che per se stessa. I tempi del discorso escludono il presente e si declinano solo più tra un imperfetto verbale quanto sociale (credevo di, pensavo che, volevo... ma) e un futuro apofatico (non farò, non sarò mai). Il Presente sembra disperso in quell'universo di aspettative disattese o magari inesistenti perché culturalmente non necessarie.
Lo slogan "E adesso dove vado?" cambia soggetto: "Dove sei andata?".

Il Salone dell'orientamento è una stanza che racchiude il mondo che c'è fuori, l'orizzonte visto dalla riva a distanza di sicurezza, quel vento di cui parla Seneca: un paradosso che confonde maggiormente molti dei nostri ragazzi di terza cultura e fa salire alle stelle il valore della pressione sociale fatta di proiezioni familiari, scolastiche, entusiastici slanci, brusche battute d'arresto, sballottando da uno stand all'altro e riempiendo gli zaini di volantini, dépliant, tabelle e burocrazia. Tra chi lo scambia per la fiera delle soluzioni, chi una perdita di tempo perché i test hanno già deciso tutto e nemmeno organizza l'uscita, chi lo affronta con lo stupore davanti alla Wunderkammer del sistema educativo occidentale, resta un fatto che nello spazio contenuto tra il suo ingresso e la sua uscita sia racchiusa una scatola nera in cui aspettative, tormenti, indecisioni, opportunità, consigli, prescrizioni non sappiamo in cosa si trasformino esattamente.
A volte il risultato è disarmante e completamente fuori onda.

La scelta del percorso scolastico è un'esperienza antropopoietica che forgia la costruzione della persona, rafforza o sincretizza il senso di appartenenza a una sottocomunità, un'organizzazione sociale e stigmatizza l'identità sociale che, a fini spesso solo statistici, contribuisce - nel tempo - a collocare in uno specifico tipo di status sociale. E quello che i ragazzi a volte percepiscono come la fine di ogni speranza o costrizione a rimanere fermi nel posto 'più giusto per loro', non è un prosieguo bensì un nuovo inizio da guardare con altri occhi.

Per questo, oltre al salone, agli open day e al counseling professionale, esiste una forma di orientamento non pubblicizzata, continua e implicita, che nell'extrascuola si pratica con ostinata resilienza al pregiudizio e all'effetto Pigmalione: la panca in cortile. La panca sostiene, si sposta e non è inchiodata a terra, dalla panca si cade e ci si rialza, si condivide, "fa posto" e permette di fermare il tempo tra un verdetto, una lettera informativa da far firmare o un consiglio. La panca in cortile consente di fare una cosa molto importante e diversa rispetto alle altre forme di orientamento standard: consente di guardare a testa alta quell'orizzonte che contiene le infinite possibilità di scelta. Permette di guardare in faccia la Luna che ciascuno di noi, indipendentemente dalla propria origine culturale, può prendere come riferimento per protendersi verso nuove tappe e nuove mete: per orientarsi.
E se siamo troppo lontani dalla Luna, avviciniamo la panca al cielo.

di Maria Chiara Miduri
Antropologa culturale linguista e operatrice socio-educativa ASAI e Camminare Insieme, Torino
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