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n.40 febbraio 2014
Registrata presso il:Tribunale di Roma n. 63/2010 del 24/02/2010
Direttore responsabile Manuela Rosci
Oggi è il giorno:23 Settembre 2018 Pubblicato da Sysform Editore - Iscrizione al R.O.C. n.19433 Sysform Editore - Via Monte Manno 23 00131 Roma
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Win-Win: Io vinco, Tu vinci!
La formazione continua come crescita personale
di Rosci Manuela - Editoriali
Questi giorni si è concluso il Master "Didattica e psicopedagogia per i disturbi specifici di apprendimento - DSA", organizzato dalla prof.ssa Lucia Chiappetta Cajola dell'Università Roma Tre di Roma, e gli allievi -docenti curricolari e di sostegno di ogni ordine e grado- hanno sostenuto l'esame finale per acquisire il titolo, spendibile all'interno della scuola anche come referente delle problematiche circa i DSA. Ho avuto il piacere di essere in commissione di esame, avendo partecipato in qualità di docente di alcuni laboratori nel Master.
Il piacere dell'esperienza, sia in itinere che, soprattutto, in questa fase conclusiva, è stata l'alta percentuale di soddisfazione mostrata dai corsisti nei confronti del percorso affrontato, piuttosto impegnativo visto le 1500 ore frequentate, in presenza e online, l'impegno del tirocinio, la stesura della tesi e l'esame finale. Il feedback più che positivo registrato ha messo in luce ancora una volta l'entusiasmo dei docenti che si sperimentano, che superano le difficoltà non solo logistiche (non tutti di Roma) ma anche quelle barriere personali che ostacolano spesso il cambiamento, la messa in gioco differente, la capacità di continuare ad apprendere -life long learning- ad ogni età.
La passione trapela nelle azioni, nei materiali mostrati a testimonianza del successo riscontrato con gli alunni; la messa in gioco nel pensare e costruire ambienti di apprendimento più idonei a sostenere i ragazzi, la loro motivazione ad apprendere; la capacità di costruire percorsi di senso, che ruotano attorno ad un "compito reale", espressione ancora molto lontana da tanti colleghi; la disponibilità a sostenere i propri dubbi, le proprie incertezze sul percorso da seguire, la scelta di allontanarsi per poi tornare più convinta di prima all'insegnamento, con la voglia di andare fino in fondo nella ricerca di uno stile di insegnamento che sia realmente centrato sull'allievo, sulla persona.
Non chiacchere ma fatti, azioni educative, scelte pedagogiche di senso.

Quale neo registrato in tutta questa selezionata abbondanza di professionalità e passione, di umiltà e determinazione, di incertezza e riluttanza che, con il procedere del Master, si è trasformata in sicurezza e voglia di fare, di applicare quanto appreso?
Tutte/i hanno dichiarato quel senso di solitudine, di incomprensione, di contrasto aperto o celato, che accompagna la vita scolastica del docente che sa, che vuole fare/sperimentare "diversamente", che osa rompere gli schemi, che utilizza la formazione continua che generalmente frequenta, che si mette in gioco come ricercatore in un laboratorio -la classe- che nutre ogni giorno la ricerca psicopedagogica. Perché sappiamo bene che la vita scolastica non è mai statica, un sistema in continua evoluzione che richiede all'adulto non competenze magiche ma disponibilità all'ascolto e al confronto (meglio con qualcuno che ne sa più di te!), una preparazione professionale che non è mai conclusa ma in continuo divenire, un equilibrio personale che continuamente misceli fragilità e certezze.
I partecipanti, dalla scuola dell'infanzia alla scuola superiore, hanno lamentato, sottolineato la difficoltà di incontrare l'altro, soprattutto la rigidità dell'altro, la ritrosia del collega al cambiamento, a provare "a fare" e "a pensare" in maniera differente la scuola, la didattica, il rapporto con l'alunno. I più fortunati hanno trovato conforto nel/nei collega/ghi di team o nel consiglio di classe ma il terreno del confronto scolastico, lo spazio di contaminazione come lo definisco, è ridotto, malato nel cercare di contrastare proprio chi forse può apportare novità o anche solo il proprio percorso professionale.

Lo stato più diffuso che si può trovare nella scuola, ma è caratteristico dei sistemi umani, è il fare fronte contro l'altro, soprattutto se sa fare meglio di te! La scuola è un contesto in cui vive la convinzione che tutti debbano fare le stesse cose (i bambini), che tutti debbano stare allo stesso livello (i docenti). Come se la diversità, decantata come condizione riconosciuta e coltivata, spesso a parole, spaventi sempre perché ricondotta prevalentemente al costrutto diversità-diseguaglianza, all'interno di una visione gerarchica del valore della persona (quanto più sai tanto più vali).
Il docente, e se precario da tempo rischia certamente di cadere con più facilità in uno stato di burnout, come illustra l'amico Nicola Comberiati nel suo articolo su questo numero, si muove costantemente in un terreno dinamico in cui l'incontro con l'altro, sia alunno che collega o genitore, può determinare uno stato di disagio profondo, che interferisce con la percezione di se stesso, con quella che viene definita "l'autoefficacia percepita", sentirsi cioè capaci (oppure no!) di affrontare il lavoro scolastico, con tutte le insidie che a volte lo accompagnano.

Mi trovo in questi giorni a seguire da vicino lo sviluppo sconcertante di una deriva delle difficoltà che può incontrare un docente che si sente "smascherato" nella sua poca competenza didattica e psicopedagogica, e però deve fare i conti con un collega che porta in dono un iter professionale di tutto rispetto, non tanto perché documentato da pagine e pagine di curriculum, ma soprattutto perché riesce a mettere in atto nel lavoro quotidiano l'esperienza e la formazione acquisita nel tempo.
Il confronto, che viene vissuto "non alla pari", può suscitare risentimenti e invidie che, se non riconosciute dal soggetto come sue possibili reazioni personali, che generano malessere, possono favorire lo sviluppo di un pensiero deviante, disfunzionale ma lucido, con cui iniziare a tessere manovre per tentare di squalificare il collega percepito bravo (il pericolo) e per questo trasformato in nemico da distruggere (un pericolo si può evitare o attaccare; l'attacco può essere finalizzato alla distruzione/eliminazione del pericolo (atteggiamento aggressivo) oppure a trovare strategie che trasformino il pericolo in qualcosa a cui sappiamo dare risposta (atteggiamento assertivo)).
Il rischio è che atteggiamenti contro l'altro incontrano spesso il favore di altri colleghi che sentono lo stesso disagio, perché la logica del confronto spesso è sostenuta da un pensiero dicotomico (bianco o nero) per cui se l'altro è bravo io posso essere solo non bravo. Alcune persone non arrivano mai a superare il pensiero "vinci tu o vinco io" a vantaggio di un atteggiamento mentale propenso a "vinco io e vinci anche tu" (win-win), che contiene in sé il superamento di una visione ridotta delle possibilità -non c'è abbastanza per tutti e due!-; un concetto che è alla base della costruzione della condivisione -ognuno mette quello che può- e della formazione del gruppo -ogni diversità è una risorsa- e della didattica personalizzata -ogni alunno va preso dove sta.

L'incognita più grande nella risoluzione di questi atteggiamenti che vanno "contro l'altro", tuttavia, è lo spazio che viene lasciato alla persona a disagio, che non si rende conto del suo atteggiamento disfunzionale e cerca di far cadere nella sua trappola anche persone esterne al confronto professionale.
I genitori sono le prede migliori, i soggetti più esposti alle alleanze con il docente in difficoltà, che cerca in tutti i modi di celare la sua incapacità professionale, mettendo l'altro in cattiva luce, arrivando a insinuare comportamenti aberranti del/dei colleghi (il pericolo si estende e i nemici diventano tutti quelli che sente alleati nello smascherare la sua incapacità).
Insinuare il dubbio nel genitore, riportare in maniera palesemente contraffatta i successi che l'altro ottiene, manipolare l'informazione a suo vantaggio, far cadere l'altro dal piedistallo in cui inconsciamente lo ha posto proprio dentro di sé (altrimenti l'altro non sarebbe vissuto come un pericolo!), diventa la finalità del docente incapace di gestire il confronto, incapace di sostenere uno status professionale diverso dal collega, preda di un pensiero che lo porta ad affannarsi nella lotta, a dare voce nei corridoi ad affermazioni tendenzialmente squalificanti.
Peccato, però, che in questo modo, e con il contributo di chi lo affianca e lo sostiene, il docente in difficoltà si mette nei guai da solo perché le scivolate sulle bucce di banana capitano a tutti, soprattutto a chi non ha più lucidità nel condurre un gioco che poi scappa di mano e va a finire in mani sbagliate -un collega o un genitore ancora più fragile- e il risultato finale non è poi così scontato. Rischia di aver fatto tanto lavoro contro ... per ottenere forse meno che nulla, o meglio solo maggiore rabbia e risentimento. Conviene a queste persone rovinarsi la vita così? Un suggerimento per un finale diverso potrebbe essere quanto scrive nel suo articolo Antonia Melchiorre, come riscrivere il passato affinché presente e futuro siano migliori.

Per concludere: mi sento fortunata a lavorare con persone in gamba -come quelle che scrivono su questa rivista, ad esempio- e ho cercato sempre di avvicinarmi a quelle più brave di me, che mi hanno insegnato tanto. Altra soluzione che ho adottato e che suggerisco, fate gruppo con le persone che presentano una buona salute mentale, quelle da evitare sono soprattutto ... le invidiose, coloro che non sanno fare e che vogliono che neppure tu sappia fare, almeno agli occhi degli altri!
Ma i docenti del Master hanno confermato che ci sono tante persone che sanno fare scuola. Cercatele, sicuramente anche intorno a voi ci sono e con loro potrete cambiare il destino di una scuola che spesso ... è in mani sbagliate. Va detto, infatti, che lavorare in una scuola con una dirigenza capace di gestire le risorse umane (i docenti), in grado di fronteggiare le richieste dei genitori senza spaventarsi, di promuovere le azioni pedagogiche dei docenti capaci non a parole ma nei fatti, renderebbe la scuola pubblica un'istituzione a cui dare massimo rispetto, un luogo dove la crescita e lo sviluppo della persona è in continuo divenire, un acceleratore di potenzialità sia per gli alunni che per gli stessi docenti.
Tranquilli, queste realtà esistono.

Manuela Rosci
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